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Dalla fantascienza distopica alla nostra realtà: déjà vu da “ipercontrollo”

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Non possiamo negare di avere la perenne sensazione, chi più, chi meno, di vivere un costante “déjà vu senza fine” di film catastrofici e di serie tv apocalittiche; scene viste fino a qualche settimana fa soltanto sugli schermi, adesso sono diventate terribilmente familiari: strade vuote, città fantasma, una pandemia in atto, un virus che corre veloce, gente barricata in casa; non manca davvero nessun ingrediente. Ma il Covid-19 non ha modificato soltanto l’aspetto delle nostre città e le nostre abitudini. Ha toccato anche un’altra sfera, quella più intima e più difficile da difendere, da sempre: la nostra privacy.

È di qualche settimana fa, infatti, la notizia che l’Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) ha autorizzato con una nota inviata al Ministero dell’Interno, dei Trasporti e della Giustizia l’utilizzo dei droni per controllare gli spostamenti dei cittadini per motivi di sicurezza e di salute. Siamo davanti a una deroga a quanto statuito nel Regolamento Enac, che ha autorizzato tutti gli Enti dello Stato previsti dall’art. 744 del codice della navigazione e delle polizie locali dei comuni italiani ad utilizzare i propri apr (sigla che sta per “aeromobile a pilotaggio remoto”) nell’ambito dell’emergenza sanitaria in atto fino al 3 aprile 2020 (ma molti comuni ne estenderanno l’utilizzo anche durante le festività pasquali). Una misura straordinaria, certo, in ragione della situazione di estrema gravità che il nostro Paese (e non solo) si sta trovando a fronteggiare, ma della quale non può negarsi l’invasività.

D’altra parte, l’Italia si è avvicinata sempre più al modello “coreano” per la limitazione dei contagi, e gli step che mancavano erano appunto due: controllare gli spostamenti dei cittadini coi droni (attuato con questa nota del 23 marzo scorso), ed estendere l’utilizzo dei dati di traffico telematico e telefonico ottenuti dai provider di internet; misura quest’ultima ancora non compiuta, ma che ha visto un primo embrione nell’azione della Regione Lombardia, la quale ha utilizzato i dati di spostamento registrati dalle celle di telefonia cellulare (dati che, però, sono anonimi).

Ed ecco che arriva, quella sensazione di deja vu: dove l’abbiamo già visto questo controllo così invasivo sulla vita delle persone, questo spiare continuo all’insaputa dei destinatari, questa violazione della sfera più intima?

Il pensiero non può che andare al celebre 1984 di George Orwell e al suo Big Brother, coi teleschermi perennemente accesi in tutte le abitazioni dei cittadini, che vengono controllati e spiati, creando quella sensazione perenne di poter essere visti e uditi in qualsiasi momento, una prigione sociale causa di pressione e oppressione psicologica. Un obiettivo, questo del controllo costante sulle vite degli altri, presente nel pensiero socio-antropologico già dalla fine del Settecento: siamo nel 1786, infatti, quando Jeremy Bentham immagina il cosiddetto Panopticon (dal greco pan, tutto e optikon, osservare), pensato come progetto di un carcere. Un edificio con pianta circolare dove ogni detenuto viene costantemente osservato e ogni cella è equidistante da una guardia posta al punto fisso della circonferenza:  il non conoscere il momento esatto nel quale si viene osservati, porterà i singoli detenuti a comportarsi sempre correttamente, proprio perché in qualunque momento si può essere visti e sorpresi a tenere comportamenti non consoni. Questa costante mancanza di certezza di essere totalmente da soli, avrebbe portato, a lungo andare, i detenuti a correggere le loro stesse attitudini “deviate” e a modificare in modo permanente il loro stile di vita.

Progetto mai attuato e rimasto soltanto sulla carta, il Panopticon porta con sé quel concetto di desiderio irrefrenabile di onniscienza intrinseca da parte dei governanti nei riguardi delle folle, per definizione informi e incontrollabili, che si trovano assoggettate e suggestionate da una guardia invisibile capace di distruggere alla base qualunque tentativo di difformità dal pensiero dominante in quel preciso momento storico. Ed ecco che arriva un altro deja vu: le numerose videocamere presenti nelle nostre strade, le piattaforme virtuali che ci localizzano, le webcam dei nostri computer (sì, proprio quella che in questo momento abbiamo di fronte a noi, nel nostro pc), non sono altro che la “proiezione moderna” del Panopticon? Possiamo essere osservati in qualunque momento, senza accorgercene. E questo può condizionare la nostra esistenza.

E se il mondo orwelliano può sembrarci lontano – ma forse ancora per poco – sicuramente meno assurda ci appare l’invasività delle tecnologie anzidette, peraltro comprovata già in diverse occasioni (pensiamo al caso delle webcam prodotte dall’azienda cinese Hangzhou Xiongmai Technology, ritirate dal mercato perché dotate di una falla di sistema attaccabile facilmente da hackers che si “introducevano” nelle case delle vittime) e portata sullo schermo da Netflix nella serie Black mirror (emblematico l’episodio della terza stagione Zitto e balla).

È lecito chiedersi cosa potrebbe accadere se le “alte sfere” iniziassero a trovarci davvero gusto in questa sorveglianza h24; se misure eccezionali giustificate da casi di emergenza diventassero, senza che ce ne accorgessimo, la normalità. Forse dobbiamo arrenderci al fatto che quel futuro distopico, che ci sembra così lontano e frutto soltanto di menti geniali di scrittori e registi, stia diventando realtà sotto i nostri occhi.


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Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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