La fine politica di David Cameron

David Cameron si fa da parte. Sulla porta di Downing Street, con gli occhi della moglie Samantha a far da supporto, il premier britannico ha deciso di rassegnare le dimissioni all’indomani del risultato del referendum sulla Brexit. “Penso che il paese abbia bisogno di un nuovo leader”, ha dichiarato Cameron, spiegando anche che il suo sostituto uscirà fuori dal congresso del partito conservatore di ottobre. “Il popolo britannico ha preso la decisione molto chiara di intraprendere un percorso diverso”, ha sottolineato il premier, “e per questo penso che al paese serva una nuova leadership per portarlo in questa direzione”. Tutti gli indizi lasciano presagire che sarà Boris Johnson, ex sindaco di Londra e principale sostenitore della fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue, a dover avviare i negoziati con l’Unione Europea, con la conseguente attivazione dell’art.50 dei Trattati comunitari.

David Cameron esce sconfitto da una sfida, che lui stesso ha voluto lanciare in quel giorno di gennaio 2013. Una scelta, che già allora appariva insidiosa, e che il tempo ha trasformato in incubo. Un tragico errore, un azzardo sulla sua pelle politica, ma soprattutto su quella del popolo britannico e ancora di più su quella dell’intera Europa.  Da improbabile europeista ha dovuto condurre le redini della campagna elettorale, di fianco ad alleati inaspettati provenienti dalle opposizioni parlamentari. Dall’alto della sua storia politica, non è riuscito a convincere la gente. Finendo per pagare anche colpe altrui, anche quelle di un partito laburista, che con il suo leader, Jeremy Corbyn, non ha mai dato idea di voler supportare concretamente le posizioni del Remain. “Sono stato assolutamente chiaro sulla mia convinzione che la Gran Bretagna è più forte, sicura, e prospera all’interno dell’Unione Europea”, ha voluto ribadire il premier, “ed ho chiarito che il referendum era solo su questo, non sul futuro di alcun singolo politico, nemmeno il mio”.

Al di là delle parole, però, Cameron era consapevole che l’esito del referendum avrebbe inciso sul suo destino politico. Ha voluto sfidare il proprio partito su un terreno pericoloso, convinto che lo potesse gestire e manovrare a suo piacimento. E invece, ne ha perso le redini quasi fin da subito. Perché, in quel gennaio 2013, Cameron ha infervorato gli animi di una nazione che da anni chiedeva un ulteriore possibilità di pronunciarsi sul tema. Il resto lo ha fatto il contesto politico-economico del momento. La rabbia per gli anni della crisi è ancora forte, e presente soprattutto nelle zone periferiche e rurali. E in queste, la paura dello straniero ha inciso parecchio.

Cameron ha la colpa di aver innescato la miccia di una bomba, già pronta ad esplodere, e che, paradossalmente, in questi tre anni si è ulteriormente riempita di esplosivo. Con gli accordi di febbraio, Cameron sembrava aver indirizzato il percorso verso la permanenza, portando ulteriori benefici alla City of London. Ma, in realtà, si è portato appreso solo un’illusione, lasciando invece una duplice e pesante eredità: un Regno Unito visibilmente spaccato, e un’Europa instabile e in preda al panico.

Mario Montalbano


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