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Adiós Maestro: Luís Sepúlveda se ne va, ma non morirà mai

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Ci sono delle giornate in cui il mondo si sveglia più povero. No, non c’entrano nulla stavolta crisi economiche o crolli finanziari. La mattina di giovedì 16 aprile è arrivata una notizia che non avremmo mai voluto leggere. Luís Sepúlveda se n’è andato per sempre, stroncato anche lui dal Covid-19. È morto presso l’ospedale di Oviedo dove era ricoverato da fine febbraio, nelle Asturie, in Spagna, dove viveva da qualche anno. Aveva 71 anni.

Il grande Maestro ci lascia un vuoto incolmabile. Viaggiatore instancabile, esule politico, ribelle, antifascista, combattente, mente inesauribile di magnifici scritti e racconti. Una vita piena quella di Sepúlveda, non facile, condita dalle iniziali militanze giovanili con il Partito Socialista Cileno che nel 1970 vide la meravigliosa ascesa alla presidenza del Paese Latinoamericano di Salvador Allende. Come finì l’esperienza socialista-democratica di Allende lo sappiamo tutti: distrutta da un golpe organizzato da Augusto Pinochet, colui che instaurerà in Cile una ferocissima dittatura, provocando oltre 30 mila desaparecidos.

Luís Sepúlveda ha vissuto sulla propria pelle gli orrori del regime fascista di Pinochet. Prima rinchiuso in una delle innumerevoli carceri appositamente create per i dissidenti politici, torturato, ed infine costretto alla fuga dal suo Paese natale. Perderà anche la cittadinanza, che gli verrà restituita decenni più tardi, a Madrid, dal Console cileno in persona. L’aneddoto viene raccontato nella prefazione di uno dei suoi ultimi libri, “Storie ribelli”, il quale ripercorre oltre quarant’anni di esilio, viaggi, esperienze intorno al mondo e lotta politica. Una lotta mai finita, neanche dall’altra parte del mondo, in Europa, quella che poi sarebbe diventata la sua seconda casa. Un combattente instancabile, che alle armi ha preferito le parole, gli ideali e la conoscenza di ciò che lo circondava, ovunque egli sia andato.

L’esilio forzato di Sepúlveda inizia nel 1977, dopo due anni e mezzo di carcere. Si unisce ad una missione UNESCO per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native. È in questo periodo che lo scrittore lavora alla sua prima grande opera, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Egli racconta un primo pezzo della sua intensa vita, descrivendo magnificamente i sette mesi trascorsi a stretto contatto con le popolazioni indigene della Foresta Amazzonica.

I suoi successivi lavori saranno spesso caratterizzati da una forte attenzione agli ultimi, agli emarginati, ai “diversi”. Mente brillante, occhi poggiati sul mondo e parole che hanno ispirato milioni di lettori. Questo, e non solo, era Luís Sepúlveda. Un uomo resiliente, che ha saputo sopravvivere – non solo fisicamente ma anche mentalmente – ad anni di crudele ed ingiusta prigionia, ad una dittatura feroce ed infame, alla privazione della propria identità, della propria casa, dei propri amici e dei propri familiari. Solo un nemico invisibile è riuscito a portarlo via; ma le sue idee, i suoi racconti e le sue avventure vivranno per sempre attraverso noi, suoi lettori ed immensi estimatori.

«Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso».

Chi scrive è particolarmente toccato dalla scomparsa del grande Maestro. Le sue parole, i suoi libri ed i suoi racconti mi hanno accompagnato in innumerevoli viaggi; negli ultimi anni Sepúlveda è stato per me enorme ed infinita fonte di ispirazione. Quasi cinque anni fa, uno dei miei migliori amici mi regalò per il mio compleanno un suo libro, “Le rose di Atacama”. Avevo naturalmente già sentito parlare di Luís Sepúlveda – chi di noi non conosce la splendida “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”? – ma non avevo ancora fatto i conti con l’impatto che quel libro avrebbe avuto sulla mia vita.

Già partendo dal titolo del libro, Le rose di Atacama, possiamo capire chi era veramente Sepúlveda, e di chi amasse scrivere. Una volta l’anno, il gigantesco e splendido deserto cileno di Atacama, si ricopre di migliaia di rose di un rosso intenso; uno sprazzo di vita in mezzo a tanta solitudine. Quelle rose, che spariscono nel giro di una notte, rappresentavano per lo scrittore i numerosi personaggi incontrati nei suoi tanti viaggi intorno al mondo; storie di esseri umani che hanno lasciato un segno indelebile nella vita di Luís Sepúlveda, e che, come rose in un deserto sono svaniti nel nulla, dimenticati dal mondo e dalla società, ma non da lui.

In questa raccolta di storie rimasi profondamente colpito dalle vicende di un chitarrista rock Cecosclovacco di nome Miki Volek. Se c’è una cosa che mi lega profondamente al grande scrittore, oltre alla passione per i viaggi, è l’amore per la musica. Sepúlveda conobbe Volek a Cordoba, in Argentina, nel 1967 durante un incontro della gioventù del Cono Sur. Egli era il frontman e chitarrista del gruppo cecoslovacco The Crazy Boys. Poco più tardi all’interno dello stadio di Cordoba Miki Volek intonò una poesia di un poeta di Praga chiamato Jan Palach. Il testo recitava: «Io oso perché/ tu osi perché/ egli osa perché/ noi osiamo perché/ voi osate perché/ essi non osano».

Un anno dopo la Cecoslovacchia fu invasa dalle truppe sovietiche, e la Primavera di Praga fu repressa nel sangue. Jan Palach, fedele ai suoi ideali immolò la propria vita dinanzi ai carri armati sovietici, mentre Miki Volek venne arrestato. Anni più tardi, nel 1971, Miki venne invitato ad un festival di musica a Valparaiso, in Cile, dove arrivò senza la sua chitarra requisita dal regime sovietico. Sepúlveda racconta che Miki, a fine concerto, ricevette un pacco proveniente da Montevideo. Aprendolo scoprì che al suo interno vi era una splendida Fender. Volek finì a fare il giardiniere ma non smise mai di cantare. Morì nel 1996, da solo, in miseria, in un palazzo abbandonato nella periferia di Praga. Non possedeva nulla, a parte la sua chitarra che sicuramente abbracciò negli ultimi istanti della sua vita. «Miki Volek è uno dei miei eroi del ‘68 e sono sicuro che prima di morire osò tirare fuori dalla Fender un paio di note allegre, irriverenti e trasgressive, perché i nobili musicisti rock come Miki se ne vanno, ma non muoiono mai.» (Luís Sepúlveda).

 
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Mattia Marino

Da sempre dalla parte dei più deboli, in difesa dei diritti umani, parte fondamentale ed integrante dei miei studi. Amo lo sport, il cinema indipendente e la musica.

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