Palestina: i primi decenni del lungo cammino di uno Stato
Il conflitto etnico tra Israele e Palestina attraversa oltre un secolo di storia, dalla Nakba fino alla Global Sumud Flotilla. Ripercorriamo i primi decenni di questo lungo cammino.
Il dibattito di alto livello dell’Assemblea Generale ONU sull’onda dell’indignazione globale per le atrocità in Palestina ha registrato l’iniziativa francese – insieme a Portogallo, Andorra, Australia, Belgio, Canada, Lussemburgo, Malta, Regno Unito e San Marino – di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina, auspicando una via diplomatica di soluzione al conflitto in corso da oltre 700 giorni.
Iniziata dopo il 7 ottobre 2023, l’offensiva israeliana ha infatti raggiunto livelli di violenza mai toccati prima. Esistono differenze sostanziali rispetto alle precedenti edizioni della guerra che si possono notare leggendo nella storia del conflitto ricadute globali che segnano tutto il XX e già i primi decenni del XXI secolo.
Una ferita sanguinante con insorgenze lungo il precedente secolo in primis sul versante della sicurezza, con il terrorismo fondamentalista. Uno scenario complicato altresì sul piano economico, con i Paesi dell’OPEC a maggioranza musulmana a gestire i rifornimenti mondiali di petrolio.
Lo Stato etnico israeliano dentro il Waqf palestinese
Il nazionalismo israeliano dagli inizi del ‘900 si manifestò con il sionismo, una strategia militare, spesso diventata suprematismo, per il diritto all’autodeterminazione etnica degli ebrei su una terra, come quella di Palestina, ricchissima di una storia millenaria, incrocio delle grandi religioni monoteiste contemporanee, compreso il cristianesimo.
Quella terra viene da sempre considerata dai palestinesi (e da tutti i musulmani) come un “waqf” islamico, uno spazio parte della fiducia religiosa accordatagli dal divino. Molto diversa dal concetto laico di Nazione occidente, di cui lo Stato palestinese è un adattamento relativamente recente. Un “waqf” in arabo vuol dire “detenzione” oltre il semplice possesso fiduciario, è un affidamento religioso senza tempo, non trasferibile, concesso dal divino fino a quando si ha fede in esso.
Ben si comprende, quindi, come in un’area in cui si mischiano componenti etniche e religiose radicate nei miti fondativi delle religioni, senza dimenticare il cristianesimo sia ortodosso che cattolico, la creazione di uno Stato nazionale etnico israeliano ha provocato un problema insanabile con tutto il mondo musulmano, che vede questa conquista come un’occupazione dei luoghi sacri. Purtroppo, in questo senso esempi simbolici sono il Monte del Tempio per gli ebrei e Haram al-Sharif per i musulmani, il Muro delle lacrime e l´Ḥāʾiṭ al-Burāq, o la Tomba dei Patriarchi e il Machpelah di Hebron.
I sionisti cinicamente dimenticano le rivendicazioni millenarie su questi luoghi, dove la creazione dello Stato di Israele non è il semplice risultato di una guerra di conquista, come molte altre nella storia degli Stati nazionali. La totalità del mondo musulmano la considera infatti come un’occupazione, nata da un regime coloniale, su un’area storicamente affidata dal divino al popolo islamico, palestinese, presente da secoli in quelle zone.
La Nakba dopo gli accordi per uno Stato di Palestina
Il problema contemporaneo dell’autodeterminazione dei palestinesi inizia con gli accordi Sykes-Picot stipulati in segreto al culmine del primo conflitto mondiale il 16 maggio 1916 tra Regno Unito, Francia e Russia per la spartizione dei territori post-ottomani ad est del Canale di Suez, diventati in seguito l’atto di nascita del medio-oriente geopolitico.
A questi, fece seguito la Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 tra Impero britannico e Lord Rothschild come rappresentante del movimento sionista per la creazione di un focolare nazionale israeliano nella stessa area palestinese.
Alla fine della Prima guerra mondiale, l’area della Palestina storica (circa 27.000 chilometri quadrati) sarà definita nella zona ad ovest del fiume Giordano dall’articolo 25 del Mandato per la Palestina del Consiglio della Società delle Nazioni del 24 luglio 1922 insieme al memorandum del governo britannico relativo alla sua applicazione in Transgiordania.
Ma alla fine della Seconda guerra mondiale, quando il 15 maggio 1948 il Regno Unito si ritira dalla zona, le bande militari sioniste presenti sul territorio con un’ampia organizzazione preventiva, rintracciabile nei Piano Dalet, svuotarono oltre 200 villaggi con circa 175.000 palestinesi rifugiati, dichiarando la fondazione dello Stato di Israele sul 78% delle terre originarie di Palestina.
Ciò che darà il via alla prima guerra civile israelo-palestinese sarà la Nakba, il disastro di Palestina, un vero e proprio esodo in cui il territorio dei palestinesi si ridurrà alla sola Cisgiordania ed alla Striscia di Gaza, complessivamente il 22% della Palestina storica.
Di Antonino Martorana


