La lezione di Kafka, Orwell e Manzoni sull’odierna distorsione della realtà

La lezione di Kafka, Orwell e Manzoni sull’odierna distorsione della realtà

Kafka, Orwell e Manzoni spiegano molto bene cosa accade quando il potere rinuncia alla verità e sceglie la colpa come arma politica.


La letteratura ha spesso una funzione che va oltre il racconto: è una forma di allarme, sono i nostri anticorpi sociali. Il Processo di Franz Kafka, 1984 di George Orwell e la Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni appartengono a epoche e contesti diversissimi, ma condividono un’intuizione comune e disturbante: il momento esatto in cui il potere smette di cercare la verità e inizia a cercare colpevoli. È in quel passaggio che la giustizia si trasforma in strumento politico e la realtà diventa secondaria rispetto alla necessità di punire.

Nel Processo di Kafka  il labirinto senza uscita dell’ingiustizia

Nel Processo di Kafka, Josef K. si sveglia un giorno e scopre di essere arrestato senza sapere perché; la natura stessa dell’accusa gli resta sempre incomprensibile, e ciò che lo opprime non è solo la perdita di libertà, ma l’impossibilità di orientarsi in un sistema di potere che è insieme incomprensibile e onnipotente. La macchina giudiziaria kafkiana non agisce per chiarire i fatti, ma per far funzionare se stessa: regole oscure, gerarchie invisibili e procedure incomprensibili schiacciano l’individuo, che finisce col sentirsi colpevole non di un atto, ma semplicemente di essere stato identificato dal sistema.

Questo meccanismo narrativo, in cui il processo diventa un labirinto senza centro e senza esito, è stato descritto come “la punizione in cerca di un crimine” e rappresenta la quintessenza della burocrazia che si governa da sé, indipendentemente dalla verità sostanziale dei fatti.

Kafka, Orwell e Manzoni hanno qualcosa in comune con Trump e l’ICE

Oggi, a oltre un secolo dalla sua scrittura, questa dinamica si riflette con inquietante chiarezza in alcune vicende dell’attualità politica statunitense: basti pensare alle critiche crescenti verso le pratiche dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sotto la seconda amministrazione Trump. Negli ultimi mesi, diversi tribunali federali hanno messo in dubbio la conformità costituzionale di alcune azioni dell’agenzia, compreso il mancato rispetto dei diritti processuali per i detenuti e l’uso di mandati amministrativi al posto di mandati giudiziari per entrare nelle case delle persone sospettate di violazioni migratorie.

Così come Josef K. non trova mai chi gli spieghi il motivo del suo arresto, molte persone colpite da operazioni di polizia federale lamentano di trovarsi improvvisamente sotto custodia senza informazioni chiare sul perché e senza un accesso immediato a un giudice o a un procedimento equo. Proprio come in Kafka, nel dibattito pubblico statunitense cresce la percezione di azioni istituzionali che agiscono più per soddisfare logiche politiche o di controllo che per perseguire una verità processuale. 

1984 parla di verità manipolata dal potere

In 1984, Orwell immagina un regime in cui la verità non è un fatto oggettivo da scoprire, ma una narrazione plasmabile dal potere. Il Ministero della Verità non si limita a cancellare o nascondere informazioni: riscrive il passato e definisce ciò che è “vero” in funzione degli obiettivi del Partito. La verità, in questo universo, non è più un riflesso della realtà, ma un prodotto artificiale: chi la detiene controlla l’intera società. Questo meccanismo, che Orwell chiama bispensiero, non richiede contraddizioni reali: basta che la popolazione accetti simultaneamente opposte versioni dei fatti perché lo Stato mantenga il controllo.

La manipolazione dell’informazione non è solo propaganda: è la riscrittura del tessuto cognitivo collettivo, così che la realtà percepita diventi modellabile a piacimento del potere. Oggi questa dinamica non è più fantascienza.

Di poco tempo fa è la fotografia della manifestante in manette e in lacrime, che è stata pubblicata quasi come un trofeo di guerra. «L’agitatrice di estrema sinistra Nekima Levy Armstrong è stata arrestata per avere orchestrato una rivolta in una chiesa del Minnesota» come si legge su X. Peccato che il vero volto di Nekina Levy Armstrong non si presentasse in lacrime, ma fiera e a testa alta. D’altronde non è la prima volta che l’istituzione americana è stata beccata a usare in maniera creativa gli strumenti di generazione e modifica delle immagini con l’AI.

Kafka, Orwell e Manzoni hanno qualcosa in comune con Trump e l’ICE

Negli ultimi mesi, analisti di piattaforme e governi hanno evidenziato come clipping, deepfake e contenuti generati da intelligenze artificiali stiano trasformando il modo in cui percepiamo i fatti, fino a mettere in discussione ciò che si riteneva incontrovertibile. Durante le elezioni e le campagne politiche contemporanee, ad esempio, centinaia di clip brevi generate in AI hanno saturato i feed social di elettori, amplificando divisioni e pregiudizi mentre superano la capacità di verifica di fact-checker ed utenti.

