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Gayatri Chakravorty Spivak e il femminismo postcoloniale

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Definita come «decostruzionista, marxista e femminista», Gayatri Chakravorty Spivak ha riformulato il femminismo inserendolo nell’ambito del postcolonialismo.


Brillante filosofa e critica letteraria, Gayatri Chakravorty Spivak ha segnato la teoria femminista degli ultimi decenni. Nasce a Calcutta nel 1942, dove nel 1959 si laurea in letteratura inglese, per poi proseguire gli studi negli Stati Uniti. Qui consegue il titolo di Dottore di ricerca alla Cornell University e, dal 1991, insegna inglese e letteratura comparata alla Columbia University di New York.

Acquisisce notorietà negli Stati Uniti grazie alla traduzione inglese dell’opera di J. Derrida Della Grammatologia, pubblicata nel 1976, la cui Translator’s Preface è considerata attualmente una delle più importanti introduzioni all’opera di Derrida, che situa il pensiero del filosofo francese in relazione ai maggiori filosofi europei.

Marxismo, femminismo e postcolonialismo sono gli ambiti e le correnti a cui la Spivak appartiene, ma con i quali tuttavia non esita a entrare in polemica, specialmente laddove intravede il medesimo impulso coloniale all’auto-universalizzazione che si traduce nella obliterazione delle culture considerate altre.

Nonostante le correnti citate siano alle base delle sue riflessioni, il suo pensiero non ne costituisce un tentativo di sintesi, anzi la studiosa si approccia a esse con un forte spirito critico. Questo approccio radicale della sua scrittura si traduce spesso in posizioni contraddittorie che, accompagnate da una prosa complessa,  rendono però difficile rintracciare una posizione della sua riflessione.

Questa difficoltà, che si riscontra nei testi della Spivak, è dovuta a una strategia messa in campo dalla studiosa che, volutamente, decide di indurre il lettore a una difficile comprensione dello scritto, poiché gli scritti coerenti e sistematici sono quelli di cui si deve diffidare.

Nel 1983 con il suo saggio “Can The Subaltern Speak?”  ridefinisce il termine “subalterno differenziandolo dalla definizione data da Gramsci. Per Spivak il subalterno è inteso come parola di genere, cioè femminile, e «come femmina non può essere udita o letta» . Subalterna non è solo la donna, anche se la donna, quella più povera e che vive nel Sud del Mondo, incarna l’emblema della subalternità. 

Subalterno non è neppure sinonimo di oppresso, o marginalizzato. Il subalterno è una figura neutralizzata, zittita ed esclusa, che Spivak in questo celebre saggio ci restituisce tramite il racconto di due donne: la Rani di Sirmur e Bhubaneswari Bhaduri. Donne private di uno spazio in cui poter articolare la propria soggettività, «donne che non possono parlare». Sono subalterne dal punto di vista culturale perché appartengono a una cultura, quella indiana, sottomessa, e sono subalterne anche in virtù del proprio sesso. Spivak, nelle sue opere, ha cercato di rintracciare le condizioni attraverso le quali il subalterno possa ri-articolare la sua voce. 

L’autrice è una delle esponenti del cosiddetto femminismo postcoloniale, che si contrappone al femminismo di matrice occidentale in quanto quest’ultimo tende ad assumere una prospettiva razzista ed eurocentrica escludendo le esperienze tipiche delle donne del Terzo Mondo.

I movimenti femministi che si sviluppano nei Paesi a Sud del mondo tendono a sottolineare la necessità di riconoscere le differenze tra le donne, che il femminismo bianco e occidentale tenderebbe a cancellare tramite l’imposizione di un unico modello di liberazione e di emancipazione, articolato sulla base dei desideri e delle esperienze delle donne occidentali.

Assumere le donne bianche e occidentali come il referente primario della teoria e della prassi – sostengono le femministe postcoloniali – rappresenta un ostacolo contro la necessità di formare alleanze politiche che superino le contrapposizioni di classe, razza e confini nazionali.

La Spivak suggerisce dunque la possibilità di praticare un essenzialismo strategico, cioè di attribuire alla categoria “donne” delle caratteristiche proprie e uniche, sulla base delle quali è possibile costruire delle identità politiche oppositive, nella consapevolezza dei limiti teorici di questa posizione.

È difficile tenere il conto delle pubblicazioni della Spivak, in quanto si dovrebbero menzionare molti altri testi e interventi di una studiosa che, anche rimanendo ambigua, ed essendo sempre restia a consegnarci una chiara e ultima posizione a cui ci si possa facilmente riferire, continua a essere protagonista dei dibattiti globali. Una studiosa che tende a relazionarsi con i propri lettori, fornendo continui spunti e aprendoli ad altri immaginari.

Bisogna quindi evitare di guardare le cose dal punto di vista di chi, in quanto soggetto, fa le analisi. Evitare che il centro sia determinato, definito. Essere consapevoli, criticare, decostruire, sfuggire alle idee e alle definizioni catalogabili e definite. Importante è svelare, imparare, tramite l’accettazione reciproca, che i rapporti di potere a livello sia culturale che economico non permettono l’effettiva realizzazione delle donne sia occidentali che subalterne.


 

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