Trump apre le porte del Venezuela, ma lo “shopping” di petrolio è deludente

Trump apre le porte del Venezuela, è tempo di fare di nuovo shopping di petrolio

Gli Stati Uniti concedono licenze a Eni, Chevron, BP, Shell e Repsol per operare in Venezuela dopo la deposizione di Maduro. Trump commissaria il petrolio venezuelano, ma le grandi compagnie restano scettiche: conviene davvero?


Gli Stati Uniti hanno appena spalancato le porte del Venezuela a cinque grandi multinazionali energetiche, tra cui l’italiana Eni, concedendo licenze che permettono di tornare a operare in un paese che fino a un mese fa era sotto sanzioni durissime. La mossa arriva dopo che Donald Trump ha deposto Nicolás Maduro e si è messo a gestire il petrolio venezuelano come fosse una filiale texana della Casa Bianca. Praticamente, Washington ha commissariato l’industria energetica del Venezuela, vende il greggio all’estero per conto del nuovo regime guidato da Delcy Rodríguez, e ora riapre il mercato alle corporation.

Insieme a Chevron, che non se n’era mai andata del tutto grazie a esenzioni concesse dall’amministrazione Biden, possono ora tornare a operare British Petroleum, Shell, la spagnola Repsol e appunto Eni.

Il governo statunitense ha rilasciato due tipi di licenze: le prime consentono alle compagnie di operare direttamente sul territorio venezuelano, le seconde permettono ad altre aziende del settore di concludere accordi con la Petróleos de Venezuela, la compagnia di stato venezuelana nota come PDVSA. Si vogliono così attirare nuovi investimenti in un paese che possiede quasi un quinto delle riserve petrolifere mondiali, ma che da anni fatica a sfruttarle adeguatamente a causa di infrastrutture obsolete e instabilità politica cronica.

Trump apre le porte del Venezuela, è tempo di fare di nuovo shopping di petrolio

Trump, durante la conferenza stampa seguita alla cattura di Maduro, si era soffermato a lungo sull’importanza strategica del petrolio venezuelano, arrivando addirittura ad accusare il Venezuela di aver “rubato” il greggio agli Stati Uniti. Un’affermazione confusa che l’amministrazione non ha mai spiegato davvero, ma che probabilmente fa riferimento agli eventi degli anni Settanta, quando il governo venezuelano nazionalizzò l’industria petrolifera. In quel periodo, le grandi compagnie statunitensi che avevano investito massicciamente nel paese sin dall’inizio del Novecento persero il controllo delle loro attività.

Aziende come quelle che oggi si chiamano Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips avevano contribuito a trasformare il Venezuela da paese agricolo povero a potenza petrolifera, ma nel 1976 il presidente socialdemocratico Carlos Andrés Pérez decise di nazionalizzare tutto, trasferendo il controllo alla neonata PDVSA.

Per diverso tempo, nonostante la nazionalizzazione, i rapporti tra PDVSA e le imprese straniere rimasero buoni. Negli anni Novanta, in piena crisi economica, il governo venezuelano riaprì addirittura il mercato alle compagnie statunitensi, che tornarono a investire pesantemente. Ma l’arrivo di Hugo Chávez nel 1998 cambiò nuovamente le carte in tavola.

L’ex militare impose di fatto una seconda nazionalizzazione dopo il 2006, obbligando tutte le compagnie straniere a creare nuove società possedute in maggioranza dalla PDVSA. ExxonMobil e ConocoPhillips rifiutarono e se ne andarono, intentando cause per risarcimenti che non ottennero mai. Chevron invece accettò le condizioni e rimase, diventando l’unica compagnia petrolifera occidentale presente nel paese.

Paradossalmente, nonostante le posizioni ostili di Chávez prima e di Maduro poi, il Venezuela continuò per diverso tempo a esportare petrolio negli Stati Uniti. Le cose cambiarono radicalmente durante il primo mandato di Trump, quando Washington approvò sanzioni economiche pesantissime per impedire al regime di vendere greggio all’estero e destabilizzare il governo. Come conseguenza, la PDVSA dovette smettere di usare i canali regolari e iniziò a sfruttare la cosiddetta “flotta fantasma”, navi petroliere che aggirano le sanzioni con documenti e società fittizie. Oltre l’80 per cento delle esportazioni venezuelane è diretto in Cina, con piccole quote verso Stati Uniti e Cuba.

L’eccezione alla regola delle sanzioni è sempre stata Chevron. Ora, con la deposizione di Maduro e il commissariamento del settore energetico venezuelano, Chevron non è più sola: può contare su BP, Shell, Repsol e Eni come compagne di avventura in quello che Trump continua a presentare come un affare colossale.

Trump apre le porte del Venezuela, è tempo di fare di nuovo shopping di petrolio

Ma sarà davvero così? Le grandi compagnie petrolifere, a dispetto delle dichiarazioni entusiaste del presidente americano, sembrano tutt’altro che convinte. I motivi sono diversi. Prima di tutto, l’instabilità politica ed economica del Venezuela scoraggia investimenti massicci. Trump ha parlato vagamente di una transizione di governo, ma nessuno sa quando accadrà né con quali modalità.

Inoltre, le infrastrutture estrattive venezuelane sono vecchie e malmesse, capaci di sfruttare solo una piccola parte delle enormi riserve disponibili. Secondo stime della stessa PDVSA, per raggiungere il massimo livello di produzione servirebbero 50 anni e 58 miliardi di dollari.

C’è poi una questione tecnica che complica ulteriormente le cose. Il petrolio in Venezuela è molto più denso di quello estratto negli Stati Uniti. È più inquinante, difficile da raffinare, inadatto a produrre benzina ma utilizzabile per asfalto, diesel e altri carburanti pesanti. Questa particolarità richiede tecnologie e processi specifici, aumentando i costi operativi.

Finora né ExxonMobil né ConocoPhillips hanno manifestato pubblicamente interesse a tornare in Venezuela, nonostante le insistenze di Trump. Chevron si è limitata a dichiarazioni di circostanza. Le altre quattro multinazionali appena autorizzate non hanno ancora fatto annunci ufficiali sui loro piani operativi. Trump ha aperto la porta, ma le compagnie petrolifere si chiedono ancora se convenga davvero entrare.

Washington ha deciso di gestire direttamente il settore energetico venezuelano dopo la deposizione di Maduro, commissariando le vendite all’estero e spalancando ora le porte alle multinazionali. Una strategia che assomiglia sempre più a una forma di controllo economico mascherato da liberalizzazione del mercato. Forse l’ennesima avventura geopolitica grossolana a stelle e strisce sotto il vessillo dell’export di democrazia.

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