In parallelo, le preoccupazioni sollevate da esperti in democrazia digitale riguardo alle “sciami di bot AI” capaci di manipolare l’opinione pubblica su vasta scala sottolineano un’altra dimensione orwelliana della contemporaneità: la capacità delle macchine non solo di riprodurre falsità, ma di farle apparire più vere delle verità stesse, secondo dinamiche emotive e psicologiche che bypassano l’analisi razionale. La verità non è più solo un oggetto da scoprire, ma un campo di battaglia da plasmare. In questo senso, la profezia di Orwell non riguarda tanto un futuro estremo quanto la costante pressione esercitata sui confini della verità, dove la manipolazione dell’informazione diventa mezzo di controllo sociale.

Come Manzoni ci racconta l’importanza di trovare un nemico comune

Nella Storia della colonna infame Manzoni racconta un episodio reale della Milano del 1630: in piena peste, la paura collettiva spinge la popolazione e le autorità a cercare un nemico da incolpare. La semplice presenza di tracce di misteriose sostanze sui muri di alcune case è sufficiente perché due artigiani, Guglielmo Piazza e Giacomo Mora, siano accusati di “untori”, ovvero di aver deliberatamente diffuso la peste. Sottoposti a tortura, i due finiscono per confessare crimini che non hanno commesso, e una colonna di infamia viene eretta sulla piazza come monito per chiunque osi diffondere il male. Manzoni non si limita a raccontare i fatti, ma punta il dito contro lo spirito di isteria collettiva e la facilità con cui il potere piega la giustizia alla paura, trasformando sospetto in condanna senza prove solide. 

L’opera è una lezione severa sulla responsabilità morale e sull’errore di identificare un nemico per soddisfare l’impulso collettivo di punire più che per perseguire la verità. Questa dinamica del capro espiatorio non è relegata al passato: negli ultimi mesi, in diversi paesi, abbiamo visto come crisi sociali e politiche siano sfruttate per costruire un “nemico collettivo”, spesso con scarsa o nessuna base fattuale.

Torna con forza nell’analisi di molti sistemi politici contemporanei, compresa l’America dell’era Trump. La retorica dell’amministrazione repubblicana ha spesso fatto leva sulla costruzione di un nemico interno, in particolare l’immigrato irregolare, trasformato da fenomeno complesso a minaccia assoluta. In questo contesto, l’azione dei federali dell’ICE è diventata il volto concreto di una politica che privilegia l’arresto alla comprensione, la repressione all’analisi delle cause.

Nel luglio 2024 ad esempio, dopo una terribile aggressione a Southport (Inghilterra), false informazioni sulla presunta identità dell’attentatore si sono diffuse virali sui social. Senza dati ufficiali disponibili, post e account tra cui alcuni legati alla destra estrema, hanno affermato falsamente che l’autore fosse un “immigrato musulmano arrivato con i barconi”.

Kafka, Orwell e Manzoni hanno qualcosa in comune con Trump e l’ICE

In poche ore quel nemico costruito ha catalizzato rabbia e paura: manifestazioni anti-immigrati e anti-musulmane sono degenerati in violenza, con attacchi contro una moschea locale, incendi di veicoli, scontri con la polizia e tumulti in decine di città inglesi e nordirlandesi. Il tutto poi smentito ripetutamente, spiegando che il sospetto, un 17enne di Cardiff di origini ruandesi e cittadinanza britannica, non era né un migrante recente né di fede islamica. Questo episodio è un esempio contemporaneo di come, proprio come nella Storia della colonna infame di Manzoni, la paura collettiva e la mancanza di informazioni certe possono trasformarsi in un nemico simbolico, alimentato da narrazioni manipolate

La conoscenza e la cultura sono gli unici anticorpi per capire e non subire la società e la politica contemporanea

Quando il potere smette di cercare la verità, non ha più bisogno di soluzioni, ma di bersagli. La letteratura non offre risposte immediate né ricette politiche, ma fornisce strumenti di riconoscimento: insegna a individuare i segnali, le ricorrenze, le scorciatoie del potere quando smette di interrogarsi e inizia a indicare. Kafka, Orwell e Manzoni non parlano solo dei loro tempi, ma descrivono una dinamica che si ripete ogni volta che la paura diventa un capitale politico e la colpa una merce spendibile, utile a governare il consenso, a semplificare il reale, a sedare il disagio collettivo.

Rileggerli oggi significa affinare lo sguardo sul presente, riconoscere quando la giustizia si fa rituale, quando l’informazione diventa narrazione interessata, quando il nemico viene costruito prima ancora di essere compreso. Ignorarli, al contrario, equivale a rinunciare a uno degli anticorpi più potenti che abbiamo: la capacità di leggere il mondo con occhi meno ingenui, meno emotivi, meno manipolabili. In un’epoca che premia le risposte rapide e le verità urlate, la letteratura resta uno spazio di resistenza lenta, ma necessaria.

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