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L’anno 2020, tra i più funesti dei bisesti

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Un anno, il 2020, che possiamo serenamente annoverare tra i più difficili dell’ultimo secolo. Tutto è stato messo in ginocchio, dall’economia al nostro spirito. Il nostro senso di umanità non pare infine esserne uscito così migliorato. Siamo più spaventati, più arrabbiati. Semplicemente, più soli.


Era partito tutto bene: i nostri interessi principali erano focalizzati sui meme di Bugo che abbandona il palco dell’Ariston lasciando Morgan a chiedersi «Che succede?». Un Sanremo particolare partito non benissimo con le iniziali dichiarazioni di Amadeus, definite leggermente maschiliste. È stato il festival in cui l’atavico palco è stato solcato da personaggi controversi come Achille Lauro che hanno ridefinito il concetto di spettacolo. E a noi andava bene così. Ci bastava.

Poche settimane dopo siamo passati da un festival canoro ad uno dei più importanti per il cinema, ovvero gli Oscar, in cui abbiamo visto trionfare il film 1917, mentre tutti dibattevano sulla netta superiorità di Parasite che comunque aveva aperto al mondo del cinema asiatico uno spiraglio e acceso l’interesse verso i prodotti orientali. 

A proposito di Oriente: sapevamo del Covid. Lo sapevamo rintanato nella lontana Cina, a Wuhan. La città fantasma con gli abitanti che si davano forza dalle finestre di casa. “Speriamo non arrivi qui”, ci auguravamo.

Il 2020 sarebbe stato un anno importante per l’Italia, l’anno di Raffaello, che seguiva quello di Leonardo, come sempre più fortunato del povero collega. Un’annata ricca di eventi come il centenario di Federico Fellini che inaugurava l’apertura di poli museali nella sua amata Rimini. Echi di gioia disturbati da interferenze negative. Anche Trump ci ha messo la sua lasciandosi andare con lanci di missili danneggiando la memoria di antichi popoli. Di certo non stava partendo con il piede giusto questo anno bisestile.

Ma l’incubo si sposta come una piovra affamata che si insinua in ogni orifizio della sua preda, ed ecco che il lontano spettro del Nuovo Coronavirus arriva in Europa, e in Italia. Codogno, il giovane paziente zero dà inizio alla sciagura (con tutti i dubbi del caso). Finiscono i giorni felici.

Il governo italiano prende in mano la situazione, e come in un angoscioso film catastrofico, vediamo in diretta televisiva una schermata silenziosa blu, che diverrà consueta: ricorderemo per sempre il presidente Giuseppe Conte che comunica lo stato di emergenza, e la delineazione di zone rosse ad alto rischio. Ci dicono di lavarci spesso le mani, di igienizzarle, di mettere la mascherina e mantenere 1 metro e mezzo di distanza dagli altri esseri umani. Anche uno spot mandato in onda mille volte al giorno ci ricordava di queste semplici regole.

Ma fra marzo e aprile accade qualcosa che era prevedibile: non si trovano più igienizzanti che nel frattempo avevano raggiunto prezzi molto alti rispetto alla norma; finiscono guanti e mascherine, tanto che servono ordini pubblici straordinari. E intanto i casi di contagio aumentavano e la paura anche. Le terapie intensive si avvicinavano al collasso, così come tutto il personale sanitario messo sotto forte stress. Ci consigliano di uscire solo per necessità. Poi quel consiglio – così poco seguito – diventa un obbligo.

