Donald Trump rivince le elezioni: “follia” statunitense?

Donald Trump rivince le elezioni: “follia” statunitense?

Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America, battendo la candidata democratica Kamala Harris.


Bastava avere una conoscenza basilare della “cultura” americana, leggere qualche buon articolo di economia e fare una minima riflessione sulle tendenze elettorali per azzeccare il pronostico e per non sorprendersi quindi più di tanto dei risultati.

All’indomani del dibattito tra Joe Biden e Donald Trump, lo scorso giugno, scrissi che affidare il timone dello Stato più importante al mondo nuovamente a Trump sarebbe stata una follia, ma consegnarlo ancora a Biden sarebbe stata una sciagura. Confermo quel giudizio e, a scanso di equivoci e di fraintendimenti di sorta, affermo in modo categorico che non voterei mai per uno come Trump.

È importante chiedersi perché più di settanta milioni di cittadini statunitensi abbiano portato nuovamente al successo (e con proporzioni ancora più grandi rispetto al 2016), un “personaggio” come il tycoon, nonostante l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, nonostante le vicende giudiziarie, nonostante i comportamenti e il linguaggio “estremi” in campagna elettorale. Per farlo occorre però andare oltre le solite semplificazioni volte a etichettare come “ignorante” quella parte di elettorato che compie scelte diverse dalle nostre.

Gli americani, di tutte le fasce sociali, guardano essenzialmente al portafoglio e molti anni fa Jim Carville, stratega di Bill Clinton, lo disse chiaramente: “It’s the economy, stupid”. Nonostante l’economia degli Stati Uniti d’America sia andata molto bene sotto la presidenza Biden, negli ultimi anni sono costantemente aumentate le disuguaglianze ed è cresciuta in modo esponenziale la percezione di un generale malessere in vasti strati della società.

Il passo indietro del presidente Biden (inevitabile) e la sostituzione con la sua vice Harris non sono evidentemente serviti a invertire la direzione della maggioranza del voto. Figuriamoci se potessero servire gli innumerevoli “endorsements” delle tante celebrità, da Taylor Swift a Robert De Niro, passando per Bruce Springsteen e Lady Gaga.

D’altronde nel 2016, quando Trump vinse contro Hillary Clinton sovvertendo tutti i pronostici, nessuna star di Hollywood lo aveva previsto; solamente Clint Eastwood ipotizzò la vittoria del tycoon, venendo ovviamente apostrofato dai più come “vecchio rincoglionito”. Dopo quattro anni di presidenza, Trump ha sfiorato la riconferma nel 2020 e rivince oggi, stavolta prevalendo anche nel voto popolare (nel 2016 aveva preso meno voti rispetto alla Clinton).

Quello del “trumpismo” non può quindi essere più considerato un fenomeno estemporaneo e circoscritto, anche perché gli elettori di Trump sono trasversali alle fasce sociali, alle etnie, al genere e all’età; esiste una nuova piattaforma sociale ed elettorale, ben radicata, che oltrepassa pure la classica dicotomia tra partito democratico e partito repubblicano. A tal proposito occorre precisare che, oltre alla vittoria presidenziale, i repubblicani hanno ottenuto la maggioranza sia al Senato che alla Camera.

elezione donald trump 2024

Per tutta una serie di fattori, tra cui quello anagrafico (Trump ha 78 anni e mezzo) non mi sento di escludere alcuno scenario da qui al 2028. Oggi, però, il giorno dopo l’election day, tocca prendere atto del risultato elettorale e riconoscerne la piena legittimità, a prescindere da quelle che saranno le ripercussioni su scala globale.

Il prossimo 17 dicembre è previsto il voto dei grandi elettori, poi il 6 gennaio 2025 il Congresso certificherà la vittoria di Trump, quindi il 20 gennaio si terrà l’inauguration day con l’insediamento ufficiale del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

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