Crisi di Ceuta: il punto debole dell’Europa non sono i migranti, ma le sue leggi
Nelle ultime 72 ore, l’enclave spagnola di Ceuta è diventata una vera e propria crisi migratoria, registrando circa 49.000 tentati ingressi in sole 24 ore. L’impatto su una cittadina di appena 85.000 abitanti è stato immediato: un rapido collasso delle scorte di cibo e acqua e la militarizzazione del territorio da parte di Madrid. Tuttavia, per comprendere quanto accaduto dovremmo analizzare non solo gli aspetti di cronaca ma anche guardare all’aspetto giuridico.
La crisi è esplosa all’indomani di una storica sentenza del Tribunal Supremo spagnolo, che ha formalmente vietato i cosiddetti “respingimenti a caldo” (ovvero l’espulsione immediata e senza burocrazia) per chiunque riesca a raggiungere il territorio nazionale a nuoto o via mare. La decisione dei giudici si basa sul diritto internazionale: una volta che un individuo tocca il suolo o le acque territoriali di uno Stato sovrano, scatta l’obbligo giuridico di identificazione e di verifica del diritto d’asilo. La diffusione di questa notizia sui vari canali social in Nord Africa ha generato un immediato “effetto chiamata”.
Le immagini che abbiamo visto colme di tensioni e saccheggi nei negozi, ampiamente diffuse dai media, vanno lette non come un’intrinseca propensione alla violenza dei soggetti, ma come la classica risposta sociologica a una situazione di privazione assoluta. Quando la popolazione di una città quasi raddoppia in poche ore e le istituzioni non riescono a garantire i bisogni primari, l’ordine sociale cede temporaneamente il passo al puro caos, alla sopravvivenza e all’anonimato della folla.

L’evento ha riacceso una forte confusione sia geografica che storica. È fondamentale ribadire un dato di fatto del diritto internazionale, cioè che Ceuta non è una colonia, ma una Città Autonoma e territorio sovrano del Regno di Spagna dal 1640, tre secoli prima che il Marocco moderno nascesse come Stato indipendente nel 1956. Di conseguenza, Ceuta rappresenta “un’anomalia geopolitica”, un frammento di Unione Europea radicato nel continente.
Nelle ultime ore sono proliferate (prive di qualsiasi riscontro ufficiale) fake news secondo cui il Re del Marocco avrebbe liberato in massa i detenuti dalle carceri per spingerli verso la frontiera. Sebbene l’atto specifico sia una bufala, la sostanza politica descrive una strategia reale, che è nota come la Weaponized Migration (la migrazione come arma). Il regime di Rabat utilizza storicamente i flussi migratori come leva di pressione “diplomatica ed economica” sull’Unione Europea, allentando o stringendo i controlli di Ceuta e Melilla a seconda delle proprie convenienze nei negoziati con Madrid e Bruxelles.
E il “caso Schengen”?
La crisi di Ceuta ha valicato i confini ispano-marocchini, innescando una dura frammentazione diplomatica all’interno dell’Unione Europea. Il governo italiano ha fatto sua l’ipotesi di una sospensione temporanea del Trattato di Schengen con la Spagna, provocando l’immediata e risentita reazione di Madrid, che ha convocato l’ambasciatore italiano.
Dietro questa decisione vi è lo scontro tra due visioni ideologiche. Dal punto di vista della destra sovranista italiana, l’apertura del confine di Ceuta rappresenta una minaccia diretta, una volta entrati in territorio spagnolo (e quindi in area Schengen), i migranti sprovvisti di passaporto regolare possono teoricamente muoversi via terra verso il resto d’Europa senza controlli sistematici alle frontiere interne.
Questa dinamica viene sfruttata politicamente per accusare il governo progressista di Pedro Sánchez.
La realtà strutturale mostra come l’esecutivo spagnolo si trovi stretto in un vicolo cieco istituzionale che da un lato è obbligato a rispettare i vincoli costituzionali e le sentenze dei propri magistrati (che vietano i respingimenti brutali), dall’altro deve gestire l’ordine pubblico interno inviando l’esercito e negoziando i rimpatri accelerati con Rabat. La crisi dimostra, però, per l’ennesima volta, come la mancanza di una politica migratoria comune europea trasformi le emergenze di frontiera in armi di distrazione di massa per il consenso elettorale interno.
Si può parlare di Eurabia?
