Effetto Lucifero all’americana: come l’ICE trasforma il male in mestiere quotidiano
L’ ICE è il male, e chi ci lavora ne è ogni giorno meno consapevole. Violenze, linguaggio punitivo e potere che trasforma il male in prassi istituzionale nella gestione migratoria (e non solo).
L’impassibile reazione degli agenti dell’ICE di fronte alla morte di Renee Nicole Good, per mano di uno dei loro colleghi, apre uno squarcio nella realtà democratica in cui gli statunitensi credevano di vivere. In milioni abbiamo guardato e riguardato quel video chiedendoci perché nessuno di quegli uomini con il viso coperto abbia fermato il proprio compagno omicida. Ci troviamo, ancora una volta nella storia, a chiederci perché persone normali si pieghino ad agire per il male.
L’effetto Lucifero, elaborato da Philip Zimbardo, rappresenta una chiave di lettura chiara: in ambienti ad alta pressione istituzionale come quelli gestiti dall’ICE, le dinamiche di potere e la struttura organizzativa possono indurre persone ordinarie a compiere azioni gravemente lesive, spingendo i protocolli amministrativi a trasformarsi in routine di abuso. Il caso Renee Good ne è una chiara espressione: l’opacità, la rigidità dei ruoli e la deresponsabilizzazione personale creano le condizioni in cui la sofferenza, fino al suo esito più estremo, diventa parte di un sistema che si autoconsidera legittimo.

Il concetto di obbedienza all’autorità, ampiamente studiato in seguito agli orrori dell’Olocausto, mostra come funzioni gerarchiche e procedure codificate inducano anche chi non ha precedenti violenti a partecipare a pratiche che sfociano in violazione dei diritti, fino all’omissione di soccorso o all’indifferenza di fronte a situazioni gravi, come quella vissuta da Renee Good. Il conformismo, infine, contribuisce ulteriormente: la pressione a omologarsi alla cultura dominante della sicurezza e della punizione soffoca il dissenso, impedendo la critica interna e la richiesta di cambiamenti.
La deumanizzazione, processualizzata anche nel linguaggio e nelle routine, porta gli agenti a vedere i detenuti non come persone, ma come oggetti da controllare e trasferire. Nel caso di Renee Good, questa distanza emotiva ha reso possibile ignorare l’umanità, cancellando l’empatia e legittimando la sparatoria. La diffusione della responsabilità, in organizzazioni militari e centralizzate come l’ICE, fa sì che nessuno si senta direttamente colpevole: il peso morale delle azioni si dissolve nella frammentazione dei compiti, spingendo tutti a percepirsi come semplici ingranaggi.

L’assuefazione al male, effetto della reiterazione di procedure dure e della prolungata esposizione all’abuso, contribuisce a una desensibilizzazione progressiva: gesti che in condizioni normali suscitano indignazione si trasformano in atti quotidiani, rendendo ordinaria persino la morte di una persona.
Questi paradigmi psicologici evidenziano come la morte di Renee Good non rappresenti tanto un’eccezione, quanto il risultato di dinamiche profonde e sistemiche: non si tratta solo di chi agisce, ma di come e perché certi comportamenti vengono non solo tollerati, ma integrati nella struttura stessa dello Stato.
L’ICE è il male, ma potrebbe essere ognuno di noi.


