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La musica che combatte insieme alle piazze di Black Lives Matter

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Dammi tre parole: Black Lives Matter. Il movimento internazionale di attivisti contro la violenza razzista nato negli Stati Uniti, si è imposto ormai da quasi sette anni e in questi giorni è tornato a ruggire per il caso di George Floyd. Quel che approda nel dibattito pubblico finisce per confluire nel mondo dello spettacolo – e viceversa – e in particolare nella musica. Il passo dal motto al ritornello è davvero breve e gli artisti afroamericani (ma non solo) hanno da subito portato la voce della protesta “black” nei propri versi. 

«I can’t breathe» batte nel petto di tantissime star, dallo sport alla musica. Il messaggio forte e chiaro è passato anche dalla maglia di una delle leggende dell’NBA, LeBron James, dopo la morte del diciottenne afroamericano Michael Brown ucciso da un poliziotto nel 2014 a Ferguson nel Missouri. Oggi come allora, questa frase – l’ultima di diverse morti causate da operazioni di polizia – torna prepotentemente nelle dimostrazioni di insofferenza per le violenze degli “uomini col distintivo”. Tantissime le manifestazioni di solidarietà per le decine, probabilmente centinaia, di vittime afrodiscendenti della follia armata di chi ha scelto il lavoro sbagliato. 

In questi anni le popstar non si sono tirate indietro di fronte alla necessità di urlare il disagio che vivono da troppo tempo gli Stati Uniti, nera o bianca che sia la pelle degli indignati. Lo sgomento non ha colore, e neanche la vita, ma è sempre troppo tardi quando si contano le vittime. E se a morire invano sono più facilmente i cittadini americani di pelle scura, i conti infiammano (letteralmente) la piazza, la stessa che ha visto scorrere il sangue di grandi attivisti del passato come Martin Luther King e Malcolm X, per citarne due su tantissimi difensori dei diritti umani.

“Violenza chiama violenza”, come possiamo constatare amaramente dagli scontri di Minneapolis per la morte di George Floyd. E quelle di quest’anno sono solo le ultime agitazioni in tanti anni di mobilitazioni pubbliche. È qui che entra in gioco quella frase, per niente banale, che spiega il “potere unificante” della musica per le tantissime voci di una protesta. Ogni volta infatti la partecipazione delle star ha donato una colonna sonora alle folle. Negli anni passati molte celebrità hanno dichiarato apertamente il proprio sostegno al Black people e in particolare al malcontento contro le azioni violente della polizia. Ne citeremo solo alcuni, rappresentativi della grande famiglia dei “musicisti attivisti”.

Uno degli ultimi potenti inni degli attivisti di Black Lives Matter è il brano “Alright” di Kendrick Lamar (realizzato insieme a Pharrell Williams e Mark “Sounwave” Spears). Lamar, ispirato non solo dagli avvenimenti nell’America nera, ma anche da un suo viaggio in Sudafrica, scrive versi contro la violenza delle bande, la crescita del materialismo e la brutalità della polizia. La lotta del suo popolo – che è comunque quella di tutti gli Americani – si snoda attraverso le parole sofferenti del rapper californiano: Alls my life I has to fight, nigga | Hard times like, “God!” (…) Nigga, we gon’ be alright | Do you hear me, do you feel me? We gon’ be alright

Lamar ha dichiarato di aver scritto “Alright” (Va bene) «per dare speranza al suo pubblico» ed è così che è diventato l’inno nazionale nero, soprattutto per il periodo in cui la canzone è stata pubblicata. Siamo infatti nel 2015, circa un anno dopo la Resistenza di Ferguson, quel weekend of resistance che gridava giustizia per le morti di Michael Brown, di Eric Garner a Staten Island – un caso che, in questi giorni, la stessa madre di Eric ha affiancato direttamente a quello di George Floyd – e del 22enne John Carwford, freddato in un Walmart perché teneva in mano un fucile a pompa scarico (presente fra i prodotti in vendita) senza nessuna intenzione di usarlo. “Alright” è un esempio schietto di orgoglio e resilienza nel destino degli afroamericani: When they kill us dead in the street fo sho’ | N*gga, I’m at the preacher’s door | My knees getting’ weak, and my gun might blow | But we gon’ be alright.

