Brexit strategy

Di Francesco Puleo – Per provare a immaginare che ne sarà del Regno Unito, dell’Unione Europea e di tutti i nostri compaesani emigrati a Londra, dobbiamo partire dal principio. La scelta dell’ex primo ministro David Cameron di indire un referendum sulla Brexit il 23 giugno del 2016 è riconducibile al successo inaspettato alle elezioni europee del 2014 dell’UKIP, partito euroscettico guidato dall’istrionico Nigel Farage, sorta di Beppe Grillo inglese che alla professione di comico ha preferito l’alta finanza. La sfida a Farage ha spinto Cameron, certo della sua vittoria, a indire quel referendum. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

brexit-second-referendum-nigel-farage-leave-means-leave-1073945Un’analisi delle ragioni della vittoria del Leave richiederebbe ben più di un articolo. Sintetizzando, possiamo affermare che la parte più consistente della classe operaia ha votato a favore dell’uscita dall’Unione Europea, additata come la causa di tutti i mali in una campagna referendaria monopolizzata dalla destra euroscettica. Difficile immaginare che il ritorno ai bei tempi andati dell’Impero possa invertire il segno di quelle politiche economiche che a partire dal governo Thatcher hanno provocato l’impoverimento progressivo della maggioranza dei britannici.

theresa-may-agf-u40680418833rve--835x437@ilsole24ore-webDopo le dimissioni di Cameron, la patata bollente della Brexit è passata nelle mani di Theresa May, anche lei conservatrice e favorevole al Remain. Il 29 marzo del 2017 May ha invocato l’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea, notificando al Consiglio europeo l’intenzione del Regno Unito di uscire dall’Unione. L’articolo prevede che i trattati europei siano disapplicati a partire dalla data dell’accordo approvato dal Paese uscente e dall’Unione Europea o (in assenza di un accordo) entro due anni dalla notifica, ovvero il 29 marzo del 2019.

Subito dopo la notifica ufficiale della Brexit, Theresa May ha indetto nuove elezioni, per «rafforzare il governo in vista dei negoziati». Anche in quel caso, i conservatori hanno commesso un errore, a causa dell’ascesa imprevista del Partito Nazionale Scozzese di Nicolas Sturgeon e soprattutto del Partito Laburista di Jeremy Corbyn, che da esponente della minoranza socialista interna al Labour è riuscito a conquistare la leadership del più grande partito d’opposizione e un inaspettato successo alle urne.

1000x-1Sin dall’inizio dei negoziati, gli ostacoli più grandi sono stati due: l’unione doganale e la questione irlandese. Sono queste le ragioni del backstop, contenuto nell’accordo approvato dal governo nel novembre del 2018: una garanzia che, in assenza di un accordo definitivo, evita l’applicazione di dazi, tariffe e quote sul commercio con l’Europa fino al 31 dicembre 2020. La contropartita però è duplice: da un lato, l’assenza di autonomia rispetto agli accordi tra Unione europea e Paesi terzi in materia di commercio internazionale (in barba agli euroscettici sostenitori della hard brexit), dall’altro un regime doganale speciale per l’Irlanda del Nord, voluto dall’Unione ma osteggiato sia dai nazionalisti irlandesi del DUP (alleati della May che tengono in piedi il governo) sia dai nazionalisti scozzesi. L’alternativa è ricostruire un confine tra Irlanda (che fa parte dell’Unione Europea) e Irlanda del Nord, con il rischio di riaccendere un conflitto che ha tenuto in ostaggio gli irlandesi per trent’anni e si è risolto anche grazie al superamento di confini rigidi tra Nord e Sud.

Queste sono le ragioni di fondo che il 15 gennaio hanno portato alla mancata approvazione dell’accordo. Sebbene la mozione di sfiducia nei confronti del governo sia stata respinta il giorno seguente, non si può certo dire che Theresa May sia riuscita a ricompattare una maggioranza parlamentare favorevole alla sua proposta. Semmai, lo scenario dei prossimi giorni è ancora più confuso: Corbyn chiede elezioni anticipate per gestire il negoziato con un nuovo governo, i conservatori più scettici chiedono il No Deal (l’uscita repentina dall’Unione in assenza di accordo).

Probabilmente i più temerari sono quelli che chiedono un secondo referendum. Tra questi, oltre a David Cameron e Nicolas Sturgeon, troviamo le vecchie glorie del Labour Tony Blair e Gordon Brown, che dopo avere rispettivamente promosso la guerra al terrorismo in Afghanistan e in Iraq e rivendicato il primato dei lavoratori “inglesi” sui lavori “inglesi”, si riscoprono internazionalisti. Un secondo referendum richiederebbe almeno cinque mesi e, dettaglio tutt’altro che secondario, non c’è al momento alcun accordo sul contenuto: cosa dovrebbero chiedere ai britannici? Forse l’unica ipotesi ancora più assurda è la rinuncia unilaterale alla Brexit, sebbene la Corte di giustizia europea si sia espressa a favore. D’altronde, l’Unione Europea ha alle sue spalle una lunga storia di referendum ignorati o ripetuti: il caso della Grecia nel 2015 è solo l’ultimo di una lunga serie.

Al momento, dunque, le ipotesi più probabili sono due: un secondo voto in parlamento sullo stesso testo (dopo negoziati interni ai partiti di maggioranza e opposizione), o un nuovo negoziato con l’Unione Europea, ammesso che questa sia d’accordo. Staremo a vedere.


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