La Soluzione Finale, il murale di Laika sfida la censura
La Soluzione finale dopo essere stato strappato in Italia, è riapparso in Catalogna. Laika: «Ho scelto un’immagine estrema per scuotere l’opinione pubblica».
Strappato a Roma, ricomparso a Barcellona. Il nuovo murale di Laika, intitolato La Soluzione Finale, non è soltanto un poster: è un atto politico, un grido visivo che denuncia il silenzio dell’Europa di fronte al genocidio palestinese. L’immagine di Adolf Hitler che bacia Benjamin Netanyahu ha fatto discutere, indignato, scosso. Ma soprattutto ha raggiunto il suo obiettivo: obbligare tutti a guardare, a interrogarsi, a non restare indifferenti.
La Soluzione finale a Roma: la comparsa e la rimozione
La prima apparizione è avvenuta il 25 maggio 2025, davanti al liceo Manara di Roma. In alto campeggiava il titolo: La Soluzione Finale. Una scelta consapevole, forte, che evoca l’Olocausto per accostarlo a ciò che sta accadendo oggi a Gaza. Un parallelo che non lascia spazio a zone grigie: o lo si accetta come provocazione necessaria, o lo si rifiuta come intollerabile.

Il murale è stato strappato dopo poche ore. Un gesto che non ha cancellato l’opera, ma l’ha resa ancora più potente. «Hanno ricevuto il messaggio», ha scritto Laika, confermando che l’obiettivo era colpire, scuotere, smascherare l’ipocrisia di chi non vuole vedere.
A Barcellona il rilancio del murale di Laika
La risposta alla censura è arrivata con la stessa rapidità. Pochi giorni dopo, l’artista ha annunciato di aver incollato lo stesso poster a Barcellona, una città che, a differenza di Roma, non ha avuto paura di ospitare un’opera scomoda. Qui il murale ha trovato nuove strade, diventando simbolo di resistenza e solidarietà internazionale.

«Ho scelto un’immagine estrema per scuotere stampa e opinione pubblica», ha ribadito Laika. E con questo gesto ha dimostrato che l’arte non si piega: se la si cancella da un muro, rinasce su un altro.
L’opera di Laika nel club delle opere d’arte censurate
C’è chi parla di offesa alla memoria della Shoah, chi si scandalizza per il paragone con il nazismo. Ma l’arte, quella vera, non ha mai avuto paura di scandalizzare. Dal Guernica di Picasso ai poster di Banksy, la provocazione è stata la forma più diretta per raccontare la guerra, la violenza, l’ingiustizia.
Partendo appunto da Guernica del 1937, il dipinto simbolo della guerra civile spagnola, è stato manifesto contro i bombardamenti nazifascisti sulla città basca. Troppo scomodo, venne nascosto per decenni al MoMA di New York prima di tornare in Spagna.
E seguendo a citare anche Banksy con ad esempio Napalm del 2004, l’opera in cui viene raffigurata la bambina vietnamita Kim Phuc (la stessa foto iconica della guerra del Vietnam) tenuta per mano da Topolino e Ronald McDonald. Una critica feroce al capitalismo e all’imperialismo occidentale, spesso rimossa o contestata.

O ancora Andres Serrano con Piss Christ del 1987, opera che raffigura una croce immersa in un bicchiere di urina dell’artista: simbolo di denuncia contro l’ipocrisia della Chiesa, l’opera scatenò proteste, censure e attacchi fisici alle esposizioni. Di arte censurata la storia è piena.
Laika non banalizza la memoria, la usa come specchio. Non accosta per gioco Hitler a Netanyahu: mette di fronte al pubblico un’immagine estrema per dire che la storia non serve a niente se non ci insegna a reagire di fronte alle atrocità di oggi.
Arte come denuncia politica
La Soluzione Finale di Laika è molto più di un murale: è la dimostrazione che l’arte può ancora parlare il linguaggio della politica, quando la politica tace. È un’arte che non cerca di piacere, ma di disturbare. Che non vuole decorare, ma denunciare.
E in un’Europa che si è indignata per l’invasione russa dell’Ucraina ma resta silente davanti agli orrori verso Gaza, il bacio tra Hitler e Netanyahu non è soltanto un’immagine scioccante. È la fotografia di un paradosso, un atto d’accusa che nessun comunicato istituzionale avrebbe mai la forza di esprimere.
Roma ha provato a cancellare il messaggio. Barcellona lo ha accolto. Ma la forza dell’opera di Laika è proprio questa: dove viene strappata, trova nuove pareti; dove viene censurata, diventa ancora più incisiva.
La Soluzione Finale non è solo un murale. È la dimostrazione che l’arte, quando sceglie di essere politica, può essere più tagliente di mille editoriali. Può dire quello che i governi non dicono, può dare voce a chi non ce l’ha.
E anche se la si strappa, non si può più far finta di non averla vista.


