Per tuttə coloro che volevano usare lo schwa ma hanno lasciato perdere

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Nessuna catastrofe si abbatterà sulla lingua italiana. Non diventeremo tuttə “genere neutro” e non saranno abolite le identità in nome di simboli come lo schwa. L’inclusione si fa con i fatti, sì, ma anche con le parole.


Sono stati scritti chilometri di pagine sulla funzione del linguaggio nella rappresentazione della realtà, di se stessi e del “terzo incomodo” che subisce. Inutile nasconderci che la lingua sia sempre stata frutto di adattamenti e soluzioni che una determinata comunità trova più comodi per descrivere e descriversi. Non è detto, però, che sullo stesso divano della lingua italiana stiano tuttə comodə con certe convenzioni. Inoltre, sono diventati molti i terzi incomodi che chiedono una “de-maschilizzazione” della lingua italiana

Per questo motivo il dibattito degli ultimi anni su una lingua più inclusiva e meno legata al predominio maschile ha più volte sottolineato l’immediatezza – si fa per dire – del simbolo ə, lo schwa, in sostituzione della desinenza maschile quando si indica un gruppo misto di persone.

Può una lettera ribaltata essere artefice di un rovesciamento delle condotte linguistiche discriminatorie e irrispettose nei confronti del genere di una persona appartenente a un gruppo di cui si intende parlare? È la domanda sbagliata. Quella giusta è: possiamo fare di meglio con gli strumenti che abbiamo a disposizione? Non è solo garbo o, peggio, un’ossessione linguistica nella testa di alcunə facinorosə. Ma, prima di tutto, facciamo chiarezza.

Cosa è lo schwa e da dove viene

Lo schwa non è certamente familiare per chiunque parli una lingua europea. Non a caso si incontrano diverse difficoltà per digitarlo su una normalissima tastiera, che si tratti del pc o dello smartphone, tanto da arrivare a fare il cosiddetto “copia e incolla” da Google di questa agognata ə (copiatela da qui se può essere d’aiuto!). 

Studiosə di linguistica di tutto il mondo utilizzano lo schwa per descrivere il suono che fanno talvolta alcune lettere di alfabeti stranieri, di certo lontani da quello italiano. In verità, qualche utile suggerimento potrebbe far ritrovare il sound dello schwa anche nel Bel Paese.

Anche se, in breve, si tratta di un suono tendente alla “a” – in particolare a quella che sentiamo in un british «about» – è possibile rintracciare idealmente il suono dello schwa in espressioni partenopee come «mamm’t», dove la vocale assente costituisce in realtà un suono oppure, per dirne un’altra, «curre curre guagliò» (in quanti stanno canticchiando il brano dei 99 Posse per verificarne la schwabilità della “e”?). 

Certamente, un simbolo del genere si presta più facilmente a un uso scritto che a quello orale, soprattutto per via delle ovvie implicazioni sul riadattamento complessivo del parlato, processo ben più complesso dell’introduzione di una convenzione scritta, ma pur sempre possibile – come dimostrato dai 99 Posse poc’anzi.

Non è un caso che l’origine storica di questo simbolo risalga all’ebraico biblico. Più precisamente, qui, due puntini su una vocale ne indicavano la durata brevissima o la sua assenza. Solo nel 1821, il linguista tedesco Johann Andreas Schmeller, cercando di ovviare all’indicazione di una imprecisata vocale molto breve, inventò un simbolo nuovo, ma preso direttamente dell’alfabeto latino, la “e” rovesciata, rifacendosi al senso dello schwa ebraico. Fu così che nacque il simbolo «ə».

Un buon motivo per usare lo schwa

Lo schwa risulta essere, a primo impatto, una via di mezzo tra la classica “a” dell’accordo grammaticale al femminile e la “o” che rappresenta il suo corrispettivo al maschile. Per la linguista Vera Gheno, sostenitrice dell’utilizzo scritto e orale dello schwa, questo «rappresenta la vocale media per eccellenza». 

La proposta ha trovato appoggio nella comunità LGBT, impegnata oggi come non mai nella ricerca di un linguaggio più inclusivo e rispettoso di tuttə, in un momento storico in cui si vuole far presente a giornali e pubblico come parlare meglio possa significare anche vivere meglio insieme.

Un secondo buon motivo

Ci sono tantissimi modi per scriverlo, tecnicamente parlando. Si può – come abbiamo già detto – fare “copia e incolla” dello schwa da Google; si può velocemente digitare nella barra di ricerca di Windows «caratteri» e accedere in un attimo alla “Mappa caratteri” che contiene ogni simbolo che ogni tastiera di ogni lingua può visualizzare, trovando in pochi secondi lo schwa (memorizzandolo, di fatto, durante la stesura di un testo); inoltre, diversi sistemi operativi hanno delle scorciatoie diverse e veloci, anche in formato smartphone.

Un terzo buon motivo

Se su dieci persone nove sono uomini e una (due, tre, o quattro) è una donna, si può comunicare agevolmente con tuttə senza dover specificare ulteriormente; ed è il caso di una situazione frequente come il “benvenute e benvenuti a tutti”, con tanto di paradosso inevitabile sul finale. Proprio la frequenza con cui sarebbe possibile utilizzare lo schwa, rende questo simbolo un potenziale candidato nell’alfabeto e nella fonetica consolidata italiana. D’altronde, la lingua la fa chi la parla e la comunità che la “sente” ma, soprattutto, si fonda sull’uso consuetudinario.

Un quarto motivo, questo “avvincente”

Nonostante si tratti, nella maggior parte dei casi, di un non-problema – quello della concordanza tra la definizione relativa a un gruppo e l’effettiva rappresentanza di genere nel gruppo stesso – avviene di frequente che la generalizzazione accettata, quella maschile della lingua italiana nei plurali, non ha mai fatto “sussultare” l’orgoglio femminile; provate a definire al femminile un gruppo composto, ad esempio, da otto donne e due uomini: qualcuno vi correggerà di lì a poco, mosso da un profondo senso di ingiustizia. 

Anche se il “gesto di sfida” resta un’alternativa allettante da sfoderare all’occasione propizia, lo schwa risolve anche questo tipo di prevaricazioni comunicative. Perché, ricordiamolo, il punto è vivere meglio insieme, e non un duello tra chi merita, o pensa di meritare, più rispetto.

Un ultimo motivo, ma non meno importante

Come dichiara la linguista Vera Gheno a The Submarine, «a chi obietta che l’asterisco [altro stratagemma di inclusività] pone un problema di pronuncia si può ribattere che si sarebbe potuto introdurre, invece dell’asterisco, l’uso dello schwa, che almeno ha un suono». 

Ecco, l’asterisco, di largo uso attualmente – soprattutto perché facilissimo da raggiungere in ogni dispositivo – non ha un corrispettivo fonetico e, di suo, possiede già una “funzione di rimando” a una prescelta parte del testo da molto tempo, da ben prima che si discutesse di schwa e inclusione.

Lo schwa, infatti, non serve solo a riferirsi indistintamente a uomini e donne, ma a una moltitudine di persone che si identificano in qualsivoglia collocazione di genere (o non genere) e lo fa per di più in modo testuale e fonetico. Ditelo a tuttə: lo schwa è una scommessa possibile, non un’imposizione.


Daniele Monteleone

Caporedattore, responsabile "Società". Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. Ho un amore smisurato per l'arte, tutta.

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