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La mascherina, simbolo dell’anno: la lunga storia fra scienza e trasformazioni

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La mascherina è diventata il simbolo dell’emergenza epidemiologica che stiamo attraversando, ma il suo uso risale all’antichità ed è costellato di importanti eventi storici.


Il tema della mascherina, quest’anno, è entrato a gamba tesa anche nel nostro Paese. Se fino a qualche mese fa il suo uso era legato esclusivamente all’ambito medico o riferito a lavori con rischio di inalazione di polveri o agenti chimici nocivi per la salute, a seguito della pandemia la mascherina diventa un accessorio necessario e, in molti casi, obbligatorio, emblema del periodo emergenziale che stiamo vivendo.

L’introduzione delle norme anticontagio, come sappiamo, non sono state accolte positivamente da tutti: i più diffidenti e poco propensi al suo utilizzo ne hanno stigmatizzato la portata, riducendola a casi strettamente indispensabili; dall’altro lato, chi ne ha colto l’importanza per la propria sicurezza e quella altrui è riuscito a farne anche un elemento di moda. Al di là del significato strumentale o estetico che se ne dia, la mascherina porta con sé una storia antica, la cui costruzione è pregna di eventi e di memoria culturale.

La necessità di proteggere la propria salute dal pericolo di respirare aria inquinata da polveri nocive o batteri è un’usanza che risale fin dall’antichità. Una prima testimonianza la si attribuisce a Plinio Il Vecchio che, nel suo “Naturalis historia”¸descrive l’uso di una membrana protettiva, prodotta con vescica morbida di animale, da parte di lavoratori a contatto con polveri dannose per la salute. In particolare lo scrittore latino fa riferimento al minio, un minerale – ossido di piombo – utilizzato nelle officine o come pigmento per la pittura. «Qui minium in officinis poliunt, faciem laxis vesicis inligant, ne in respirando pernicialem pulverem trahant et tamen super illas spectent», ovvero “quelli che lucidano il minio nelle officine, legano il viso con vesciche morbide, per non assorbire col respirare la polvere dannosa e tuttavia vedere al di sopra di quelle” [Naturalis historia, Libro XXXIII].

Durante il corso della storia sono presenti altri riferimenti che possono farci comprendere come l’esigenza di salvaguardia della salute attraverso l’uso di dispositivi individuali sia stata riconosciuta indispensabile in certe situazioni e in certi momenti storici. Fino al XVII secolo la produzione era stata casalinga e semplicistica: per lo più si trattava di panni di stoffa a protezione delle vie respiratorie.

Certamente l’evento emblematico nell’immaginario comune è legato alla diffusione in Europa della peste nera nel XVII secolo e all’uso delle insolite e macabre mascherine a forma di becco. I cosiddetti medici della peste erano soliti vestirsi con lunghi abiti, stivali, guanti in pelle, cappello, bastone – che serviva a esaminare i pazienti senza toccarli e, eventualmente, ad allontanarli – e con indosso particolari maschere, la cui descrizione è affidata a colui, si pensa, ne sia stato l’inventore: il medico francese Charles de Lorme.

Le maschere della peste nera, o dal naso adunco, presentavano due fori in coincidenza degli occhi, protetti da possibili contagi dall’utilizzo di lenti di vetro, e altri due in coincidenza delle narici, piccoli e sufficienti per respirare. All’interno del becco, lungo all’incirca una ventina di centimetri, venivano poste un miscuglio di erbe profumate, come la lavanda, il timo, la menta e, quasi sempre, conteneva anche delle spugne impregnate di aceto. Il loro utilizzo è da ricondurre all’idea errata della teoria miasmatico-umorale, secondo cui la malattia si propaga attraverso la diffusione nell’aria dei miasmi, particelle tossiche e di cattivo odore, prodotte da fattori ambientali come acque contaminate o scarse condizioni igieniche, che riuscivano, a seguito di inalazione, a contagiare l’uomo.

Per le prime mascherine di tipo chirurgico si deve aspettare la seconda metà dell’Ottocento. La rivoluzione scientifica e la ricerca in campo medico hanno permesso di superare teorie non sperimentali e approdare a scoperte che, ancora oggi, sono alla base del nostro sistema sanitario: si arrivò così a studiare il contagio di agenti patogeni di origine batterica o virale per via diretta o indiretta. È da questo momento che l’utilizzo della mascherina inizia a essere pensato non solo per proteggere chi la indossa, ma anche per tutelare il paziente ed evitare la contaminazione dell’ambiente circostante: le mascherine chirurgiche diventano a tutti gli effetti dispositivi medici obbligatori.

La sua evoluzione compositiva dal semplice strato di stoffa all’uso di diversi strati di garza, dall’aggiunta del cotone fino ad arrivare alle moderne mascherine con diversa capacità filtrante, ha accompagnato secoli di epidemie e guerre: la peste in Manciuria, la Grande Guerra e la febbre spagnola, la SARS, oggi il Covid-19, senza mai dimenticare, di nuovo, il suo utilizzo in tutte quelle situazioni in cui la protezione dalle polveri sottili rimane necessaria, prima fra tutti lo smog.

A tal proposito, i paesi asiatici ne hanno fatto un accessorio quotidiano, il cui uso – largamente accettato – è il risultato di una campagna realizzata dai governi al fine di proteggere la salute dall’eccessivo inquinamento. Giornalmente, infatti, i canali di informazione registrano la quantità e il livello delle polveri presenti nell’aria in modo tale da permettere al cittadino di indossare consapevolmente la mascherina. La naturale diffusione del suo utilizzo è diventata una delle tante regole del bon ton asiatico: coprirsi la bocca è sintomo di rispetto e di educazione.

Resa dunque simbolo della cultura asiatica, le nuove generazioni hanno trasformato la mascherina in un accessorio di moda, la cui finalità non è soltanto quella di salvaguardare la propria salute, ma anche quella di comunicare consolidati aspetti di vita sociale: il desiderio di non essere disturbati o passare inosservati. Riconosciuta come icona di stile in città importanti come Tokyo o Seoul, i brand di moda già da anni ne offrono diversi modelli, da Gucci a Nike, da Prada a H&M: durante la Tokyo fashion week la sfilata di mascherine diventa un mix di stile e arte contemporanea.

In generale, in un periodo caratterizzato da drastici cambiamenti climatici, aumento dell’inquinamento atmosferico e diffusione di microrganismi patogeni, indossare la mascherina dovrebbe diventare un gesto quotidiano. Al suo uso, inoltre, bisognerebbe accompagnare l’impegno nel migliorare il nostro stile di vita affinché il nostro pianeta ne possa risentire il meno possibile e, così, anche la nostra salute.


 
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Mariangela Pullara

Mariangela Pullara

Agrigentina, ma palermitana di adozione. Cresciuta a pasta e libri: la Fenomenologia dello Spirito di Hegel e lo Statuto dei lavoratori sono i miei romanzi preferiti.

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