Nigel Farage, il condottiero per l’Indipendence Day inglese

Farage, 52 anni di età, dal 1999 è al Parlamento europeo nel ruolo di antagonista anti-europeista, più precisamente come copresidente del gruppo Europe of Freedom and Democracy (EFD). Un ruolo che non ha risparmiato duri interventi, scontri aspri e attacchi verbalmente violenti nei dibattiti che hanno spopolato su internet proprio per la sua vena polemica aggressiva e quasi umoristica decisamente (e come altrimenti?) British. Nella lista di episodi che lo riguardano direttamente, se ne può citare uno del Marzo 2010: ricevette una multa di 3.000 euro per non aver chiesto scusa all’allora presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, dopo le sue dichiarazioni offensive, le quali definivano il suo “il carisma di uno straccio bagnato”.

Uscito vincente da un tumore ai testicoli, sposatosi due volte e padre di quattro figli, si è formato in una delle scuole private più prestigiose di Londra, il Dulwich College, e si considera comunque un “uomo del popolo”, ritratto preferibilmente col viso sorridente al pub. Definito dal suo sfidante principale David Cameron “matto, razzista e svitato”, non è stato debitamente preso sul serio fino al raggiungimento di improvvisi risultati che ne hanno consacrato il boom.

Nigel Farage, proveniente dal Partito Conservatore e dal quale era uscito protestando contro l’eccessiva tendenza europeista – soprattutto dopo i trattati chiave dell’ultima configurazione dell’UE –  diventa il leader dell’UKIP nel 2006, il Partito per l’indipendenza del Regno Unito. Il progetto nacque nel 1993 con la fondazione dell’Anti-Federalist League, che costituisce in qualche modo l’ossatura della struttura di “portata superiore” rappresentata dall’UKIP, col preciso scopo di opporsi al Trattato di Maastricht, quello che fondamentalmente sancisce la libera circolazione dei cittadini all’interno dell’Unione Europea e che di fatto pone le basi per la moneta unica. Conseguenza che non investì la Gran Bretagna per motivi strettamente economici e per cui si negoziò un opt-out (letteralmente una rinuncia di una particolare regola contenuta negli accordi), oltre che per l’opinione pubblica contraria – e dilagante vista la crescita tra il 2008 e il 2011 dal 54% all’81% di contrari all’entrata nell’euro zona – che ha confermato nel tempo la volontà di allontanarsi sempre più dall’Unione Europea.

Il partito di Nigel Farage rimase marginale per anni proprio per la bassa considerazione dei suoi esponenti, generalizzati come xenofobi, razzisti e aggressivi anti-europeisti. A calare, però, non fu l’indice del gradimento ottenuto bensì le percentuali degli altri partiti, facendo guadagnare sempre maggiori consensi all’UKIP dalle elezioni europee a quelle amministrative – alle prime ottenne il 27,5% dei voti mentre nelle seconde conquistò circa 4 milioni di voti. Con lo slogan “We want our country back ” si apre un periodo di impennata dei consensi. Improntato a un atteggiamento fortemente conservatore, dati anche i numerosi innesti in partenza e in corso di crescita del partito, quello che era nato come un single-issue party fu trasformato più saggiamente da Farage in una realtà non solo più concreta ma anche più appetibile – elettoralmente parlando – a partire dall’adozione di un programma politico indirizzato a un forte liberalismo economico.

Abbandonata la cieca ricerca dell’unico obiettivo partitico identificato nell’uscita dall’UE, il panorama politico del partito si amplia nel sostegno di diverse idee: tagli alla spesa pubblica (fatta eccezione per il reparto della Difesa), decise misure contro l’immigrazione e il blocco della stessa, sostegno economico per lo sfruttamento dei combustibili fossili a discapito delle energie rinnovabili.

Uscito però sconfitto dalle elezioni politiche del 2015, in cui vinsero i conservatori con David Cameron, Farage aveva rassegnato le dimissioni dalla direzione del partito, respinte poi all’unanimità dall’ufficio dell’UKIP e in sostanza da tutti i suoi membri che consideravano la crescita di questa realtà – a livello nazionale arrivata al 23% dei consensi nel 2013, numeri incredibili che riaprirono la competizione politica facendola divenire uno scontro a tre – e la campagna elettorale del loro leader come assolutamente vincenti.  

Ma è nel 2016 che è stata vinta la storica lotta che da decenni l’UKIP portava avanti, ed esattamente il 24 Giugno, all’arrivo dei risultati del referendum sull’uscita dall’Unione Europea che ha decretato la Brexit, anche se con uno scarto minimo sul Bremain. “Ora siamo finalmente liberi di iniziare a siglare i nostri accordi commerciali e i nostri rapporti con il resto del mondo. Ci lasciamo alle spalle un’unione politica che sta fallendo e ci siamo dati la possibilità di unirci al mondo in un’economia globale per il ventunesimo secolo ” ha dichiarato Farage in seguito a quello che per lui è il compimento della missione politica di tutta la vita. Per lui nove conservatori su dieci erano favorevoli all’uscita dall’Unione Europea – processo che comunque richiederà degli anni per essere completato – viste anche le ultime difficoltà alle quali andava incontro la Germany dominated Europe of disharmony, come la definì in un animato discorso al Parlamento europeo.

La bella favola sembra concludersi con l’arrivo delle dimissioni del 4 Luglio, inaspettate e sorprendenti. Farage ha dichiarato “Durante la campagna elettorale ho detto che rivolevo il mio Paese indietro. Adesso rivoglio la mia vita” sicuro di aver creato e lasciato un partito solido, forte di una pesante vittoria per la Brexit che ha messo alla porta il – ex – premier Cameron. “Mi sono buttato nella campagna per la Brexit non per ragioni di carriera politica ma perché volevo che il mio Paese diventasse indipendente ” ha detto il politico inglese che però resterà a far parte dell’EFD, e ha concluso “con la vittoria, i miei obiettivi politici sono stati soddisfatti ”.

Daniele Monteleone


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