Tempo di lettura: 2 minuti

L’umanità chiamata a «remare insieme»: l’Urbi et Orbi che è già storia

Condividi

 

Ed eccoci qui, in un momento che possiamo già definire storico, in cui si sono verificati eventi che mai avevano toccato la nostra società. Venerdì sera, una delle immagini più significative di questo secolo: il Papa in una San Pietro deserta. Il luogo della cristianità, il suo maggiore simbolo, vuoto, forse solo fisicamente, ma spiritualmente colmo di dolore. Lui,  Francesco, è “da solo”,  in una preghiera planetaria di guarigione.

«Dio onnipotente e misericordioso guarda la nostra dolorosa condizione: conforta i tuoi figli e apri i nostri cuori alla speranza», inizia così Papa Francesco nella sua Urbi et Orbi. Urbi et Orbi, “alla Città e al Mondo”. Papa Francesco concede la grazia planetaria nei pressi del cancello centrale della Basilica Vaticana, dove sono stati collocati l’immagine della Salus Populi Romani e il Crocifisso di San Marcello.

L’Urbi et Orbi  viene  impartita dal Pontefice nei giorni di Natale e Pasqua. È un fatto eccezionale della liturgia, perché il Papa concede ai credenti l’indulgenza plenaria dai peccati, ovvero il perdono, la remissione di tutte le pene. Questo tipo di indulgenza cancella il peccato, sia quello temporale che quello da scontare con penitenze o in Purgatorio. «Il Signore onnipotente e misericordioso vi conceda l’indulgenza, l’assoluzione e la remissione di tutti i vostri peccati, un periodo di pentimento genuino e fruttuoso, un cuore sempre penitente e una conversione della vita, la grazia e il consiglio dello Spirito Santo, e la perseveranza continua nelle opere buone. Amen».

Francesco concede l’Indulgenza plenaria ai malati di coronavirus, agli operatori sanitari, ai familiari e a quanti, con modalità differenti, si prendono cura di chi sta male. Proprio a causa della particolare situazione attuale viene concessa l’assoluzione collettiva tramite i nuovi mezzi di comunicazione. Il momento delicato è attestato anche dal decreto della Penitenzieria Apostolica: «Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale».

Lo scenario è lo specchio del nostro presente: una piazza vuota al crepuscolo. «Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città» dice Francesco sotto la pioggia di Roma. Nessun segno di pace, nessun abbraccio. Nessun funerale: i morti in queste settimane se ne vanno via da soli. Da soli come quell’uomo, in quella piazza. Francesco, che rappresenta quel legame tra noi e Dio, è da solo in una preghiera, «l’arma silenziosa» che forse sarà la più forte e disperata di tutte nella storia.

La disperazione è la stessa di chi non ha potuto dare un ultimo bacio ai propri cari. La sensazione di desolazione davanti a quel vuoto vede i colori vivaci dell’amore trasformarsi in tonalità buie, spente, come quelle tenebre che «si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante». Noi tutti ci siamo ritrovati «impauriti e smarriti, presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa». La disperazione è la stessa di una società dove è stato esaltato il valore del singolo, l’individualismo. La segregazione e la solitudine ci fanno apparire di nuovo tutto ciò che abbiamo odiato, allontanato, come qualcosa da amare e rispettare. È una preghiera amara quella di questo 27 marzo: è quella che forse molte persone non conoscevano o non volevano. È forse la preghiera – e l’immagine – più importante, più forte che possa essere vissuta  dal credente come dall’ateo.

Forse è vero che il dolore può unire. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme». Nelle parole del Papa c’è quel dolore che ci sconforta, poi ci cambia e infine ci rende più forti. Ma ci sono sensazioni che le parole non riusciranno mai a tradurre, come gli sguardi rivolti alla piazza attraverso il monitor di un computer, dalla tv o dallo smartphone; quegli sguardi increduli che forse ancora non si rendono conto, e quelli che capiscono e si chiedono perché. Milioni di fedeli sono oggi uniti da un mezzo che per anni ha inasprito e incattivito l’umanità, rendendola cinica e indirizzata a idealismi legati all’artefatto e alla cultura del superfluo. Questa umanità chiusa in casa con tanti oggetti, oggi agogna un po’ di sole, un prato verde, l’abbraccio con un amico, il bacio della persona amata. E una preghiera.


Condividi

Virginia Monteleone

Responsabile "Eco Culturale". Credo che l’arte sia una scelta di vita, e che la si sceglie in varie modi: la si fa, la si spiega, la si vende o la si compra. Io la svelo nella sua semplicità.

error: Content is protected !!