Diritti transgender in bilico: una nuova ondata di leggi restrittive

Diritti transgender in bilico: la sentenza britannica che esclude dalla tutela contro le discriminazioni

La Corte Suprema britannica ridefinisce “donna” come “sesso biologico” escludendo le persone transgender dalla protezione anti-discriminazione. Una decisione che accende il dibattito sui diritti civili e segna una battuta d’arresto per la comunità LGBTQIA+.


Ad aprile 2025, la Corte Suprema del Regno Unito ha emesso una sentenza cruciale riguardante la definizione legale di “donna” all’interno dell’Equality Act 2010, una legge chiave contro le discriminazioni. Nella causa For Women Scotland contro i ministri scozzesi, la Corte ha stabilito che il termine “sesso” deve essere inteso esclusivamente come “sesso biologico”, cioè quello assegnato alla nascita, e di conseguenza una “donna” è definita come una persona “biologicamente femmina”.

Questa interpretazione esclude di fatto le persone transgender dalla protezione contro la discriminazione per sesso, indipendentemente dal possesso di un Gender Recognition Certificate (GRC), il documento che legalmente riconosce la modifica di genere anagrafico.

La sentenza, più che chiarire, rischia di semplificare e distorcere la complessità della realtà biologica e sociale: infatti, come il genere, anche il sesso non è rigidamente binario. Oltretutto, il linguaggio utilizzato dal giudice, definendo le donne transgender come “un uomo che si identifica come donna”, richiama retoriche anti-trans piuttosto controverse.

Diritti transgender in bilico: la sentenza britannica che esclude dalla tutela contro le discriminazioni

Nonostante la Corte affermi che questa interpretazione non danneggerà le persone trans, suggerendo che esse possano rivalersi per discriminazioni basate sulla “riassegnazione di genere” o sul “sesso percepito”, la realtà pratica mostra l’opposto. Difatti, è relativamente semplice per chi discrimina aggirare queste tutele sostenendo di conoscere il sesso biologico della persona, annullando così la presunta protezione.

Jess O’Thomson, esperta di diritto, denuncia come la sentenza modifichi di fatto i diritti delle persone transgender: “C’è una distanza enorme tra quello che la legge prescrive e l’impatto reale sulle vite delle persone trans, che vedono ridotte le loro possibilità di partecipare alla vita pubblica.”

La situazione peggiora con la guida emessa dalla Equality and Human Rights Commission (EHRC), che interpreta la sentenza in maniera ancora più restrittiva: essa consiglia, ad esempio, l’obbligo di bagni separati per sesso biologico e suggerisce di vietare alle donne trans di usare i servizi destinati alle donne cisgender, limitando anche l’accesso delle donne trans alle associazioni riservate alle “donne biologiche”.

Queste indicazioni, pur non avendo forza di legge, stanno già influenzando negativamente la vita quotidiana delle persone transgender, alimentando un clima di paura e marginalizzazione. O’Thomson segnala inoltre come gruppi anti-trans usino minacce legali per impedire qualsiasi tentativo di inclusione, sfruttando la legge come arma di repressione.

Tra i sostenitori di For Women Scotland figura anche la scrittrice J.K. Rowling, che ha finanziato l’associazione e ha creato un fondo legale anti-trans. La sentenza è vista da molti come una battuta d’arresto per i diritti umani, aggravata dal disinteresse del governo britannico, che sembra più propenso a difendere questa linea piuttosto che proteggere le minoranze. Il Primo ministro Keir Starmer ha infatti definito la decisione un “passo avanti” e un chiarimento necessario.

Il rapporto annuale Rainbow Map di ILGA Europe conferma il deterioramento della situazione dei diritti LGBTQIA+ nel Regno Unito, con un significativo calo nel ranking.

Un’ondata globale di restrizioni anti-LGBTQIA+

La Brexit non ha fermato la tendenza repressiva: anche Bulgaria, Georgia, Ungheria e Turchia hanno adottato leggi severe contro i diritti LGBTQIA+, vietando la promozione di identità di genere diverse e introducendo pene detentive per chi sostiene o manifesta apertamente queste identità. In Ungheria, ad esempio, è stato proibito il Pride e adottate misure di sorveglianza che colpiscono duramente la comunità.

La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro Budapest per violazioni dei diritti fondamentali, ma il clima rimane teso. Secondo Katrin Hugendubel di ILGA Europe, queste mosse non sono episodi isolati, ma fanno parte di un “contraccolpo globale” coordinato da gruppi estremisti, che strumentalizzano la legge per diffondere discriminazione e soffocare il dissenso, in una strategia simile a quella osservata in Russia e negli Stati Uniti.

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