Lo si è letto a chiare lettere anche nel sito ufficiale di Beyoncé dove l’artista ha scritto: «It is up to us to take a stand and demand that they stop killing us», sulla scia di altre morti assurde avvenute nel corso del 2014 e del 2015. La popstar americana canta in “Freedom” (che vede, non a caso, la collaborazione di Lamar) versi che sono diventati, anche questi, un inno. Freedom! Freedom! I can’t move | Freedom, cut me loose! Freedom! Where are you? | ‘Cause I need freedom too! Parole inequivocabili, dentro un album, “Lemonade”, che contiene altri brani di protesta come “Formation” o “Seat at the table”. Il videoclip di “Formation” è inoltre un vero e proprio omaggio ai militanti di Black Lives Matter: in una scena si vede una fila di poliziotti in tenuta antisommossa in piedi di fronte a un giovane ragazzo nero che balla. E non poteva mancare il messaggio live dell’artista: alla prestigiosissima esibizione allo show del Super Bowl nel 2016, Beyoncé si è presentata vestita con un costume che evocava direttamente l’uniforme del Black Panther Party degli anni ’60, una provocazione che ha trovato le (scontate) critiche che l’hanno bollata come anti-police.

Jay-Z dona migliaia di dollari a cause collegate a Black Lives Matter o direttamente a sostegno delle cauzioni per i manifestanti arrestati durante gli scontri in strada nelle “marce per i diritti”. Anche lui ha contribuito a diffondere parole di vicinanza per gli attivisti, rappando in “Spiritual”: I am not poison, no I am not poison, just a boy from the hood that got my hands in the air in despair | don’t shoot! I just want to do good.

Citando un’altra stella della musica mondiale, possiamo riportare Arianna Grande nel brano “Better Days” in cui collabora con Victoria Monet dove dice senza giri di parole: Baby there’s a war right outside our window | Don’t you hear the people fighting for their lives?

Ci sono artisti che si sono precipitati sul web con composizioni, per così dire, d’urgenza comunicativa. Nel 2014 Tom Morello, chitarrista dei Rage Against The Machine, ha reso disponibile al download gratuito su SoundCloud, “Marching On Ferguson”, un brano dedicato a Michael Brown, incoraggiando i propri fan a donare denaro a sostegno di ogni problema legale nel quale possono incorrere i manifestanti. Si leggeva infatti in un suo comunicato: «Il 100% dei profitti derivanti da “Marching On Ferguson” sosterrà la difesa dei manifestanti nell’area di Ferguson che hanno subito attacchi, arresti illegali e violenza da parte della polizia (…) Ho assistito a innumerevoli episodi di brutalità poliziesca motivata razzialmente nella mia vita ed è tempo di dire “Basta!” in nome di tutti coloro che sono stati ingiustamente uccisi e maltrattati». La canzone recita: A nation at half mast | Figured I’d get the last laugh | Carving up that golden calf | With a blow torch and gas mask.

Ma quanto è significativo l’apporto artistico in una lotta tutta stradale? Non ci sono dubbi che il mondo dell’arte sia di fondamentale importanza per la pubblicità di battaglie che non possono passare inosservate e che non possono essere coperte solo da notizie “modaiole”. È significativa l’esistenza di una sorta di class action di un mondo privilegiato, quale quello di alcune star assolute, che non è rimasto a guardare e che continua a esprimersi duramente contro un fenomeno, come quello della brutalità della polizia, che non si è mai assopito.

Copertina di Daniel Arauz (Flikr)

 
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Daniele Monteleone

Daniele Monteleone

Caporedattore. Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. E poi un amore smisurato per l'arte, tutta.

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