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I 60 anni della rivoluzione sessuale

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La rivoluzione sessuale, esplosa negli anni ‘60 con la pillola anticoncezionale, non è mai terminata: non si smette mai di lottare per la propria libertà.


Erano gli anni ‘60 quando si cominciò a parlare negli Stati Uniti di libertà sessuale. Non solo a parlarne ma ad applicarla. Il mondo era ancora in piena Guerra fredda e la ripresa economica cominciava a portare benessere sparso; si muovevano le prime lotte per i diritti civili e per la parità ma soprattutto si cominciavano a denotare i primi tratti di una libertà più grande: quella sessuale, per l’appunto.

Tutto venne ispirato dai cambiamenti nelle norme sociali, terreno fertile per tutti quei movimenti che scombussolarono gli anni Sessanta e Settanta. Il movimento hippie nato negli Stati Uniti vide la gioventù americana liberarsi di tutte quelle regole “imposte dagli adulti”, elaborando una propria cultura, estetica, credo e morale che rompessero nettamente col passato e ampliando tutto ciò che era solo “accettabile” in quegli anni: amore libero, flower power e uso di stupefacenti, per aprire le famose porte della percezione.

Il nome «hippie» deriva proprio dal termine hip, che è sostanzialmente “conoscenza”, e fu coniato dai beatniks (i ragazzi della beat generation) del quartiere Haight-Ashbury di San Francisco. Uno degli eventi storici musicali più importanti legati alla cultura hippie fu il grande festival di Woodstock nel 1969. «Three days of peace & rock music», Woodstock è un evento rimasto nella storia non solo per la densità musicale di alta qualità, ma per la sua cornice: una folla assetata di amore e libertà.

Un altro movimento che prese piede nel periodo del Dopoguerra e della ripresa economica è quello femminista. Servirebbe un trattato per parlare degnamente di un movimento che affonda le unghia molto indietro nella storia, addirittura nel XVII secolo.

Gli anni ‘60 vedevano ancora la donna come l’angelo del focolare, dedita alla cura della casa e della famiglia. Il destino di ogni donna era segnato: dopo gli studi (spesso indirizzati alla ricerca di un buon partito), c’era spazio per il matrimonio e la famiglia.

Nel 1963 venne pubblicato uno dei primi importanti testi sul nuovo concetto di donna, La mistica della femminilità di Betty Friedan, attivista statunitense e teorica del movimento femminista di quegli anni. Scrive l’autrice nella prefazione: «Alla fine degli anni cinquanta l’età media del matrimonio per le donne americane era scesa a vent’anni e stava ancora scendendo. […] Nel 1920 la proporzione delle donne che frequentavano il college, rispetto agli uomini, era del 47 percento; nel 1958 era scesa al 35 percento. Cent’anni prima le donne si erano battute per l’istruzione superiore, ora le ragazze andavano al college per trovar marito. […] Alla fine degli anni cinquanta il tasso di natalità degli Stati Uniti stava raggiungendo quello dell’India».

Friedan cerca di dare una spiegazione al «problema inespresso» che rende infelici, depresse, e predisposte all’abuso di alcol e psicofarmaci le donne americane degli anni Sessanta. Secondo Friedan, questo problema è il risultato di un inganno che prende il nome di “mistica della femminilità”, a causa della quale milioni di americane hanno rinunciato ai loro sogni di realizzazione professionale, per dedicarsi esclusivamente alla maternità e alla vita di casa. La mistica della femminilità è quindi un deliberato progetto di persuasione e condizionamento che ha portato milioni di americane a segregarsi nei sobborghi residenziali americani.

Uno dei punti di partenza del cambiamento nella sfera sessuale e sociale viene spesso associato alla nascita della pillola anticoncezionale che portò le donne ad una vita sessuale prematrimoniale più sicura e alla possibilità di trovare un lavoro non a tempo determinato. Spesso le donne lavoratrici tenevano in conto che sarebbe arrivata una gravidanza, ma le cose cominciarono a cambiare. La pillola diventò il modo più conveniente per evitare una gravidanza indesiderata; d’altronde l’aborto era illegale e quello praticato sottobanco era troppo pericoloso. Ma la strada per il totale riconoscimento di questa libertà era ancora lunga. Era quasi inammissibile che una donna sposata andasse liberamente a farsi prescrivere la pillola contraccettiva, che spesso le veniva negata, con conseguente colloquio sulla morale sessuale; spesso dovevano rivolgersi a diversi medici prima di una prescrizione.

