ICE, tutti gli ingredienti per una guerra civile negli Stati Uniti
Il Minnesota travolto dall’operazione federale di Trump sembra la miccia che può far esplodere una guerra fratricida. Repressione e paura in un’America che non sembra affatto una democrazia funzionante.
A Minneapolis, centro principale dello stato del Minnesota, sembra essere calato l’orrore dall’alto. Non è una gelida bufera, non è una tempesta: è il potere della Casa Bianca su una comunità da cinquant’anni fedelmente democratica ed economicamente fiorente. Qui avanzano agenti federali dell’ICE in assetto da guerriglia urbana: mimetica, elmetto, mitragliatrice e il volto rigorosamente nascosto. Intorno a loro, quasi una costante testimoniata da innumerevoli video sui social, cittadini che urlano, fischiano, protestano.
Ieri c’è stata l’ennesima violenza subita dalla loro città dopo l’uccisione di Renee Good, colpita da un agente dell’ICE. Un cittadino inerme, Alex Pretti, infermiere 37enne, è morto per essersi intromesso col telefono e con le mani “in alto e ben in vista” in un’altra di quelle raccapriccianti azioni di controllo. Ancora una volta, i video dicono amaramente tutto.

La metafora cade su una lastra di ghiaccio, per una scivolata, con il tonfo di un agente che fa, anche questo, il giro del web. Risate di scherno, un caricatore per terra. Il potere armato fino ai denti, arrogante e pericolosamente goffo. È questo il ritratto di quello che sta succedendo nel Minnesota. Siamo negli Stati Uniti, la più grande democrazia al mondo, si dice.
Qui non si tratta solo di controllo dell’immigrazione. Quello che sta accadendo somiglia a una dimostrazione di forza, a una punizione esemplare inflitta a uno Stato che da decenni rappresenta tutto ciò che l’amministrazione Trump disprezza: pluralismo, welfare, accoglienza, una cultura politica (praticamente da sempre) progressista.
La presenza federale è diventata rapidamente soffocante. Migliaia di agenti dell’ICE, molti mascherati e con un addestramento approssimativo (anche meno di due mesi ma “pronti” alla guerra), pattugliano quartieri residenziali, fermano cittadini, trascinano via persone senza spiegazioni, colpiscono manifestanti, intimidiscono chi filma. La distinzione tra immigrato irregolare e cittadino americano si dissolve in una categoria più vaga e inquietante: chi “sembra straniero”. Nessuno è davvero al sicuro.
La paura si insinua nella vita quotidiana. Genitori che tengono i figli a casa per evitare arresti davanti alle scuole. Ristoranti chiusi, negozi serrati, lavoratori regolari che preferiscono sparire piuttosto che rischiare un controllo. Persino la sindaca di St. Paul, l’altra metà delle Twin Cities, porta con sé i documenti di cittadinanza, come se non bastasse una vita intera trascorsa negli Stati Uniti.
L’operazione, ufficialmente giustificata come risposta a una “frode” in questo sistema di welfare, appare sproporzionata e selettiva. Il Minnesota non è uno Stato con un’alta percentuale di immigrati irregolari, né un focolaio di criminalità fuori controllo. È però un’anomalia politica nel Midwest, uno Stato che il presidente Donald Trump sostiene di aver “perso” solo per colpa di brogli, e che continua a respingere il progetto MAGA (Make America Great Again, per chi l’avessi dimenticato). La retorica contro la comunità somala, dipinta come parassitaria e pericolosa, inoltre, sembra solo una strategia di divisione. Come tutte quelle che cercano il nemico nell’immigrato.

La Casa Bianca si aspettava paura e sottomissione, ma a Minneapolis emerge anche qualcosa di diverso. Volontari che pattugliano le strade durante gli orari scolastici, cittadini che seguono i veicoli dell’ICE per documentarne gli spostamenti, comunità che organizzano reti di supporto per chi ha troppo timore di uscire di casa. Non è rabbia esplosiva, non ancora almeno, ma una resistenza più disciplinata, più consapevole. È a tutti gli effetti una città sotto assedio, ma anche una comunità che rifiuta di normalizzare l’abuso.
Mentre Minneapolis prova a difendere la propria dignità, sullo sfondo si muove qualcosa di più grande e più inquietante. Negli ambienti accademici e giuridici, il Minnesota viene ormai citato come un caso da manuale. Simulazioni recenti di conflitto interno negli Stati Uniti avevano immaginato uno scenario sorprendentemente simile: un’operazione federale impopolare, la resistenza delle autorità statali, il tentativo del presidente di scavalcare governatori e tribunali, fino all’ipotesi di schierare truppe regolari sul suolo americano. Quello che allora sembrava un esercizio teorico oggi appare come una bozza di realtà.
La presenza massiccia dell’ICE, l’uso sistematico della forza, l’indagine federale contro il governatore e il sindaco invece che sugli agenti responsabili di violenze, e le minacce di ricorrere a poteri straordinari come l’Insurrection Act stanno evidentemente spingendo il sistema verso un punto di rottura. I tribunali rischiano di arrivare tardi. Le autorità statali si preparano a difendersi, mentre la Guardia Nazionale viene messa in allerta e persino richiesta, come ha dichiarato lo stesso governatore del Minnesota Tim Walz. È una spirale in cui ogni crisi aumenta la probabilità della successiva.
Non serve immaginare colonne di carri armati per parlare di guerra civile. Basta osservare cosa accade quando il potere federale decide che la Costituzione è un ostacolo opzionale e che intere comunità possono essere trattate come nemici interni. Minneapolis diventa così un test, forse il più serio degli ultimi decenni. Non solo per capire fin dove può spingersi un presidente, ma per scoprire se esistono ancora quei cosiddetti “anticorpi democratici” capaci di fermarlo. Quei paletti che ci fanno chiedere: “cos’altro siamo disposti a sopportare?”.