Era l’11 marzo e Conte compare sui nostri schermi e l’Italia entrava in lockdown: «Soli pochi giorni fa vi ho chiesto di cambiare le vostre radicate abitudini di vita, rimanendo a casa il più possibile, uscendo solo lo stretto necessario. La stragrande maggioranza di voi italiani ha risposto in modo straordinario.[…] Ora, questo è il momento di compiere un passo in più. Quello più importante. L’Italia rimarrà sempre una zona unica. L’Italia protetta. Ma ora disponiamo anche la chiusura di tutte le attività commerciali, di vendita al dettaglio, ad eccezione dei negozi di generi alimentari, di prima necessità, delle farmacie e delle parafarmacie. […]Restano chiusi i reparti aziendali non sono indispensabili per la produzione.[…] Il Paese ha bisogno della responsabilità di ciascuno di noi, della responsabilità di 60 milioni di italiani che quotidianamente compiono piccoli grandi sacrifici. Per tutta la durata di questa emergenza. Siamo parte di una medesima comunità.[…] Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani. Tutti insieme ce la faremo.». Quest’ultima frase diventerà il motto di dolore di quella che sarà annunciata come una vera e propria pandemia

Ed è subito come in guerra: lunghe file al supermercato, accaparramento di ogni bene di prima necessità come se i rifornimenti si fermassero. Ma il panico ormai è scattato. Ogni giorno lo stesso mantra: resta a casa, esci solo se è strettamente necessario, mantieni la distanza, lava spesso le mani. Prega, se credi.

Stiamo chiusi a casa, a fare pizze e torte, fatto che provoca difficoltà nel reperimento di lievito e farina (e anche la carta igienica non scherza nel mondo anglosassone!). Subentrati i sensi di colpa, ci si è attivati per fare allenamento a casa: ormai fare attività fisica fuori era un miraggio o si era bersagli mobili di cecchini piantati sui balconi al grido di «ce la faremo!» . 

Oltre la DAD scolastica e universitaria, e le visite dei musei on line, abbiamo cominciato a seguire esperienze virtuali come lezioni di fitness e yoga. I più pigri hanno divorato l’elenco delle piattaforme di intrattenimento come Netflix o Prime Video. Gli amici organizzavano aperitivi in videochiamata, e i parenti si abbracciavano attraverso lo schermo. I social ci aiutavano, tanti personaggi famosi ci hanno tenuto compagnia e aiutato tramite le loro pagine ufficiali.

Ci siamo disperati a inizio lockdown con l’esodo dei giovani del sud che ritornavano dal nord portando con loro non solo i loro libri e il loro trolley, ma anche l’antipatico virus. Molti dei pendolari provenienti dalle zone rosse (prima della chiusura totale) hanno subito la pressione della paura di restare soli e lontani da casa. Il popolo si spezza, si condanna, si creano coalizioni. Sono emersi dall’assopimento i complottisti e i negazionisti che, schiacciati dal panico e dalla paura, hanno preferito nascondersi dietro ad ipotesi surreali, immaginando tutto come un grande complotto per controllare le masse. “Il virus non esiste”, “i morti non ci sono”.

E la Terra? Lei sembra essere stata l’unica a trovare giovamento da questo stop generale che ha coinvolto molti Paesi del mondo. Ha ricominciato a respirare, a far volare specie animali che non si vedevano in città da decenni. L’aria era più leggera, affacciandosi si avvertiva un silenzio surreale, il suono caratteristico di una quarantena nazionale, tranne alle 18, orario in cui partivano i concerti dai balconi. Il tricolore steso con orgoglio, oggi quasi a brandelli.

Sembrava di aver già visto tutto questo dentro film post apocalittici, dentro una puntata di Black Mirror, soprattutto in quelle occasioni in cui i droni volano sopra le città per stanare i trasgressori del lockdown. Il grande occhio Orwelliano ci osserva, scorrono agevolmente le balle sulle antenne del 5G che trasmettono il virus, sul virus che “scende su di noi” tramite le scie chimiche.

Le feste primaverili passano in balcone, tra una grigliata e l’altra, un canto disperato e abbracci pericolosi tra i parenti con conviventi. Gli innamorati sono dei condannati, quelli bravi. Gli amanti sprezzanti del pericolo vengono sorpresi nella notte. Ma in molti abbiamo resistito alle paure e all’incertezza.

