In Italia hai solo 12 mesi per denunciare uno stupro

In Italia hai solo 12 mesi per denunciare uno stupro

Nel mese dei buoni propositi, ci rendiamo conto di quanto un anno passi in fretta, quante cose cambiano e come altre restino esattamente immobili. Nel mese dei buoni propositi, ci chiediamo se 12 mesi possano davvero bastare per denunciare uno stupro.


Dicembre è il mese dei buoni propositi, facciamo i conti di ciò che ci siamo lasciati alle spalle e promettiamo di migliorarci dopo la mezzanotte dell’ultimo giorno. Facciamo promesse leggere, ma realizzabili: iscriversi in palestra, mangiare più verdure, mettere ordine nella vita. Eppure, basta arrivare a febbraio perché quei propositi, così ben confezionati, inizino a sfaldarsi sotto il peso di giornate sempre uguali. Nessuna tragedia: ci si scherza su, si dice “Ci riproverò l’anno prossimo”, e si va avanti. Ma se il prossimo anno non potessimo più riprovarci? Se le promesse di una vita migliore avessero una data di scadenza?

Purtroppo, per qualcosa di molto più importante di un proposito mancato una scadenza c’è. In Italia abbiamo una scadenza che pesa come una condanna e segna per sempre la vita delle vittime: 12 mesi. Un solo anno per denunciare uno stupro.

Sembra assurdo, ma è così: secondo la legge italiana, una persona che subisce violenza sessuale ha 365 giorni per decidere di affrontare il calvario di una denuncia. Un anno per elaborare il trauma, vincere la paura, sopportare il peso dello stigma, superare i sensi di colpa che la società, ancora oggi, scarica sulle spalle delle vittime.

È facile, troppo facile, dire che un anno è sufficiente. Ma chi lo dice non ha mai dovuto svegliarsi nel cuore della notte con un ricordo che ti stringe la gola, non ha mai dovuto spiegare a uno sconosciuto – giudice, avvocato, poliziotto – i dettagli più intimi e dolorosi di un trauma. Non ha mai dovuto combattere contro il tempo che scorre, sapendo che ogni giorno che passa è un giorno in meno per avere giustizia.

Il tempo è un concetto strano: scorre in fretta quando si tratta di rispettare una scadenza, ma si dilata all’infinito quando si tratta di guarire una ferita. Dodici mesi non bastano per ricostruirsi, per trovare il coraggio di parlare, per sentirsi abbastanza forti da affrontare un sistema che spesso tratta le vittime come colpevoli. Ma dodici mesi sono tutto ciò che la legge offre.

Eppure, ci sono ferite che non si rimarginano mai del tutto. Non importa quanto tempo passi: il dolore resta, e con esso il bisogno di giustizia. Ma lo Stato italiano, nel suo cinismo burocratico, impone di chiudere il capitolo in un tempo limitato, come se fosse una pratica amministrativa. Come se denunciare uno stupro fosse una semplice formalità, e non una lotta quotidiana contro i propri demoni e contro un sistema che spesso è più incline a proteggere i colpevoli che le vittime.

Pensiamo a quanta indulgenza e tempo ci concediamo per tutti quei buoni propositi non rispettati: gli abbonamenti in palestra mai usati, le diete fallite dopo una settimana, i corsi iniziati e mai finiti. Tutti quei propositi di inizio anno che svaniscono senza conseguenze. Nessuno ci giudica davvero per queste mancanze, nessuno ci impone una scadenza. Eppure, quando si tratta di uno stupro, la società e la legge pretendono velocità e determinazione. Pretendono che una vittima superi la paura e agisca in fretta, come se fosse facile.

Ma denunciare uno stupro non è solo una promessa da mantenere per migliorare la propria vita. È una battaglia contro un sistema che, nonostante le apparenze, continua a essere ostile nei confronti delle vittime. E ogni giorno che passa senza giustizia è un giorno in più in cui la violenza viene normalizzata.

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