Parliamo meno, pensiamo peggio: la lezione siciliana sulla parola

Parliamo meno, pensiamo peggio: la lezione siciliana sulla parola

La comunicazione oggi si basa su dei pilastri fondamentali: non dire troppo, non essere complessi, non essere lenti. La conseguenza è che pian piano stiamo perdendo le parole. In Sicilia la parola è memoria, cura e identità. Lingua, lentezza, proverbi e saggezza popolare che mancano al presente.


Viviamo in un’epoca guidata dalla rapidità: post consumabili in pochi secondi, contenuti che si autodistruggono, messaggi vocali in cui ci si scusa per “aver parlato troppo”, come se esprimersi fosse un disturbo. La conseguenza è che pian piano stiamo perdendo le parole, trascurando la possibilità di strutturare un lessico propedeutico ad una vita profonda e soprattutto ricca.

Le parole sono ponti: più sono solide, più lontano ci consentono di andare

La comunicazione ridotta all’osso rischia di impoverire non solo ciò che diciamo, ma anche ciò che pensiamo. È noto che ciò che non sappiamo nominare, non lo possiamo comunicare e difficilmente riusciamo a comprenderlo fino in fondo. La dittatura dell’immediatezza che ci domina sottopone il nostro linguaggio a tagli, compressioni e semplificazioni finendo per rinunciare a quella densità che rende la parola degna di essere espressa, la vita degna di essere raccontata.

Non si tratta di demonizzare la comunicazione rapida, che ha una sua funzione ed una sua bellezza. Il problema nasce quando diventa l’unica forma accettata. Quando ci abituiamo a vivere in segmenti e non più in profondità.

Parliamo meno, pensiamo peggio: la lezione siciliana sulla parola

La vita intima richiede uno spazio di dilatazione

Arricchire il proprio lessico significa anche concedersi una vita più lenta, più intima e più profondamente vissuta. È un invito a leggere con calma, lasciando che le parole sedimentino; ascoltare senza fretta, permettendo al non detto di emergere; dire senza paura di eccedere, per scegliere con cura le parole; abbracciare la lentezza usando il metronomo della propria anima.
La lentezza in tal senso non è mai improduttiva: è generativa. È proprio nel ritmo più disteso che riusciamo a comprendere noi stessi, a sentire davvero gli altri.

Imparare nuovi termini, riscoprire quelli caduti in disuso, scegliere di esprimersi con chiarezza e ricchezza lessicale non è solo un vezzo virtuosistico ma un modo per riconnettersi con l’umano desiderio di significato.

Psicologia del linguaggio: perchè le parole contano davvero

Nella prospettiva psicologica, il linguaggio non è solo veicolo della comunicazione, ma una lente attraverso la quale percepiamo la realtà. Nello specifico, nella psicologia cognitiva la qualità del nostro lessico influenza direttamente la qualità dei nostri pensieri.

Lev Vygotskij, uno dei più importanti psicologi dello sviluppo, sosteneva che il linguaggio non descrive soltanto il pensiero: lo costruisce. Un lessico povero riduce la capacità di nominare le emozioni, e quindi di riconoscerle. Un lessico ricco, invece, aumenta la chiarezza mentale, potenzia la regolazione emotiva e permette relazioni più intime e funzionali. Usare e conoscere le parole giuste, ci avvicina alla versione più autentica di noi stessi.

Riabilitare la complessità: dalla saggezza popolare alla mindfulness

Un vecchio proverbio siciliano recita: “A parola è comu u ventu : si nun sapi a direzioni, ti porta unni voli iddu”. La parola è come il vento: se non conosci la direzione, ti porta dove vuole lui. È un invito a maneggiare il linguaggio con precisione, consapevolezza, lucidità.

Ogni parola attiva uno stato emotivo. Ogni frase orienta una direzione. Poter scegliere che parole usare, essendo consapevoli degli effetti, offre la libertà di scegliere la realtà che vogliamo creare. La meditazione e le pratiche mindfulness si inseriscono naturalmente in questo discorso, perchè lavorano sulla stessa materia: la ripetizione di alcune espressioni “scelte” e l’attenzione. La mente che corre produce un linguaggio impulsivo, automatico, vago. Le neuroscienze, invece, confermano che le pratiche meditative, oltre agli innumerevoli benefici fisici, rafforzano le aree cerebrali coinvolte nella regolazione emotiva e alla consapevolezza.

Le parole affidate al vento

Esiste anche una forte natura rituale della parola, a metà fra il paganesimo e la preghiera come, ad esempio, quello delle prefiche siciliane (chiantatrici o vuciatrici) alle quali veniva affidata la voce del dolore. Le loro parole, tramandate esclusivamente per via orale, trasformavano la sofferenza del singolo in una forma collettiva e condivisa, accompagnando i defunti nel cordoglio durante i funerali con canti e grida ammalianti e volutamente teatrali. Antonio Buttitta, antropologo bagherese, scriveva a tal proposito che la lamentazione era “una drammatizzazione necassaria del lutto”. Non rappresenta un evento, ma lo produce culturalmente perchè senza il lamento delle chiantatrici non si strutturerebbe il caos della morte.