La tentazione delle feste pasquali erano accompagnate dalla frustrazione della quarantena, e rese surreali dalle immagini di San Pietro che ha visto un solitario Papa Francesco inginocchiarsi in una piazza desolata, evocando l’Urbi et Orbi, la grazia plenaria per tutto il mondo, per la prima volta, unito dallo stesso dolore.

Ma arriva maggio, lentamente ci riapriamo, ma con prudenza ci ripetono “non è un liberi tutti”. Forse l’entusiasmo è troppo. I numeri dei bollettini giornalieri diventano più radi, adesso fanno meno paura, e alcune città diventano persino “Covid free”. Si cerca di ricominciare a vivere lavorando sul tracciamento, ma app Immuni non piace, non funziona, non rispetta la privacy (anche se continuiamo giornalmente a regalare i nostri dati ad ogni “consenti” sul web). Cosa siamo diventati dunque dopo il lockdown? Ne siamo usciti migliori? Ce l’abbiamo fatta? È andato tutto bene?

L’umanità continua a deluderci. Dagli Stati Uniti si risollevano le urla del Black Live Matters, dopo l’omicidio di George Floyd. Impazzano le proteste, le ombre del razzismo si fanno visibili ricordandoci che non si erano mai dileguate.

L’estate italiana è stata il disastro di masse colpite da amnesia. “Non ce n’è coviddi”, si grida pensando di aver trovato un nuovo meme, oltre che un gesto apotropaico di sfogo. Piano piano si abbassano le mascherine. Invece il Covid c’era ancora. C’era mentre stavi a prendere il sole affiancato ad altre centinaia di persone. Stava nel sudore delle calde serate in discoteca. C’era nella passeggiata tra la folla senza mascherina. 

Il turismo stava subendo perdite, “è nostro dovere aiutarlo”, si dice. Infatti l’estate finisce e, mentre salgono alcuni dati sull’andamento dell’economia, salgono anche i numeri dei nuovi contagiati, ogni giorno di più. Ed eccola qui, la seconda ondata, la devastazione su un terreno ancora pieno di macerie.

Si richiudono discoteche, viste ormai come il male assoluto. Si abbassano le saracinesche di palestre e pub. E arriva l’ennesima batosta su cinema, teatri e musei. Richiudono tutti i luoghi di cultura. I commercio al dettaglio e i centri commerciali rimangono aperti. Le terapie intensive si avvicinano nuovamente al collasso. Di nuovo regole, zone rosse, arancioni e gialle.

Abbiamo perso anche molti personaggi importanti in questo 2020: Sepulveda, Ezio Bosso, Morricone, Sean Connery, Gigi Proietti e l’icona Maradona. Ma abbiamo perso qualcosa di ancora più importante: un’intera generazione. Quella fragile e debole rappresentata dai nostri nonni, generazione dichiarata ormai improduttiva e inutile, che ha impugnato fucili per la Resistenza, che ha costruito la propria casa con le proprie mani, magari quelle stesse case che adesso ci coprono dal freddo e dalla impossibilità di comprare casa. Quella generazione che ha sostenuto l’altra aiutando i figli e i nipoti con misere pensioni. 

Abbiamo perso la memoria vivente di un passato che dimentichiamo ogni volta che uno stupido alza il braccio invocando il ritorno del fascismo, ogni volta che buttiamo il cibo nella spazzatura, ogni volta che escono frasi del tipo «Tanto muoiono solo i vecchi».  La risposta alla domanda “ne siamo usciti migliori?”, è assolutamente no. Abbiamo buoni propositi per il 2021? Con i vaccini in arrivo la nuova sfida adesso è contro lo scetticismo e la paura. Ma paura di cosa?


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Virginia Monteleone

Responsabile "Eco Culturale". Credo che l’arte sia una scelta di vita, e che la si sceglie in vari modi: la si fa, la si spiega, la si vende o la si compra. Io la svelo nella sua semplicità.

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