Rider di Glovo sfruttati: il caporalato digitale esplode con le Olimpiadi invernali

Rider di Glovo sfruttati: il caporalato digitale esplode con le Olimpiadi invernali

I rider di Glovo sono al centro di un sistema che la Procura di Milano definisce “sfruttamento estremo”, un caporalato digitale che trasforma la promessa di flessibilità in precarietà strutturale, aggravata nei momenti di massima visibilità come le Olimpiadi invernali.


Un modello che normalizza lo sfruttamento

Il controllo giudiziario disposto sulla società Foodinho srl, che gestisce Glovo in Italia, nasce da un’accusa precisa: migliaia di rider organizzati attraverso una piattaforma digitale che ne indirizza tempi, percorsi e redditi, senza garantire tutele adeguate. La platea coinvolta è enorme, circa 40mila lavoratrici e lavoratori, e la definizione scelta dagli inquirenti, caporalato digitale, restituisce l’idea di un’intermediazione di manodopera che si nasconde dietro lo schermo di uno smartphone.

In questo quadro, l’innovazione tecnologica non coincide con un miglioramento delle condizioni umane, ma con la capacità di rendere invisibili le gerarchie e di spostare il baricentro del rischio interamente sui rider.

Paghe sotto la soglia di povertà

I numeri raccontano una verità difficile da fraintendere: secondo gli atti dell’indagine, le retribuzioni riconosciute ai rider risultano in alcuni casi inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva più rappresentativa. Le consegne vengono pagate spesso 2,50 euro, raramente oltre i 3,70 euro, in un sistema a cottimo che costringe a moltiplicare gli ordini per arrivare a un reddito appena sufficiente.

In questa economia al ribasso, il costo dei mezzi, della manutenzione, del carburante o della ricarica, oltre agli strumenti digitali necessari a lavorare, ricade quasi integralmente sui rider, riducendo ulteriormente un guadagno già fragile. L’accusa della Procura è netta: compensi simili non garantiscono un’esistenza libera e dignitosa, contraddicendo principi costituzionali e diritti sanciti dai contratti collettivi.

L’algoritmo come nuovo caporale

La regia di questo lavoro frammentato è affidata a un algoritmo che decide chi lavora, quando e a quali condizioni, assegnando ordini, valutando performance, premiando la disponibilità continua e punendo chi si sottrae ai ritmi imposti. Il sistema di punteggi, che condiziona l’accesso alle fasce orarie più richieste, si traduce in una pressione costante a essere connessi, ad accettare consegne in qualsiasi condizione meteo, a non “dispiacere” alla piattaforma per non scivolare in una posizione meno favorevole.

Rider di Glovo sfruttati: il caporalato digitale esplode con le Olimpiadi invernali

In teoria si tratta di lavoro autonomo, ma nella pratica emergono elementi di organizzazione che richiamano il lavoro subordinato, privato però delle sue tutele: niente salario minimo garantito, protezioni limitate in caso di infortunio, incertezza contributiva. La nozione di autonomia si svuota così di significato, mentre il potere decisionale reale si concentra nel codice, inaccessibile e opaco, che regola la vita lavorativa dei rider.

Olimpiadi invernali: la vetrina e il retrobottega

Nel frattempo, Glovo partecipa alla costruzione di un immaginario urbano in cui tutto è a portata di app, anche in occasione di un evento globale come le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Le iniziative commerciali in partnership con Visa (concorsi e promozioni che offrono pacchetti hospitality per assistere alle gare a chi paga gli ordini con carta) spingono a incrementare il volume delle consegne proprio nel periodo di massimo afflusso e visibilità.

Rider di Glovo sfruttati: il caporalato digitale esplode con le Olimpiadi invernali

È ragionevole aspettarsi, in queste settimane, un aumento degli ordini, una maggiore urgenza nei tempi di consegna e una pressione aggiuntiva sui rider, chiamati a muoversi in città congestionate e in condizioni climatiche invernali, con rischi accresciuti per la salute e la sicurezza. A fronte di questa intensificazione del lavoro, non emergono però segnali di un salto di qualità strutturale nelle tariffe o nelle tutele: i compensi restano quelli di prima, sotto la soglia di povertà e lontani dai minimi contrattuali.

L’immagine olimpica e la realtà del lavoro

Le campagne collegate alle Olimpiadi e alla sponsorizzazione di Visa insistono su valori come inclusione, energia positiva, accesso allo sport e alla città, disegnando un contesto in cui la tecnologia diventa facilitatore di esperienze. Ma dietro questa narrazione patinata resta l’infrastruttura quotidiana del lavoro povero: migliaia di rider, spesso migranti o persone ai margini del mercato del lavoro, che pedalano per pochi euro a consegna, sorretti da tutele fragili e da un potere contrattuale quasi nullo.

Il contrasto tra l’immagine olimpica, simbolo di progresso, sostenibilità, comunità, e le condizioni materiali di chi rende possibile la promessa di “tutto ovunque e subito” non è un semplice cortocircuito comunicativo, ma il sintomo di un modello che considera il lavoro una variabile comprimibile. In queste condizioni, la città olimpica rischia di diventare il palcoscenico perfetto per una modernità che corre su due livelli: quello visibile delle vetrine e quello nascosto delle consegne, dove il prezzo dell’efficienza lo paga chi pedala nell’ombra.

Lascia un commento

Scopri di più da Eco Internazionale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da Eco Internazionale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere