Francesca Albanese: la voce che sfida il silenzio sul genocidio di Gaza

Francesca Albanese: la voce che sfida il silenzio sul genocidio di Gaza

“Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio”: il nuovo rapporto di Francesca Albanese denuncia la complicità aziendale e accademica occidentale nel sistema israeliano di occupazione e sterminio dei territori e della popolazione Palestinese. I profitti di un genocidio.


Francesca Albanese, giurista italiana e relatrice speciale delle Nazioni Unite, è diventata il simbolo della denuncia internazionale contro le atrocità commesse a Gaza. La sua voce, ferma e documentata, ha scosso le istituzioni globali, ma ha anche attirato su di sé una serie di minacce e sanzioni senza precedenti.

Il rapporto che ha scatenato la tempesta

Il 3 luglio 2025, Albanese ha presentato al Consiglio ONU per i Diritti Umani il rapporto “From Economy of Occupation to Economy of Genocide”. Nel sommario che ne sintetizza i contenuti è spiegato:

«Questo rapporto indaga i meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati. Mentre i leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana di occupazione illegale, apartheid e ora genocidio. La complicità denunciata da questo rapporto è solo la punta dell’iceberg; porvi fine non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Questo è un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso».

Il rapporto denuncia, in particolare, il coinvolgimento di oltre 60 multinazionali produttori di armi, aziende tecnologiche, assicurazioni, imprese estrattive e università – tra cui Lockheed Martin, Microsoft, Amazon e Caterpillar – nel sostegno diretto o indiretto all’offensiva israeliana su Gaza. Il documento parla di un genocidio redditizio, alimentato da interessi economici globali che traggono profitto dalla distruzione della Striscia di Gaza, che traggono quindi profitto dal massacro. 

«Dietro il genocidio – ha dichiarato Albanese – esiste una rete di complicità che alimenta la violenza: chi fornisce armi, tecnologia, cemento, fondi, chi firma contratti, chi investe in start-up legate alla sicurezza, chi offre legittimità accademica o diplomatica. È una catena di profitto globale che attraversa Stati Uniti, Europa e Israele».

Nel rapporto si ricorda che anche la Corte Internazionale di Giustizia, in più occasioni, ha riconosciuto verosimile che a Gaza sia in corso un genocidio, disponendo misure cautelari mai rispettate da Israele. Nonostante ciò, sottolinea Albanese, nulla è stato fatto per bloccare le forniture d’armi, né per sospendere gli accordi commerciali con Tel Aviv.

Le sanzioni USA e le intimidazioni

In risposta al rapporto, il segretario di Stato USA Marco Rubio ha annunciato sanzioni economiche e il divieto di ingresso negli Stati Uniti per Albanese, accusandola di «pressioni illegittime» sulla Corte Penale Internazionale. Ma le pressioni non si sono fermate qui: Albanese ha dichiarato di ricevere minacce di morte, campagne diffamatorie e intimidazioni anche contro i suoi familiari.

Durante l’intervista condotta da Corrado Formigli ha confessato: «Per la prima volta ho paura. Ma continuerò a parlare. Il mio compito è dire la verità e difendere la dignità umana, anche quando fa comodo ignorarla».

Il Comitato di coordinamento delle procedure speciali dell’ONU ha condannato le sanzioni statunitensi, affermando che «documentare e denunciare le gravi violazioni del diritto internazionale umanitario dovrebbe essere sostenuto dagli Stati, non sanzionato». Anche il presidente del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, Jürg Lauber, ha espresso rammarico per la decisione di Washington.

Nel frattempo, la società civile si mobilita: una petizione per candidare Francesca Albanese al Premio Nobel per la Pace ha raccolto oltre 35.000 firme in pochi giorni.

Un genocidio sotto gli occhi del mondo

Il suo lavoro ha contribuito a portare alla luce dati agghiaccianti: in sei settimane, 798 civili sono stati uccisi nei pressi dei centri di distribuzione di aiuti a Gaza, tra cui centinaia di bambini. Il 94% degli ospedali è distrutto o danneggiato, e la popolazione è costretta a scegliere tra morire di fame o sotto le bombe.

Come ha ribadito la stessa Albanese: «il crimine di genocidio è la distruzione deliberata totale o parziale di un gruppo in quanto tale. Non contano i mezzi, che siano camere a gas, macete o droni. Non conta. È l’intento ciò che conta. Uccidere, torturare, affamare, spezzare mentalmente o fisicamente, infliggere condizioni di vita intollerabili intenzionalmente a un gruppo allo scopo di distruggerlo è genocidio. A Gaza Israele ha ucciso con bombe e proiettili e droni quasi 60.000 persone, tra cui oltre 16.000 bambini. Ha raso al suolo case, scuole, chiese, ospedali, reti idriche, campi agricoli, pure cimiteri. Potrebbero essere 300.000 i morti di fame, malattie, ferite non curate, stenti. Ha torturato prigionieri, anche medici e giornalisti, alcuni stuprati, pure con cani e bastoni. Troppi sono morti così nelle prigioni israeliane».

Francesca Albanese rappresenta oggi una delle voci più coraggiose e isolate nella denuncia del genocidio palestinese. Le minacce e le sanzioni non hanno fermato il suo impegno, ma hanno rivelato quanto sia scomoda la verità quando tocca interessi potenti. Il suo appello è chiaro: «I genocidi del passato sono stati riconosciuti troppo tardi. Questa volta possiamo e dobbiamo intervenire prima. La giustizia non può aspettare la fine del massacro. Fermarlo adesso è un obbligo ed è anche l’unico modo per restare umani».

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Vignetta di Giuseppe Castiglione

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