La cultura è maschilista?

Siamo ingabbiati in un sistema che produce una cultura maschilista? Quanto è lunga la storia che ha influenzato i rapporti di potere e il ruolo delle donne nei secoli?


Partiamo dal chiederci cos’è la cultura. Secondo l’enciclopedia Treccani la cultura personale è «l’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio». La cultura collettiva, invece, è definita come «complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico».

La matrice fallocentrica della cultura occidentale

Perché si parla di cultura patriarcale? Il termine “patriarcale” viene utilizzato per descrivere la struttura sociale e religiosa nel mondo occidentale degli ultimi cinque mila anni. In questo lasso di tempo le donne sono state relegate alla sfera privata e costrette alla quasi invisibilità. Il termine femminismo indica una serie di movimenti sociali atti a sovvertire la disuguaglianza tra i sessi a livello sociale e politico attraverso l’opposizione fisica e teorica alle gerarchie e ai rapporti di potere preesistenti.  

Rappresentare l’esistenza umana tramite il linguaggio e i segni grafici ha una valenza determinante per la percezione dell’essere umano verso la propria specie e verso se stesso come individuo. Escludere o ridurre al minimo la manifestazione di una parte di popolazione, ha fatto in modo che la parte esclusa sgomitasse per affermare il proprio posto nella narrazione della storia del genere umano. Solo con l’avvento della rivoluzione industriale, però, le donne hanno ufficializzato la loro lotta per l’affermazione di genere che conosciamo oggi. 

Ma andiamo con ordine. Broude e Garrard, storiche dell’arte e professoresse dell’American University di Washington D.C. suggeriscono, attraverso i loro studi, che: 

1. Il femminismo (la scoperta delle donne da un punto di vista storico) ha avuto, negli ultimi decenni, un effetto esplosivo che ha portato non solo a domande sul passato, ma soprattutto sul modo presente che abbiamo di intendere la figura delle donne, l’iconografia legata ad esse e la necessità di osservare un fenomeno apparentemente relegato all’umanesimo, sotto un punto di vista molto più materiale, come ad esempio il ruolo delle donne legato al lavoro o alla sfera pubblica.

2. Esiste un passaggio dal matriarcato al patriarcato (Ginocentrismo vs Androcentrismo), nella storia dell’essere umano. Parliamo di un lasso di tempo che andrebbe dall’età della pietra all’età del bronzo, trascinate e ancora chiaramente visibili attraverso l’organizzazione del potere e dello spazio vitale in civiltà come quella Egiziana, Cretese e perfino nella grecia Arcaica: sebbene il potere fosse già passato di mano, è possibile individuare, per esempio, la derivazione del potere di questi governanti (il loro diritto a governare) dalla discendenza matrilineare derivata direttamente dalle culture preesistenti devote al culto e all’archetipo della Dea. 

3. Le invasioni indoeuropee e la conquista della Grecia continentale poco dopo il 2000 a.C. portarono nel mondo Mediterraneo popolazioni bellicose i cui discendenti fondarono il mondo occidentale basato sul culto dell’eroe e della civilizzazione patriarcale.

Qualunque sia stata la posizione reale delle donne comuni nelle società pre-greche, è certo che la Grecia antica era profondamente misogina e deliberatamente repressiva nei confronti delle donne. Basti pensare alla mitologia greca e alla quantità di stupri su cui si basa la potenza di Zeus. 

Possiamo altresì notare che studiose come Christine Havelock, nel suo saggio Mourners on greek vases: remarks on the social history of Women, tracciano linee che definiscono una continuità di importanza e dignità delle donne individuabili nei ruoli cerimoniali relativi a vita e morte di derivazione pre-greca. Questa eredità sì protrarrà nei secoli, tramandata di generazione in generazione fino ad arrivare ai giorni nostri, in una certa misura. 

«La Grecia, mitizzata e utilizzata con scopi identitari dalla narrazione in cui affondano le radici dell’orgoglio e di una supposta “superiorità culturale”, è la stessa società che mise a morte Socrate e Platone e ritenne giusto che lo stato avesse diritto di insegnare una religione (culto come “produzione” di cultura) che egli stesso riteneva falsa e che determinò persecuzioni» (B. Russel – Elogio dell’ozio). Ad accusare Socrate di empietà è Anito, esponente del partito democratico che, come gli altri gruppi di potere politico, era incapace di far fronte alle necessità della collettività – parallelismo che, a osservare la politica italiana di oggi, fa quantomeno sorridere.

Insomma, non è tutto oro quello che luccica e bisogna leggere la storia con un occhio critico per poter trarre delle conclusioni oneste. Ecco perché si è sentita la necessità di riesaminare i documenti storici da una nuova prospettiva, non solo riportando alla luce figure femminili che hanno determinato il corso della storia per come la conosciamo, ma anche dimostrando che la scrittura e la lettura della storia sono parziali e fanno riferimento ai “grandi uomini”. 

Non è un caso che, ad esempio, parlando di Voltaire, nei libri di scuola non si nomini Émilie du Châtelet, una delle massime esponenti dell’Illuminismo, coautrice (tra le altre cose) di Éléments de la philosophie de Newton (Elementi della filosofia di Newton) pubblicato da Voltaire nel 1738. Un episodio simile non stupisce: metà della storia del genere umano non viene raccontata in virtù di una gerarchia radicata nella società e giustificata dalla religione, metro di misura morale.

L’esclusione delle donne dalla storia

Come abbiamo studiato tutti a scuola, la civiltà greca influenzerà profondamente le culture a essa contemporanee, soprattutto quella Romana. Entrambe saranno influenze centrali per il periodo rinascimentale e neoclassico. La civiltà romana post-Costantino determina, con la diffusione legale del cristianesimo, un ulteriore passaggio che trova, nella figura di Maria Vergine, un culto che è stato spesso addotto come efficace confutazione dell’accusa che la chiesa era ed è tutt’ora misogina. 

