Il genocidio di Gaza: cosa non abbiamo imparato dall’Olocausto
Sin dalla fine della seconda guerra mondiale l’Occidente ha concentrato le proprie forze nella costruzione di una memoria che impedisse all’orrore accaduto di ripetersi. Ottant’anni dopo, mentre a Gaza si consuma un nuovo genocidio, scopriamo che la memoria non é mai stata la cura.
Si dice che quando il Generale Eisenhower entrò nel campo di concentramento Ohrdruf, esattamente ottanta anni fa, ordinò ai suoi uomini di documentare, fotografare, registrare tutto quello che potevano perché era convinto che sarebbe arrivato un giorno in cui qualche idiota avrebbe avuto il coraggio di negare quanto accaduto.
Siamo tra quei bambini che sin dalle prime classi delle elementari le hanno dovute guardare quelle foto. Facevano male, facevano paura, creavano incubi. Ma noi, bambini, abbiamo tenuto gli occhi aperti, sempre. Ci avevano detto che era importante ricordare fin dove si può spingere la cattiveria umana. Era importante che ognuno di noi lo ricordasse, sempre, spesso, almeno una volta all’anno. Abbiamo visto film, pianto, avuto incubi. E poi li abbiamo rivisti, pianto e avuto incubi.
Eravamo bambini, ed è per questo che ha funzionato così bene, perché siamo in grado di riconoscere un genocidio anche quando non ci permettono di chiamarlo tale. Troppe foto, troppi film, troppi incubi per non riconoscere i sintomi, le evidenze.
Quindi sì, non c’é dubbio, qualcosa di orribile sta accadendo al popolo Palestinese, e probabilmente i figli dei nostri figli vedranno molti film a riguardo, ma con una consapevolezza in più: conoscere gli orrori del passato non ci rende immuni dalla loro ripetizione.
E forse è proprio questa la lezione più dura da accettare. Abbiamo creduto, ingenuamente, che bastasse la memoria. Abbiamo creduto che bastasse mostrare le ossa, le baracche, le montagne di scarpe, per impedire che l’umanità tornasse a fare lo stesso. Abbiamo costruito musei, intitolato piazze, letto i nomi ad alta voce ogni 27 gennaio. Ma oggi ci accorgiamo che la memoria, da sola, non basta. Non se resta chiusa nei riti, non se viene piegata alla convenienza politica, non se si smette di collegarla al presente.
Oggi, ottant’anni dopo quell’ordine di Eisenhower, ci troviamo davanti a un’altra sofferenza che molti preferiscono non guardare. Si teme di essere accusati, fraintesi, schierati. Si cerca di mantenere una neutralità che di fronte a certe immagini diventa complicità. Ma i bambini che siamo stati, quelli che hanno imparato a distinguere l’orrore sin da piccoli, ora sanno che il silenzio non è mai neutro. Sanno che ci sono momenti in cui tacere è una scelta, e non è mai la scelta giusta.
Non si tratta di semplificare una realtà complessa. Si tratta di riconoscere il dolore, la sproporzione, la disumanizzazione. Di ammettere che la Storia non si ripete mai nello stesso modo, ma spesso con la stessa indifferenza. E oggi quella indifferenza è nostra.
Ci sarà un giorno in cui i nostri figli ci chiederanno: “Ma voi lo sapevate?”. E noi, che abbiamo visto le foto, che abbiamo pianto davanti ai film, che abbiamo sentito i racconti dei sopravvissuti, cosa risponderemo? Che sì, lo sapevamo. Che abbiamo visto. Che non si può dire che non ce ne fossimo accorti. E allora, la vera domanda sarà: perché non abbiamo fatto nulla?


