“Free Palestine”: due parole che in Italia ti costano il lavoro
Tredici lettere, un licenziamento: alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 dire “Free Palestine” costa il lavoro. Neutralità o controllo del dissenso?
Due parole. Tredici lettere. Un posto di lavoro perduto.
Ali Mohamed Hassan lavorava in uno store ufficiale delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, al Cortina Sliding Centre. Il 13 febbraio, un gruppo di tifosi israeliani entra nel negozio brandendo bandiere. Lui dice: «Free Palestine». Una dei presenti lo riprende con lo smartphone e lo sfida: «Dillo di nuovo». E lui lo ridice. Ancora. E ancora. Tredici lettere, ripetute con una calma che evidentemente qualcuno non era disposto a sopportare.
L’ONG statunitense StopAntisemitism interviene, segnala pubblicamente, chiede provvedimenti. La Fondazione Milano Cortina 2026 risponde in poche ore con una nota d’ufficio che è una piccola opera del genere: «Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali mentre svolge le proprie mansioni». Hassan viene allontanato dal turno e, secondo diverse fonti, licenziato. La Fondazione preferisce il termine “sostituito sul turno e sensibilizzato”. Sensibilizzato. Come se avesse dimenticato di mettere il cartellino e non di aver pronunciato le parole sbagliate davanti alle persone sbagliate.
Il meccanismo è talmente collaudato da annoiare, se non fosse che ogni volta lascia qualcuno senza stipendio. Un lavoratore viene filmato in un contesto già teso, provocato esplicitamente a ripetersi (“dillo di nuovo” è una regia, non una domanda) il video viene diffuso dai canali giusti, parte la macchina della pressione, e l’azienda o l’ente coinvolto esegue. Veloce, indolore, pulito. Nessun manganello. Basta un regolamento interno e la parola magica: ”inappropriato”. Il contenuto dell’opinione non viene mai davvero discusso. Non si argomenta, non si pondera, non si bilancia. Si punisce. E si va avanti.
“Free Palestine”! Uno scenario già visto con esito differente a meno di 1 anno di distanza
Eppure questo schema ha già un precedente con sentenza. Il 4 maggio 2025, al Teatro alla Scala di Milano, una maschera a tempo determinato urla “Palestina libera” prima di un concerto privato, alla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il Teatro la licenzia seduta stante per “giusta causa”: violazione del vincolo di fiducia e “danno d’immagine”. La lavoratrice impugna il licenziamento con il sindacato Cub. A novembre 2025, il Tribunale del Lavoro di Milano emette la sentenza: licenziamento illegittimo, reintegro delle mensilità arretrate. In altre parole, il giudice stabilisce che “Palestina libera” è una legittima espressione di opinione politica, non una bomba molotov verbale. Ma la sentenza non ferma niente. Sei mesi dopo, a Cortina, si ricomincia da capo con la stessa sceneggiatura.

La democrazia vacilla se bisogna temere un’opinione
Quando un’opinione, anche controversa, anche divisiva, viene sanzionata in modo esemplare per ragioni di “immagine” o “opportunità”, si attiva un meccanismo che ricorda alcuni tratti delle realtà autoritarie: il controllo del linguaggio, la gestione centralizzata del discorso pubblico, la punizione come deterrente.
Le realtà autoritarie non si riconoscono solo nella repressione violenta o nella censura di Stato conclamata; si riconoscono anche in forme più sottili di disciplinamento. Michel Foucault parlava di “microfisica del potere”: il potere non si manifesta soltanto dall’alto, ma attraversa istituzioni, regolamenti, contratti di lavoro, codici etici. È un potere che produce autocensura prima ancora che sanzione.
Quando un’istituzione reagisce a una presa di posizione con il licenziamento, il messaggio non è rivolto solo a chi ha parlato, ma a tutti gli altri. È un segnale disciplinare: qui certe parole non si dicono. E questo meccanismo (la produzione di un perimetro invisibile del dicibile) è uno dei segnali più tipici dei sistemi che tendono al controllo.

La domanda allora potrebbe non essere se viviamo in un regime autoritario, ma quanto siamo disposti ad accettare che la tutela dell’immagine prevalga sulla libertà individuale. Abbiamo degli anticorpi democratici che potremmo attivare? La libertà di parola non è un valore astratto: è una pratica quotidiana che si misura proprio nei casi scomodi. E ogni volta che un’opinione viene punita, anche in nome della neutralità, vale la pena interrogarsi su chi decide cosa può essere detto e a quale prezzo.
La neutralità che camuffa l’asservimento
C’è qualcosa di surreale nell’invocare la neutralità olimpica per giustificare questi provvedimenti, e basterebbe un secondo di memoria per vederla. La Russia e la Bielorussia sono escluse dai Giochi per la guerra in Ucraina. Israele, nonostante Gaza, sfila con la propria bandiera, gareggia, sente il proprio inno. Questa asimmetria non è una svista procedurale: è una scelta politica dichiarata, vestita da neutralità. Un dipendente che sussurra “Free Palestine” in uno store di souvenir viene “sensibilizzato”. Un intero Paese che conduce operazioni militari documentate da corti internazionali viene invitato alla cerimonia d’apertura. Ma sicuro: niente politica sul posto di lavoro.

L’articolo 1 della nostra Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Il lavoro, evidentemente, include anche la disponibilità a lasciare fuori dalla porta le proprie opinioni su genocidi in corso nel momento in cui si indossa una divisa olimpica. Non è una posizione nuova. È la stessa logica che vorrebbe i lavoratori come appendici neutre di un marchio, esecutori silenziosi di un’immagine aziendale, corpi senza coscienza politica. Il punto non è se Hassan abbia seguito il protocollo. Il punto è che cosa racconta di noi un sistema in cui “Palestina libera” è causa di licenziamento e sventolare bandiere davanti al personale non lo è.
Solidarietà per Ali Mohamed Hassan
La macchina della solidarietà dal basso si è attivata in poche ore: migliaia di messaggi di sostegno, proposte di raccolta fondi, offerte di assistenza legale. È la stessa macchina che aveva sostenuto la maschera della Scala. È forse l’unica risposta che funziona davvero, in un momento in cui le istituzioni sembrano aver scelto che parte stare molto prima che la telecamera si accendesse. Nel corpo della società, intanto, si discute di progetti di legge per vietare le manifestazioni pro-Palestina. Si discute di Francesca Albanese, relatrice ONU sottoposta a sanzioni americane per aver fatto nomi e cognomi di chi dal conflitto trae profitto. Si discute di quanto spazio rimanga, per chi vuole ancora dirlo ad alta voce.
Due parole. Tredici lettere. Abbiamo deciso che costano troppo.