Il sesso era diventato più accettabile, socialmente riconosciuto anche fuori dal matrimonio. È proprio nel 1969 che venne prodotto il primo film erotico per adulti con scene esplicite di sesso: si tratta di Blue Movie diretto da Andy Warhol. La pellicola fu la fase embrionale di quella che fu la “Golden Age of Porn” (1969-1984) che contribuì ad inaugurare il porno chic, un fenomeno della cultura contemporanea americana.

Se per le donne si muovevano piccoli passi verso un percorso di scelta autonomo, non possiamo dire lo stesso per i diritti degli omosessuali. Basti pensare che negli Stati Uniti, in quegli stessi anni, esisteva tra le sue leggi quella anti sodomia, che prevedeva una punizione fino a 10 anni di reclusione per atti sessuali con un altro uomo.

Gli anni Sessanta non sono stati testimoni di tutte le conquiste sulla libertà di essere sé stessi ma sono stati piuttosto gli anni in cui si è posto il problema. L’omosessualità era ritenuta una malattia mentale, un disturbo della personalità – è relativamente recente la cancellazione dell’omosessualità dalle patologie psichiatriche. Nel 1968 c’erano solo quindici organizzazioni di gay e lesbiche negli Stati Uniti e il loro numero è cresciuto a un ritmo molto lento. L’approccio più militante per allentare la morsa delle norme vigenti fino a quel momento aveva contribuito ad allargare la sottocultura gay precedentemente isolata. Inoltre, il movimento homophile aveva già cominciato a minare la visione psichiatrica dominante dell’omosessualità.

Solo nel 1971 con la presentazione del primo film porno gay, Ragazzi nella sabbia, mostrato alla 55th Street Playhouse di New York, la comunità gay è stata lanciata nella rivoluzione sessuale non solo nella società ma anche nell’industria del porno.

Ma l’evento più importante di tutti è sicuramente quello dei moti di Stonewall del 1969. Una serie di manifestazioni spontanee e violente da parte dei membri della comunità gay, contro un raid della polizia che ha avuto luogo nelle prime ore del mattino del 28 Giugno 1969, presso lo Stonewall Inn, nel quartiere di Greenwich Village di Manhattan. Questo evento è considerato come il più importante per la liberazione gay e per i diritti LGBT negli Stati Uniti. Anche se questi moti sono visti come il momento originario della lotta per i diritti dei gay, è solo un punto storico (convenzionale) di partenza, poiché dopo i moti di Stonewall la vita della comunità non era comunque migliorata. Lo conferma il fatto che fino ad oggi sono tantissime le lotte e le manifestazioni: nonostante l’omosessualità sia riconosciuta come realtà e normalità da molti, ci sono ancora diversi paesi e comunità che la considerano un abominio e non la riconoscono.

È come se si ripetesse all’infinito questo pezzo di storia. Le lotte di ieri hanno portato certamente a dei cambiamenti, ma ancora oggi ci ritroviamo a batterci anche nel nostro piccolo con le solite contraddizioni legate al nostro secolo. Gli anni dell’innovazione, gli anni delle cure miracolose, gli anni delle operazioni chirurgiche senza tagli, l’era delle clonazioni e dei robot, dei viaggi interspaziali e delle foto ai buchi neri sono anche gli stessi dove si devono giustificare le scelte di una donna in quanto donna, o un bacio proibito, dove si riesce ancora a schiacciare e soffocare a terra qualcuno per il colore della pelle.


 
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Virginia Monteleone

Responsabile "Eco Culturale". Credo che l’arte sia una scelta di vita, e che la si sceglie in varie modi: la si fa, la si spiega, la si vende o la si compra. Io la svelo nella sua semplicità.

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