Le immagini del confine violato riaccendono, come spesso accade nell’opinione pubblica e anche nelle tesi giornalistiche di Oriana Fallaci su “Eurabia”, un concetto che ipotizza una progressiva perdita dell’identità culturale e demografica dell’Europa a favore di una presunta sottomissione al mondo arabo-islamico, usato come manifesto ideologico per capitalizzare la paura davanti al caos delle frontiere.
Il compito delle scienze sociali è “ammorbidire” il più possibile questa narrazione emotiva. Come? Attraverso i dati reali della criminologia e della sociologia della devianza. Le statistiche dei Ministeri dell’Interno europei e del Istat, evidenziano effettivamente una sovrarappresentazione degli stranieri nei reati di strada (spaccio, micro-ricettazione, risse), dimostrano che questa discrepanza non ha alcuna matrice biologica, etnica o legata alla “razza”.
Il fenomeno risponde a due variabili strutturali: 1. La variabile di genere ed età. In tutto il mondo, a prescindere dalla nazionalità, il genere maschile tra i 18 e i 35 anni commette oltre l’80% dei reati. I flussi migratori irregolari sono composti in netta maggioranza proprio da questa specifica fascia demografica. 2. La variabile della marginalità giuridica. Il tasso di criminalità degli immigrati regolari stabili si allinea a quello dei cittadini nativi della stessa classe sociale. Il picco statistico della devianza si concentra, esclusivamente, sui soggetti irregolari che sono spesso privati del permesso di soggiorno e impossibilitati ad accedere al mercato del lavoro legale, questi individui vengono spinti verso la criminalità di sussistenza come unica via di sopravvivenza economica, diventando facili da manipolare ed essere riscattabili su vie devianti dalle mafie autoctone.
Perché si emigra dal Marocco?
Il Marocco, pur essendo una delle monarchie più stabili della regione, vive con frammentazioni interne. In primo luogo vi è una crisi economica asimmetrica, la disoccupazione giovanile nelle aree urbane supera il 35%, privando le nuove generazioni di qualsiasi prospettiva di mobilità sociale. A questo c’è anche un fattore geopolitico e di diritti, le forti tensioni e la rigida repressione delle proteste nelle regioni storicamente più povere e trascurate dal governo centrale.

Infine, un altro fattore è giocato dalla crisi climatica, di fatto sta affrontando una siccità pluriennale senza precedenti che ha desertificato intere aree rurali, distruggendo aree agricole che dava sostentamento a milioni di famiglie. La migrazione climatica ed economica si rivela così non come una scelta deliberata di “invasione”, ma come una drammatica necessità di fuga da territori non più abitabili.
La governance europea
La crisi di Ceuta solleva profonde ipocrisie della governance europea. Ridurre un fenomeno globale complesso a uno scontro ideologico tra la destra e le sinistra, significa rinunciare a comprendere la realtà. I flussi migratori, determinati dalle varie spinte sopracitate non possono essere arrestati né da slogan né dalle sole barriere fisiche.
Un aspetto sicuramente molto interessante da notare anche come il vero punto debole della situazione non siano i migranti o il Marocco in sé, almeno in questo caso, ma la debolezza interna dell’Unione Europea. Il Marocco non vuole colpire Sánchez in quanto “persona di sinistra”, ma vuole dimostrare che le normative europee sui diritti umani e sul diritto d’asilo rendono l’UE vulnerabile. Aprendo i flussi subito dopo la sentenza che vieta i respingimenti a caldo, il Marocco ha costretto l’Europa a fare i conti con le sue stesse leggi.
Si sa che l’UE, per via dei suoi trattati, non può usare la forza bruta o spingere la gente in mare, sfruttando quindi i suoi “vincoli morali e giuridici” come una debolezza strategica. Ciò scatena una reazione a catena tra i governi europei.
La reazione delle Destre europee
Davanti all’incapacità dell’UE di blindare i confini esterni a causa delle sue leggi, queste reagiscono scavalcandola, sospendendo unilateralmente il Trattato di Schengen con la Spagna (seguita da Francia e Portogallo) dimostrando proprio di usare la crisi per affermare che “Le regole europee non funzionano, e per questo ogni Stato deve difendersi da solo”. Una sfiducia aperta al modello di integrazione comunitaria.
Il dilemma delle Sinistre europee
I progressisti si trovano a un bivio. Devono difendere i trattati europei, l’area Schengen e i diritti umani, ma se non fermano i flussi vengono travolti politicamente nei sondaggi interni dalle destre che gridano all’invasione. Infatti, nelle ultime ore, Sánchez è stato contestato a Ceuta e ha dovuto cedere aprendo alla possibilità di modificare le leggi per facilitare i rimpatri rapidi.
di Alessandra D’Errigo


