Antisemitismo o dissenso? Un ddl vieta di criticare Israele

Antisemitismo o dissenso? Un ddl vieta di criticare Israele

Il ddl Romeo nasce con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’antisemitismo, ma, nella sua architettura giuridica, concentra un potere inedito di selezionare quali voci possono entrare nello spazio pubblico quando si parla di Israele. È in questa tensione, fra tutela di una minoranza storicamente perseguitata e compressione del dissenso politico, che si gioca il nodo più delicato della proposta.


Una definizione che sposta il baricentro

Il cuore del ddl Romeo è l’adozione della definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), accompagnata da esempi che includono anche alcune forme di critica a Israele. La scelta non è neutra: collega un razzismo odioso e reale, l’antisemitismo, a un terreno, quello del conflitto israelo‑palestinese, già segnato da profonde fratture politiche e morali. Se contestare le politiche del governo di Tel Aviv, parlare di apartheid o invocare sanzioni economiche può essere letto come espressione d’odio verso “gli ebrei in quanto tali”, il confine fra denuncia politica e discriminazione religiosa diventa fragile, poroso, dipendente dall’interpretazione di chi è chiamato a vigilare.

In questa cornice, la definizione IHRA, pensata per riconoscere meglio l’antisemitismo contemporaneo, rischia di trasformarsi in una lente che confonde piani distinti: il legittimo rifiuto dell’odio antiebraico e il dovere civile di interrogare, anche duramente, le responsabilità di uno Stato nelle sue scelte militari e di occupazione.

Il potere preventivo sulle piazze

La norma più discussa del ddl è quella che consente di vietare manifestazioni quando esista un grave rischio potenziale di utilizzo di simboli, slogan o messaggi antisemiti, secondo la definizione appena richiamata. Non si tratta di intervenire dopo un reato, ma di fermare prima la piazza, sulla base di una prognosi che rimette alla discrezionalità delle autorità di pubblica sicurezza la valutazione di cosa possa accadere.

Nel concreto, molte delle mobilitazioni che negli ultimi anni hanno attraversato le città europee, sit‑in per Gaza, cortei contro i bombardamenti, iniziative di boicottaggio, potrebbero rientrare in questa categoria di “rischio potenziale”. Basterebbe ipotizzare la presenza di uno slogan radicale, di un cartello ambiguo, di un coro acceso per motivare un divieto, senza che sia mai stato compiuto un atto di odio concreto. Il terreno della libertà di riunione si restringe, così, non sulla base di violenze effettive, ma della paura che un dissenso troppo netto verso Israele possa scivolare, o essere fatto scivolare, nella categoria dell’antisemitismo.

Il linguaggio d’odio come leva di controllo

Il ddl insiste anche sul contrasto al linguaggio d’odio, offline e online, prevedendo strumenti di monitoraggio e rimozione più stringenti. È un tema che attraversa tutte le democrazie contemporanee, ma qui assume un tratto peculiare: la centralità di Israele come riferimento implicito quando si affronta il capitolo antisemitismo, soprattutto nello spazio digitale.

Antisemitismo o dissenso? Un ddl vieta di criticare Israele

Chi pubblica un’analisi severa sulle operazioni militari israeliane, chi usa termini come “apartheid” o “pulizia etnica”, chi sostiene campagne di boicottaggio rischia di muoversi in una zona grigia perennemente sorvegliata. Non perché manchino gli strumenti per distinguere tra una critica, per quanto aspra, e un insulto razzista, ma perché la definizione adottata consente letture estensive, elastiche, che in contesti polarizzati possono diventare strumenti di delegittimazione politica. A quel punto, la lotta al linguaggio d’odio smette di essere una tutela per i più vulnerabili e si trasforma in un filtro ideologico su quali narrazioni del conflitto possano circolare senza conseguenze.

Il rischio di un dissenso silenziato

Il punto non è negare la necessità di combattere l’antisemitismo – un dovere storico e civile su cui dovrebbe esserci un consenso ampio – ma chiedersi cosa accade quando quella lotta viene intrecciata, sul piano normativo, a una tutela quasi esclusiva di uno Stato e del suo operato. Il rischio è che chi non è d’accordo con le attività del governo israeliano, chi chiede un cessate il fuoco, chi documenta violazioni dei diritti umani, si trovi in una posizione esposta, dove ogni parola può essere riletta come sospetta, ogni slogan come potenzialmente d’odio.

La conseguenza più subdola è l’autocensura: rinunciare a una manifestazione per timore di un divieto, evitare un articolo troppo esplicito per paura di essere additati, modulare il linguaggio fino a svuotare di senso la denuncia. Una democrazia matura dovrebbe essere capace di proteggere le comunità ebraiche, garantire sicurezza e dignità, senza trasformare Israele in un tabù giuridico, sottratto al confronto pubblico proprio nel momento in cui la sua azione sul terreno solleva interrogativi drammatici. Se il prezzo del contrasto all’antisemitismo diventa l’impossibilità di dire, con chiarezza, “non sono d’accordo con ciò che lo Stato di Israele sta facendo”, allora il ddl Romeo non tutela solo una minoranza, ma ridisegna i confini del nostro spazio democratico. E lo fa nel punto forse più sensibile: il diritto di parola su guerra, diritti umani e responsabilità degli Stati.

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