Asse franco-tedesco, il motore europeo è imballato

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Il cuore europeo, l’asse franco-tedesco, è in forte crisi economica e politica: il motore europeo è imballato. Analizziamo il quadro di riferimento.


L’andamento economico della Germania è in rallentamento da oltre un anno; la novità di queste settimane è costituita dai nodi di finanza pubblica che stanno venendo al pettine in Francia. La situazione è complessa, poiché il motore franco-tedesco è imballato. Il relativo asse, infatti, non solo non traina l’economia europea ma, al contrario, la rallenta.

La componente tedesca dell’asse

Scendendo nel dettaglio, e partendo dalla Germania, le cattive notizie sono in continua crescita. Innanzitutto, il clima di fiducia delle imprese continua la sua discesa. L’indice IFO, infatti, ha continuato il suo calo nel mese di novembre, toccando il minimo di 85,7 punti dagli 86,5 punti di ottobre. Il dato mostra un peggioramento sia nel settore manifatturiero, sia in quello dei servizi, sia nel settore dell’edilizia, con un lieve miglioramento soltanto nel settore del commercio.

Notizie migliori non arrivano dai dati forniti dall’Istituto di Statistica tedesco Destatis. L’ultima pubblicazione sull’andamento dei prezzi mostra un lieve aumento e non il rallentamento previsto. L’inflazione è passata dal 2% del mese di ottobre al 2,2% del mese di novembre. Anche l’inflazione di fondo è cresciuta, passando dal 2,9% di ottobre al 3% di novembre. Una dinamica di questo tipo rende possibile un andamento in crescita per la fase finale dell’anno e per l’inizio del prossimo anno, con un raggiungimento dell’obiettivo del 2% soltanto a 2025 inoltrato. 

L’andamento economico recessivo ha avuto un impatto limitato sull’occupazione, come pubblicato da Destatis, con una crescita degli occupati di 103.000 unità fra il mese di settembre e il mese di ottobre. Anche il tasso di disoccupazione è calato su settembre di 10.000 unità. Naturalmente, le notizie sopravvenute in queste settimane sui tagli ai posti di lavoro, in particolare nel settore dell’automobile, dispiegheranno i propri effetti soltanto nei mesi a venire, rendendo il quadro meno confortante.

Anche il prodotto interno lordo del terzo trimestre aggiustato per il calendario ha registrato un lieve aumento dello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Su base annuale, però, rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, si è registrata una diminuzione dello 0,3%.

La componente francese dell’asse

Il malato d’Europa allo stato attuale non è però, nonostante i dati preoccupanti, la Germania. Il Paese le cui finanze pubbliche sono fonte di forte preoccupazione è la Francia. I conti pubblici transalpini, infatti, sembrano essere fuori controllo: il deficit ha sfondato il 6% nel rapporto con il pil e il debito ha raggiunto una dimensione pari al 112% sul pil. 

Per mettere un freno alla crescita della spesa, il Governo Barnier aveva delineato una manovra monstre nell’ordine di 60 mld di euro composti circa da 40 mld di tagli alla spesa e 20 mld di nuove tasse. L’utilizzo del paragrafo 3 dell’articolo 49 della Costituzione francese – che evita un passaggio parlamentare della manovra – ha comportato l’indizione di un voto di fiducia sul Governo che ha visto prevalere i voti contrari. 

La fibrillazione del Governo ha provocato quello che in molti temevano: lo spread fra i decennali francesi (OAT) e gli equivalenti tedeschi (Bund) si è via via allargato, toccando gli 88 punti base nella giornata di lunedì 4 dicembre, il massimo differenziale dagli 85 punti di agosto del 2012, per poi ridursi e tornare al di sotto degli 80 punti, probabilmente anche grazie ad un intervento sul mercato della Banca Centrale Europea (BCE). 

A rendere ancora maggiore il rischio del Paese agli occhi degli investitori internazionali è l’attuale stallo politico e la difficoltà nel trovare una maggioranza che sostenga anche con una “non fiducia” un nuovo Governo che si troverà, fra i primi atti cui dovere far fronte, la patata bollente di redigere una nuova legge di bilancio che riporti a un livello adeguato i conti pubblici francesi.

A peggiorare il quadro è l’andamento dell’inflazione francese, che mostra una crescita moderata dell’1,3%, ben al di sotto della media europea. Una inflazione così bassa non permette una fuoriuscita dall’indebitamento attraverso la scorciatoia inflattiva: un debito a tasso fisso in fasi di forte inflazione tende a ridursi in termini reali, rendendo più facile al debitore onorarne il peso. 

Il quadro internazionale e comunitario

L’ultimo enorme problema per i due Paesi centroeuropei è il quadro internazionale che si sta via via delineando. Al netto dell’accordo raggiunto di recente fra Unione e l’area di libero scambio sudamericana, il Mercosur, la cui ratifica è appesa a un filo per la contrarietà di alcuni Stati membri, sullo scenario globale continua a rafforzarsi la tendenza a una risacca della globalizzazione.

Lo scontro tra Russia e Occidente col suo corollario di sanzioni commerciali ha scavato uno dei solchi principali. In aggiunta, i dazi europei applicati al settore delle auto elettriche prodotte in Cina, quelli imposti dall’Amministrazione Trump sulle merci cinesi (mai abrogate dall’Amministrazione successiva), la minaccia del futuro Presidente americano di porre una tariffa pari al 20% su tutte le importazioni comprese quelle europee, mostrano come l’età dell’oro della globalizzazione sia al suo tramonto.

L’UE in questi anni non ha saputo riposizionarsi di fronte a questa nuova sfida; al contrario, alcuni Stati membri, fra cui la Germania, continuano a sostenere ricette tipiche di una crescita export-led trainata da una domanda globale sempre più flebile e incerta. In questo quadro globale, sarebbe sempre di maggiore necessità una nuova linea di politica economica che privilegi un rafforzamento del mercato interno con investimenti e sostegno ai consumi con un adeguato sostegno della leva fiscale.

L’impatto delle regole di bilancio

Le nuove regole di bilancio europeo non permettono una svolta simile, al contrario ne minano le fondamenta. Costringere lo Stato francese a una “cura da cavallo” da 60 mld per ripianare parzialmente il disavanzo pubblico, consegnando il Paese a una probabile dura recessione, è l’anticamera di un autogol che potrebbe rischiare di consegnare la guida della seconda economia europea a forze anti-sistema, con un rischio anche per la stabilità e la costruzione europea.

Se una politica fiscale di questo tipo a livello nazionale continuasse a essere limitata dalle regole fiscali europee si renderebbe necessaria una enorme supplenza da parte delle Istituzioni europee. Si dovrebbe costruire un nuovo stimolo fiscale federale, simile a quello promosso per il Next Generation EU, ma di dimensioni ancor più ragguardevoli, che, oltre a stimolare le economie europee, contribuisca a disegnare lo sviluppo europeo per il secolo corrente. 

Anche la BCE, infine, dovrebbe fare la sua parte, allentando in questa fase la politica monetaria restrittiva per permettere agli investimenti privati di respirare anche per contrastare la recessione in arrivo. Il tempo stringe. Il quadro economico europeo continua a peggiorare, il quadro politico internazionale tende sempre più a una nuova ondata protezionista, la popolazione aumenta la sua sofferenza e i rischi per la costruzione europea sono sempre più forti.

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