Dalla Thatcher alla Brexit: le tappe dell’uscita britannica dall’Ue

Dall’ingresso del 1973, passando per l’euroscetticismo della lady di ferro, per arrivare al risultato storico del referendum che rischia di cambiare i volti dell’Uk, ma anche dell’Unione Europea.

Il Regno Unito entra nella Ce. È il primo gennaio 1973 e il governo del conservatore Hedward Heath, dopo due tentativi andati a vuoto, decide di entrare a far parte della Comunità Europea.

Il referendum del 1975. Heath perde le elezioni a favore dei Labour di Harold Wilson, il quale decide di indire un referendum sulla permanenza del Regno Unito nella Cee. Il 62 per cento dei cittadini vota a favore del “Remain”.

Gli anni della Thatcher. Con l’avvento della lady di ferro, dal 1979 al 1990, il rapporto tra GB e UE ritorna più volte in discussione. Due i momenti chiave, ma soprattutto due saranno i discorsi a passare alla storia: quello del 1984 a Fontainebleau, dove grazie alla severa contestazione ottiene parte del contributo britannico alle casse comunitarie per la politica agricola comune; e quello del 1988 al Collegio d’Europa di Bruges, in cui la premier mette in discussione il piano Delors della Europa federale.

L’uscita dallo SME. BeFunky CollageDa segnalare l’uscita dallo SME (Sistema Monetario Europeo), sistema subentrato al serpente monetario volto a mantenere una parità di cambio prefissata entro una oscillazione del +/- 2,5 per cento, avendo a riferimento una unità di conto comune – ECU – determinata in rapporto al valore medio dei cambi del paniere.

Ok a Maastricht, ma a determinate condizioni. È il 1 novembre 1993 e la Cee diventa – mediante il Trattato di Maastricht – Unione Europea. Il nuovo premier conservatore, John Major, riesce a ottenere determinate condizioni al tavolo delle trattative con gli organi comunitari: opt-out per la moneta unica, ma anche dalla Convenzione di Schengen.

Il no all’euro. Con i governi laburisti di Tony Blair e di Gordon Brown, è stata più volte dibattuta la possibilità che il Regno Unito entrasse a far parte dell’eurozona. Ipotesi mai diventata realtà.

Il rischio, (rinviato?) dell’addio scozzese . BeFunky CollageLo Scottish Independence Referendum Bill è il disegno di legge con cui si sarebbero stabilite le modalità di svolgimento del referendum accordato dal premier conservatore britannico David Cameron. Nonostante l’alta affluenza alle urne, i Yes Scotland non sono riusciti a spuntarla.

La promessa di David Cameron: sì al referendum sull’Unione Europea. Nel gennaio del 2013, David Cameron – in prospettiva elettorale – decide di alzare il tiro, concedendo quello che i cittadini britannici hanno sempre desiderato: un referendum consultivo sulla permanenza della Gb in Europa.

L’ottimistico vertice europeo del febbraio 2016. Dopo ore estenuanti di trattative, Cameron riesce ad ottenere  uno “status speciale”, concedendo ulteriore libertà alla propria City, limitando soprattutto gli oneri nel settore del welfare. Sembra il preludio ad una campagna referendaria tranquilla, invece…

…la Brexit è realtà. BeFunky CollageUna intera campagna referendaria a scongiurare quello che sembrava uno spauracchio. Una campagna carica di tensioni, persino con un omicidio (per mano della destra estrema), quello della deputata laburista Jo Cox. Con il 51 per cento, il Regno Unito decide di uscire dall’Ue. David Cameron ha già annunciato le dimissioni. Adesso, la curiosità è anzitutto rivolta sulla reazione dei mercati – già traballanti al sentore dei primi risultati – ma anche sulla sterlina. Il prossimo passo – che si prospetta assai lungo – sarà la trattativa Gb-Ue, con quest’ultima che dovrà mantenere un profilo alto se vorrà difendersi da ulteriori fuoriuscite.


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