La parola funebre è normata, ripetitiva e socialmente autorizzata e senza di questa, il passaggio dalla vita alla morte restrebbe incompiuto. Giuseppe Pitrè a tal proposito , documenta che le formule recitate, tutte esclusivamente in linguaggio arcaico, sono efficaci perchè il testo non è mai modificato, perchè spesso incomprensibile razionalmente e perchè scandito da tempi precisi. Si crea, per l’appunto, un ordine laddove lo sconforto ed il caos prenderebbero il sopravvento, creando un controllo simbolico dell’evento mortale.

Parliamo meno, pensiamo peggio: la lezione siciliana sulla parola

Seguivano poi le altre voci, sempre donne ma, che salivano sui monti per piangere i propri cari ed affidare al vento il loro pianto, non per professione ma per esigenza. Quasi sempre al tramonto, “buttavano voci al vento” per riempire quel vuoto che l’assenza del defunto aveva lasciato, senza chiedere il permesso alla religione o alla società, provando a collegare il mondo terreno a quello dell’altrove, perchè il dolore fosse espresso per essere curato. Leonardo Sciascia, in“Occhio di capra”( uno dei suoi testi meno noti pubblicato nel 1984 come raccolta di appunti, proverbi, formule ed osservazioni sulla cultura popolare siciliana) mostra come formule, detti ed invocazioni, anche se derogati, offrono un controllo simbolico della realtà, definendo la parola popolare sempre ironica, ambigua e soprattutto mai innocente.

Dalla nenia all’abbanniata, la voce della tradizione che serve al richiamo

Dal canto sussurrato, alle urla dei venditori nei mercati, i siciliani hanno sempre riconosciuto il potere invocatore delle parole. Che si tratti delle nenie, ninne nanne rivolte agli infanti funzionali alla protezione, alle urla per certi versi triviali degli abbanniatori che chiamano gli acquirenti, la voce della tradizione si stabilisce come strumento atto ad attirare forze ed energie irresistibili, simili ai canti delle sirene.

Come le più solenni composizioni musicali, le abbanniate presentano delle caratteristiche specifiche: allungamento delle vocali, per far arrivare la voce più lontano; uso di ripetizioni e rime, per imprimere il messaggio nell’orecchio del passante; cantilene ritmiche che le rendono simili a strofe musicali.

Si può riscontrare questa correlazione grazie al fondamentale contributo di Alberto Favara, docente del conservatorio di Palermo e fondatore dell’etnomusicologia siciliana che nel suo “Corpus di musiche popolari siciliane” raccoglie tra il 1902 ed il 1905 oltre 1090 canti popolari da tutte le province siciliane e da vari contesti di vita quotidiana. In questa raccolta, si ritrovano similarmente le nenie infantili di ambito domestico, che con melodie monotone ed oscillanti servivano sì all’addormentamento del bambino, ma avevano anche una funzione protettiva. Una voce apotropaica, di allontanamento dal malocchio e da quelle che venivano considerate più generalmente “cose tinte”, come un vero scudo sonoro.

Un ritorno, a passo lento, alla parola dei nonni

Che sia per amore della nostra terra, della famiglia o di noi stessi, dovremmo tutti tenere a mente che riconoscere e riscoprire la nostra lingua è un atto dovuto e necessario.

Forse alla fine, tutto quello che cerchiamo oggi nei manuali di psicologia, nelle pratiche di meditazione sul tubo, nei corsi di comunicazione consapevole, i nostri nonni lo sapevano già. Non avevano studi neurocognitivi e nemmeno neologismi anglosassoni, ma avevano tempo, la capacità di “stare”. Saper dire era necessario per la sopravvivenza. Avevano narrazioni che venivano dal passato, verità che emergevano dalla terra. Conoscevano l’importanza dell’ascolto e la voglia di imparare senza fretta. Di condividere, di esplorare, senza per forza dover prendere un aereo. Riconoscevano il valore sacro della parola, che trova il suo compimento solo se viene ascoltata, se trova un orecchio pronto ad accoglierla.

Noi oggi abbiamo perso quella lentezza. Quella disponibilità all’attenzione, a perdersi prima, per trovarsi dopo, un po’di più. Come quando si sfoglia un dizionario o si appuntano frasi su un foglio, che per arrivare ad una parola, ci si imbatte in altre dieci che non stavi cercando. Come quando chiedi a tua nonna la ricetta della caponata e lei comincia a raccontare di quando era bambina. Che ai suoi tempi le cose erano diverse. Di non accontentarsi del minimo, ma di dare voce alla sfumature. Di imparare la vita dai proverbi degli anziani. Forse, dovremmo solo rivolgere lo sguardo, o per meglio dire, un ascolto a quel passato. Fare qualche passo verso quella direzione. Un passo, possibilmente lento, verso la parola casa.

di Veronica Cappellini

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