Per lunghi periodi della storia le donne sono state escluse dalla sfera pubblica; politica, economia, scienze e le arti “alte” erano riservate agli uomini. Le manifestazioni artistiche femminili erano, con le dovute eccezioni (vedi il caso celebre di Artemisia Gentileschi), categorizzate ed esposte come categorie interpretative “escogitate” dagli uomini e imposte alle donne per scopi sociali che in definitiva hanno poco a che fare con la nostra concezione della cultura/arte “universale”. 

Gli interessi maschili sono stati scambiati per temi universali ma l’idea persuasiva di realizzazione culturale, originata nel periodo del Rinascimento italiano, ha esercitato un’influenza sproporzionata, falsata, sul pensiero storico. Attraverso l’immaginario proposto da linguaggio ed estetica, questo è particolarmente vero se si pensa all’atteggiamento sostenuto dai tradizionalisti di ogni tempo verso l’assioma “razionale – potente – solido maschile” contro “sensoriale – delicato – fragile – femminile” che si rispecchia nel dualismo santa-prostituta (Maria-Maddalena) che nasce dal rispetto o dal rifiuto di tali codici comportamentali.

Per fare un esempio pratico su tutti: Piazza della Signoria (Firenze) è stata per lungo tempo fucina e luogo primario di espressione dell’ideologia estetica, riferimento culturale non solo per Firenze ma per gran parte dell’occidente del tempo. Se osserviamo la frequente ricollocazione nella piazza dell’opera “Giuditta e Oloferne” di Donatello e il suo spostamento in favore delle statue di Cellini e Giambologna, statue in cui viene fatta violenza a una donna da parte di un uomo, vediamo la necessità psicologica e politica di esprimere una radicale subordinazione della donna all’uomo alla base della graduale soppressione della statua di Donatello. 

E risulta ancora più evidente se consideriamo la decisione di commissionare immagini che glorifichino la decapitazione di Medusa da parte di Perseo e il Ratto delle Sabine. La scelta di rappresentare e glorificare un brutale assassinio e un violento stupro è significativa in quanto queste immagini sono posizionate nel centro pubblico di Firenze, cuore pulsante e dell’attività culturale, con lo scopo dell’esaltazione mitica delle politiche di genere della cultura che le ha prodotte. 

I valori che, secondo gli schemi canonici, dovevano (e devono) incarnare il modello di donna, si districano secondo l’idea tradizionale di “femminilità”. Il modello di donna sottomessa e virtuosa, sopravvive ancora oggi attraverso il culto della maternità che continua a promuovere “la vera femminilità” (idealizzata in un contesto di dominazione sociale maschile). 

Possiamo altresì notare come le odalische di Matisse sono interpretate da Marilyn Board come «cariche di ideologie fallocentriche occidentali, specialmente quelle dell’orientalismo, in cui lo sciovinismo geopolitico e sessuale sono interconnessi».

I modelli comportamentali usati per l’educazione dei popoli (delle donne) nella storia sono determinanti per la costruzione di schemi comportamentali individuali. Schemi comportamentali che, per quanto possa urtare la nostra sensibile individualità, sono misurabili, ripetibili e verificabili. Questo punto è centrale per comprendere perché alcuni degli strumenti dell’analisi femminista siano le scienze sociali, la psicanalisi e l’approccio interdisciplinare. 

Punto di rottura

La rottura definitiva avviene con la rivoluzione industriale e con le lotte di classe in cui si intersecano quelle di genere, affondando le sue radici nel periodo illuminista. La rivoluzione industriale è un passaggio determinante in quanto emerge ora più che mai l’interconnessione tra alfabetizzazione, economia e ruolo delle donne nelle società moderne occidentali.

Ecco perché, sia a livello di rappresentazione iconografica che linguistica, stiamo assistendo a un lento ma inesorabile sconvolgimento. Nei decenni che seguirono la Seconda guerra mondiale, i movimenti delle donne si sono fatti sempre più presenti e influenti, tanto da affermare la necessità di linguaggi più inclusivi che siano in grado di raccontare l’esperienza delle donne nel mondo. 

Arriviamo quindi al concetto di Male Gaze (“sguardo maschile” sul mondo) che dà un nome all’abitudine millenaria di usare lo sguardo dell’uomo sul mondo come metro di misura per rappresentare l’universo esperienziale comune con l’unica prospettiva del maschio etero occidentale. 

Se osserviamo la questione della rappresentazione, ci accorgiamo che oltre al problema della rappresentazione storica e ai linguaggi visivi, si aggiunge da qualche anno anche la battaglia per l’affermazione dell’inclusione linguistica. L’esempio dello Schwa e più in generale per l’attenzione verso il linguaggio, mostra che donne come Vera Gheno (sociolinguista) o Lera Boroditsky (una delle principali contributrici alla teoria della relatività linguistica) tentano giorno per giorno di scalfire i costrutti ideologici millenari attraverso le parole che, nelle lingue romanze, sono fortemente volte all’esclusione dell’esperienza femminile del mondo.

La cultura, in ultima analisi, non è maschilista. Il sistema di potere socio-economico che produce cultura può essere definito di matrice fallocentrica e in relazione di potere con il sistema economico vigente costruito sul modello maschile dominante, ma la cultura non è un monolite e può essere adattata alle necessità espressive della società che ne è al contempo produttrice e fruitrice. 

Alcuni riferimenti bibliografici: Elogio dell’ozio, Introducing Feminist art History, Laughing with Medusa


Alice Castiglione

Vivo in UK, sono una visual artist e creatrice di contenuti, senza lasciare mai da parte l'attivismo.