Board of Peace su Gaza: Italia al tavolo, Vaticano si chiama fuori

Board of Peace su Gaza: Italia al tavolo, Vaticano si chiama fuori

Il Board of Peace per Gaza nasce come il tentativo di mettere una sofisticata architettura diplomatica sopra le macerie di un genocidio, senza mai nominare davvero né le responsabilità né la radicale espropriazione subita dai gazawi.


Un organismo che parte dalle macerie, ma non dai diritti

La logica del Board of Peace è quella di un grande cantiere politico‑economico: stabilizzazione, sicurezza, ricostruzione, “nuovo inizio” per Gaza. In questa narrazione, la Striscia appare come un territorio da riprogettare più che come la casa di un popolo che ha subito distruzione sistematica, sfollamenti di massa, perdita della propria terra e delle proprie proprietà. Il genocidio compiuto da Israele contro i gazawi viene retrocesso a “contesto”, mai assunto come crimine da nominare, riconoscere e perseguire: il Board nasce per amministrare il dopo, non per interrogarsi sul come ci si sia arrivati.

L’impianto è chiaro: si separa la “questione umanitaria”, da gestire con fondi, progetti e investimenti, dalla questione della responsabilità politica e giuridica per la distruzione deliberata di vite, case, ospedali, scuole. Così Gaza viene trattata come un oggetto di policy, un file da aprire e riscrivere, mentre chi ha ordinato e diretto la violenza di Stato resta intoccabile nelle stanze dove si negozia la pace.

La mano di Trump, il sì dell’Italia e il no del Vaticano

Che questo dispositivo porti la firma politica di Donald Trump non è un dettaglio. L’idea di un Board di pace guidato da Washington si inserisce perfettamente nella visione di un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti decidono chi è “utile” alla stabilità e chi può essere sacrificato, chi merita protezione e chi può essere bombardato, isolato, amministrato. In questo schema, il genocidio contro i gazawi non diventa mai un tema centrale: è lo sfondo tragico ma funzionale che giustifica la necessità di un nuovo meccanismo di controllo e ricostruzione.

Board of Peace su Gaza: Italia al tavolo, Vaticano si chiama fuori

Trump propone un tavolo che non mette mai realmente in discussione il governo israeliano che ha ordinato e condotto l’offensiva su Gaza. Nessuna ipotesi di sanzioni, nessuna accusa di responsabilità, nessuna condizionalità legata al rispetto del diritto internazionale: al Board interessa garantire che Israele ottenga “sicurezza”, mentre i palestinesi ottengono solo la promessa di essere amministrati in modo più ordinato. È una pace che chiede alle vittime di convivere con l’impunità dei carnefici, di accettare la ricostruzione materiale di un luogo che nel frattempo è stato loro sottratto, fisicamente e giuridicamente.

L’Italia, scegliendo di sedersi al Board come “osservatore”, finisce di fatto per accettare questa architettura: non mette in discussione la matrice politica del progetto, ma si limita a rivendicare un posto al tavolo, anche a costo di scivolare in una pace senza giustizia. Il Vaticano, al contrario, rifiutando di partecipare, indica un’altra rotta: prende le distanze da un organismo percepito come sbilanciato e opaco, e ricorda che non si può parlare di pace sorvolando sul genocidio e sull’assenza totale di responsabilità per chi lo ha reso possibile.

La tregua per Gaza: bombardamenti continui e armi termobariche nell’indifferenza del mondo

Gaza continua a essere colpita anche mentre, sulla carta, si parla di “tregua”, il che rende ancora più ipocrita la retorica della pace che circonda il Board of Peace. Nelle ultime settimane, raid di artiglieria e bombardamenti aerei israeliani hanno ucciso decine di persone, tra cui bambini e sfollati, in aree dichiarate “sicure”, mentre i palestinesi descrivono una situazione in cui il cessate il fuoco esiste solo nei comunicati, non nei cieli della Striscia.

Board of Peace su Gaza: Italia al tavolo, Vaticano si chiama fuori

In parallelo, inchieste giornalistiche come quella condotta da Al Jazeera, The Rest of the Story, e rapporti indipendenti, documentano l’uso da parte di Israele di armi termiche e termobariche fornite dagli Stati Uniti. Le cosiddette “bombe a vuoto” sono capaci di generare temperature oltre i 3.500 gradi e di vaporizzare letteralmente migliaia di corpi palestinesi, lasciando solo cenere e frammenti di tessuto. Mentre tutto questo accade, il mondo istituzionale si comporta come se la violenza fosse già archiviata, e il Board di Trump si concentra su come amministrare e ricostruire un territorio devastato, senza che la ferocia di questi attacchi né i mezzi proibiti usati contro la popolazione civile entrino davvero nell’agenda politica di chi pretende di parlare in nome della pace.

Nessuna punizione per il governo genocidario

Il Board of Peace, così come viene descritto nei documenti e nei resoconti ufficiali, non prevede alcun meccanismo per punire o anche solo sanzionare il governo israeliano responsabile dell’offensiva su Gaza. Non c’è traccia di un percorso di responsabilità internazionale, di richiami espliciti a crimini di guerra o crimini contro l’umanità, di condizioni poste alla partecipazione di Israele basate sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Il governo che ha guidato le operazioni, che ha autorizzato bombardamenti su aree densamente popolate, che ha prodotto una distruzione definita “senza precedenti” da osservatori indipendenti, viene trattato come attore legittimo da rassicurare, non come soggetto da chiamare a rispondere.

In questo silenzio sta il cuore politico del Board: si costruisce un dispositivo di pace che accetta il genocidio come fatto compiuto, su cui non si torna più. Nessuna punizione, nessuna sanzione, nessuna sospensione del rapporto privilegiato con Israele; solo l’invito a inserire la forza che ha devastato Gaza in un nuovo equilibrio più “stabile”, lasciando ai palestinesi il ruolo di popolazione da gestire, controllare, eventualmente compensare.

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