Decreto sicurezza, il governo ha paura delle piazze più che dei criminali

Decreto sicurezza, il governo ha paura delle piazze più che dei criminali

Il governo Meloni vara un nuovo decreto sicurezza che allarga le zone rosse e introduce fermi preventivi per chi manifesta. Ma i dati ISTAT dicono che i reati calano. Forse si tratta solo di repressione del dissenso.


Il governo Meloni ha da poco sfoggiato il nuovo decreto sicurezza come fosse una fresca collezione primavera-estate, stavolta con un taglio più autoritario. Parliamo di norme che allargano le cosiddette zone rosse (ben lontane da quelle che conoscevamo durante la pandemia), introducono fermi preventivi fino a 12 ore e trasformano chiunque manifesti con una sciarpa sul volto in un sovversivo. Così, si continua a spacciare per sicurezza quella che è una stretta al dissenso, condita con una bella dose di propaganda che fa leva sulla paura. Non una grossa novità.

La maggioranza che guida il Paese dal 2022 ha sempre fatto della sicurezza il suo mantra. Peccato che i risultati siano stati, a dir poco, inadeguati. Dall’inizio dell’era Meloni si sono susseguiti leggi e provvedimenti che non hanno migliorato la sicurezza concreta delle persone, ma hanno reso più complicata l’azione della magistratura (quella che si vuole riformare “per il bene della giustizia”) e delle forze di polizia.

Decreto sicurezza, il governo ha paura delle piazze più che dei criminali

Non solo. Le scelte del governo hanno ristretto gli spazi di libertà con una crescente criminalizzazione del dissenso. Quando la propaganda diventa l’unica risposta a un problema che non esiste nei termini descritti. Non c’è proprio nessuna brigata rossa in arrivo.

Veniamo ai fatti. L’Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo: circa trecento omicidi l’anno su quasi sessanta milioni di abitanti. I dati dell’ISTAT e del Ministero dell’Interno confermano che i reati non sono in aumento, anzi sono stabili o in diminuzione da anni, calo iniziato ben prima che Meloni e compagnia si insediassero a Palazzo Chigi. E allora perché questa urgenza? Al governo serve un nemico, e la paura paga politicamente. Sempre. Non stupisce, infatti, che la reazione tipo di molti italiani amanti dei “decreti spot” quando osserva chi sfila in corteo sia il sempreverde «andate a lavorare».

Il decreto amplia le zone rosse nei luoghi pubblici impedendo manifestazioni e cortei, e consente alle forze di polizia e al prefetto di bloccare persone che assumono condotte “minacciose, violente o insistentemente moleste”. Facile intuire quanto enorme sia la discrezionalità nel valutare, ad esempio, una persona “insistentemente molesta”. Qui la possibilità, anzi la certezza, del rischio dell’abuso del potere viene certificata per legge.

Decreto sicurezza, il governo ha paura delle piazze più che dei criminali

Chi indossa strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona, che sia un casco o una sciarpa a coprire anche parzialmente il volto, potrà essere considerato un pericolo per l’ordine pubblico ed essere sottoposto a fermo. Criteri piuttosto generici, ma con un “minimo” collegamento a una misura che possa definirsi sicuritaria. Sempre che gli irriconoscibili vengano presi in considerazione correttamente (non come quando gli infiltrati, unici veri violenti, “rovinano la festa” a un’intera manifestazione pacifica scatenando reazioni e manganellate per chiunque sia nei dintorni).

La norma liberticida accennata e preoccupante è quella che consente il fermo per dodici ore prima e dopo manifestazioni pubbliche di persone che “da elementi fattuali concreti” risultino potenzialmente pericolose per la sicurezza e l’ordine pubblico.

Dove saranno portate decine o centinaia di persone considerate potenzialmente pericolose? Qui si osserva quell’enorme discrezionalità, per così dire, d’altri (nerissimi) tempi, per restringere la libertà di persone ritenute pericolose, fino al punto non solo di vietare loro di manifestare e dissentire.

Nonostante gli interventi del Quirinale ben visibili nella stesura del testo, che hanno eliminato la matrice più repressiva, non si è attenuata la portata fortemente autoritaria del decreto. Il potere vuole avere mani libere per far diventare l’abuso legale e normale. E ancora una volta si accanisce su tre categorie: chi esercita il proprio diritto a dissentire, i giovani e i minori, e le persone migranti.

Per i giovani si inaspriscono le pene e si creano nuovi reati, interventi punitivi pensati più per spaventare che per educare. Il tutto mentre le carceri minorili rasentano il collasso: il sovraffollamento è aumentato quasi del 50 percento dopo il Decreto Caivano. La vera emergenza giovanile è un’altra: l’aumento della depressione tra i più giovani, l’emarginazione, il senso di precarietà, l’emigrazione.

E poi ci sono i migranti, il grande nemico di sempre. Si parla di blocchi navali, di espulsioni e rimpatri accelerati, di nuove limitazioni al ricongiungimento familiare. Norme che rischiano di criminalizzare la ricerca di protezione internazionale.

Il pacchetto sicurezza, in definitiva, non risponde a un’urgenza concreta, ma a un’urgenza narrativa. È una costruzione politica che usa l’idea di insicurezza per produrre consenso, non per risolvere questioni reali. A indebolire la libertà ci si mette davvero poco, meno di quanto possiamo pensare. Però, possiamo stare sicuri, lo dice lo stesso partito di Giorgia Meloni, «lo Stato torna forte». Sì, ma con chi?

Lascia un commento

Scopri di più da Eco Internazionale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da Eco Internazionale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere