Una “questione di confini”: l’Irlanda alle prese con la Brexit

Di Gjovana Nika – «Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui: è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. La frontiera rappresenta invece la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei, oltre il giusto e il consentito, verso l’inconoscibile che ne avrebbe scatenato l’invidia».

Così cominciava una delle tracce della prima prova di maturità del 2015/2016. Era richiesta una riflessione sul concetto di confine (concetto immerso nell’ormai sempre attuale tema dell’immigrazione). Essi servono a delimitare i territori, a capire fin dove si estende la sovranità di uno Stato. Quando si parla di confine, tra le prime cose che vengono in mente ci sono le parole limitazione, autodifesa, ma anche allontanamento, chiusura, senso di sicurezza.

Questa traccia uscì proprio il giorno prima del referendum sulla Brexit, il 23 giugno 2016, il cui risultato fu favorevole all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea con il 51,9% di voti favorevoli dei cosiddetti Leave (coloro che hanno voluto lasciare l’Ue) contro il 48,1% dei Remain (coloro che avrebbero voluto rimanere nell’Ue). Ed è proprio nel contesto della Brexit, o meglio nel contesto delle trattative sul divorzio UK-Ue che si inserisce la questione confine. Difatti le trattative non riescono a procedere e arrivare ad una conclusione perché non vi sono accordi comuni su come gestire il confine tra Irlanda del Nord (Uk) e Repubblica d’Irlanda (Ue). 

imageUn confine lungo 499km circa che prima del 1998 era costituito da muri e barriere, torri di guardia, presidi militari, controlli su entrate e uscite anche di persone che varcavano quella linea per ricongiungersi con amici e parenti che stavano dall’altra parte di una stessa Irlanda divisa in due.

Il 1998 fu l’anno della fine dei cosiddetti Troubles, dopo i trent’anni di disordini scoppiati dal 1968 nell’Ulster (Irlanda del Nord) tra la minoranza cattolica unionista, la quale chiedeva diritti civili e riunione con il resto dell’Irlanda (Eire), e la maggioranza protestante nazionalista, desiderosa di rimanere nel Regno Unito. Furono definiti anni di disordini perché entrambe le parti ricorsero a fazioni paramilitari per la propria lotta, da una parte l’IRA (Irish Republic Army) dei cattolici e dall’altra parte l’UVF (Ulster Volunteers Force) insieme al RUC (Royal Ulster Constabulary) dei protestanti, causando circa 3000 morti in un trentennio. selma_wide-a1215fca4c232f432d79f9caa8cd35328caca6cd-s900-c85Eclatante rimane il Bloody Sunday – proprio quello della canzone del gruppo irlandese U2 – giorno in cui i militari inglesi inviati da Londra per controllare la situazione, uccisero invece 14 manifestanti cattolici nord irlandesi in un solo giorno.

Dopo trent’anni il leader britannico Tony Blair e quello irlandese Bertie Ahern firmarono finalmente un accordo di pace, il Good Friday Agreement (accordo del Venerdì Santo) il 10 aprile 1998 a Belfast, approvato poi tramite referendum, prevedendo la nascita di un’Assemblea parlamentare nord-irlandese e il cessate il fuoco. Da allora la pace sembra essere tornata, nonostante sporadici casi di violenza da parte di coloro che quell’accordo non lo hanno accettato.

Con la Brexit la questione del confine irlandese è tornata a farsi sentire prepotentemente. I negoziati fanno fatica a trovare una fine perché nessuna delle parti coinvolte trova una soluzione comune o non vuole fare un passo indietro rifiutando posizioni e imposizioni. L’unica certezza è che quella linea divisoria, ormai diventata quasi invisibile grazie all’unione doganale e al mercato unico dove persone, merci e capitali sono liberi di circolare, non la vuole nessuno, in particolare gli Irlandesi.

Il problema principale è che essendo sia il Regno Unito (ancora per poco) che la Repubblica d’Irlanda membri dell’Ue, quel confine è come se non ci fosse non essendoci più controlli alle frontiere. Gli irlandesi varcano quel limite quotidianamente per passare da un’Irlanda all’altra per andare al lavoro o a scuola. Gli scambi, il commercio e le attività economiche sono facilitate. Le imprese (soprattutto locali e piccole) vivono grazie agli scambi bilaterali fra le “due Irlande”, ma anche grazie alle esportazioni verso il Regno Unito. Un esempio ne è la birra irlandese Guinness la quale viene prima esportata in Gran Bretagna attraversando i confini per due volte, per poi essere spedita nel resto del mondo. Secondo il Copenhagen Economics il Pil irlandese si contrarrebbe del 2,8% e, nel peggiore dei casi, anche del 7% entro il 2030 per effetto della Brexit.

Come si può ben capire un reinserimento del confine implicherebbe l’innalzamento di un muro su cui andrebbero a sbattere tante merci, persone e capitali. Inoltre vi sarebbe il pericolo del ritorno ai Troubles: una divisione controllata potrebbe rivelarsi benzina su un fuoco che probabilmente non si è mai spento.

I negoziatori per la Brexit questo fuoco stanno cercando di non alimentarlo ma allo stesso tempo vorrebbero portare acqua al proprio mulino. I principali attori sono il Segretario di Stato britannico per l’uscita dall’Ue David Davis e il negoziatore capo per la Brexit Michel Barnier per conto dell’Ue. Ma anche la Lady di Downing Street Theresa May e il primo ministro irlandese Leo Varadkar che non possono non pronunciarsi in merito alla questione.

Le proposte che vengono presentate prima da una parte e poi dall’altra sono diverse, tra cui quella della May di un “hard border”, una frontiera in cui tornerebbero le infrastrutture preesistenti al ‘98, oltre alle forze militari, con una diversità consistente nell’ “alto fattore tecnologico”, ovvero un controllo della dogana simile a quello tra USA e Canada. Idea riproposta da Davis con il nome di “soft border 2.0” che prevedrebbe un semi-hard border con l’alto fattore tecnologico, ovvero qualcosa (da elaborare però) simile al lettore ottico dei documenti dei conducenti che passano il confine col Canada appunto, dove il tempo medio di attraversamento sarebbe di 54 secondi.

Il primo ministro irlandese Varadkar è riluttante a questo tipo di soluzione in quanto nuocerebbe all’Accordo del Venerdi Santo e alla permeabilità del confine tra le due Irlande.

La May propone anche degli accordi commerciali talmente specifici tra Irlanda e Gran Bretagna da evitare controlli alla frontiera, uscendo però entrambe sia dal mercato unico che dall’unione doganale. Il però va messo poiché dall’altra parte vi e un’Ue nella persona di Barnier che propone all’Irlanda del Nord di restare nell’unione doganale per poter mantenere il confine aperto. La Premier di Londra non accetta l’idea di una «minaccia all’integrità costituzionale» inglese. La May deve anche tenere in considerazione il DUP (partito unionista protestante). Il partito di destra dell’Irlanda del Nord che nel 2017 è stato decisivo per la formazione del governo britannico, non vuole accettare regole che rendano l’Ulster diverso dagli altri Paesi, tanto meno se ciò implica il mantenere rapporti con la Repubblica d’Irlanda. Va tuttavia considerato che il DUP non rispecchia la maggioranza del suo Paese dove il 56% dei Nord irlandesi hanno votato per restare nell’Ue.

Lo scorso marzo si è giunti a un accordo parziale il quale prevede la permanenza del Regno Unito fino al 29 marzo 2019 e un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, dopo di che ci sarà  l’uscita effettiva come membro dell’unione europea. Nel testo legale è stato concordato tra le parti, cioè tra Barnier e Davis, il cosiddetto “backstop”, ovvero l’Irlanda del Nord continuerà a far parte del mercato unico e dell’unione doganale se non verranno trovate altre soluzioni in merito, infatti le trattative su questo nodo stanno continuando e Barnier auspica una conclusione entro questo giugno. Londra ha accettato il backstop dopo che Dublino ha minacciato di porre il veto se nell’accordo non fosse stata prevista una soluzione riguardo il confine, ma spera che l’Irlanda del Nord non rimanga nell’unione doganale, mentre l’Ue spera nel contrario, se possibile che ci rimanesse il Regno Unito interamente. Per il momento non ci dovrebbero essere sviluppi ulteriori ma continue trattative.

Che soluzione verrà trovata è difficile dirlo. Per il momento le trattative continuano e l’obiettivo è di chiuderle entro ottobre evitando in ogni modo un confine duro e rispettando gli Accordi del Venerdi Santo, punti su cui tutte le parti sono d’accordo.


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