Antonino Caponnetto, il giudice al servizio della legalità
Dalla Sicilia a Firenze, fino al cuore di Palermo: la vita del giudice Antonino Caponnetto è stata un continuo impegno contro la mafia e per la difesa dei valori costituzionali. Dalla guida del Pool Antimafia al Maxiprocesso, fino all’instancabile attività educativa nelle scuole, Caponnetto ha trasformato la giustizia in una missione civile che continua ancora oggi attraverso la Fondazione a lui dedicata.
La lotta alla mafia
Antonino Caponnetto nacque il 5 settembre 1920 a Caltanissetta. Nel 1930 la sua famiglia lasciò la Sicilia per trasferirsi in Toscana, stabilendosi prima a Pistoia e poi a Firenze, dove Caponnetto intraprese gli studi in Giurisprudenza. Nel 1954 entrò in Magistratura, iniziando la sua carriera presso la Pretura di Prato.
Gli anni più intensi e significativi della sua carriera furono quelli trascorsi a Palermo. Dal novembre 1983 al 1988 subentrò al giudice Rocco Chinnici, dopo l’attentato del 29 luglio 1983, assumendo la direzione dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.
Lo stesso Caponnetto, ricordando la notte del suo arrivo in città, disse: «Il primo impatto con Palermo lo ebbi di notte con il portone che si spalancò…». Il portone a cui si riferiva era quello della Caserma Cangialosi della Guardia di Finanza: la stessa che sarebbe diventata la sua casa durante tutto il suo periodo palermitano.
Palermo e il Pool Antimafia
Con il giudice Caponnetto si aprì una nuova fase nella lotta alla mafia: emerse la necessità di organizzare e coordinare il lavoro di Magistratura e Forze dell’Ordine, troppo spesso isolato e frammentato. Il 16 novembre 1983 nacque così il Pool Antimafia, composto da quattro magistrati esperti: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Di Lello e Leonardo Guarnotta.
Iniziò dunque la stagione palermitana delle grandi indagini, che portarono alla ricostruzione di centinaia di omicidi di stampo mafioso. Questa attività fu costellata di ostacoli e accompagnata da una forte campagna denigratoria: i giudici vennero etichettati come “nemici da combattere”, “clan del pool antimafia”, “giudici sceriffo”. Nonostante ciò, il lavoro del Pool non si fermò, e nel 1986 prese avvio il Maxiprocesso, con oltre 460 imputati per reati mafiosi.

Nell’Ordinanza del Maxiprocesso, il Consigliere Istruttore Caponnetto scrisse: «Questo è il processo all’organizzazione mafiosa denominata “Cosa nostra”, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e l’intimidazione, ha seminato e semina morte e terrore (…). La consumazione di reati contro il patrimonio, a opera della mafia, oggi più frequenti che nel passato, è la più chiara dimostrazione che questa organizzazione non ha mai avuto la finalità di proteggere i deboli e gli oppressi contro lo strapotere statuale ma, molto più cinicamente, quello di illecito arricchimento a fini esclusivi dei membri di Cosa nostra».
L’inizio di un nuovo percorso di legalità
Nel 1990 il giudice Caponnetto lasciò la toga per il pensionamento, aprendo una nuova fase del suo impegno per la legalità. Iniziò a viaggiare in tutta Italia, incontrando studenti e giovani nelle scuole, parlando di legalità e giustizia.
Indimenticabili furono le sue parole rivolte agli studenti dell’ITC Gortani: «Rifiutate i compromessi. Siate intransigenti sui valori. Convincete chi sbaglia. Rifiutate il metodo del “saperci fare”, questo vezzo italiano della furbizia. Non chiedete mai favori o raccomandazioni. La Costituzione e le leggi vi accordano dei diritti, sappiateli esigere. Chiedeteli, esigeteli, con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo che deve sorreggere tutta la vostra vita. Abbiate sempre rispetto della vostra dignità e difendetela. E votate in modo consapevole, non per ottenere vantaggi, né tantomeno per fare o ricambiare favori».
Una memoria che continua
Il giudice Antonino Caponnetto si spense a Firenze il 6 dicembre 2002, dopo una lunga malattia. Nel 2003, in sua memoria, la famiglia istituì la Fondazione Antonino Caponnetto, creata per proseguire la lotta alla mafia attraverso lo studio e l’analisi delle infiltrazioni mafiose in Italia e nel mondo. Un impegno nato per portare avanti l’opera di legalità e memoria di un giudice instancabile, che dedicò la propria vita alla divulgazione dei principi costituzionali e dei diritti inviolabili di ogni cittadino.
Di Ivana Costa


