Ignavia e capitalismo: quando il boicottaggio diventa un dovere morale

boicottaggio è un dovere morale

Non basta “non voler essere complici”: ogni gesto quotidiano, una lattina bevuta, un clic su un carrello online, è già iscritto in un sistema che produce e riproduce oppressione. Il boicottaggio, allora, non è solo un atto politico, ma un dovere morale.


Da qualche tempo a questa parte, molte pagine social che si occupano di attivismo e divulgazione politica hanno lanciato dei contenuti utili al boicottaggio di prodotti i cui brand, direttamente o indirettamente, finanziano Israele e l’occupazione sionista in Palestina. Esistono persino applicazioni che, scannerizzando il codice a barre di ogni merce, segnalano il loro posizionamento politico ed economico a riguardo.

Pertanto, il contrasto di pessimismo e ottimismo che è in tutte le cose, porta alla realtà delle questioni che sembrano fondamentali da dover porre al proprio sé e ad una collettività. Dentro un occidente capitalistico che va avanti a forza di impieghi performativi e assordanti responsabilità personali, decidere di comprare questo anziché quello fa davvero la differenza? E qualsivoglia sia la risposta a quest’ultima domanda, ne arriva subito un’altra. A quante cose siamo disposti a rinunciare per la libertà?

La nostra vita comoda Vs. i diritti di altri

Per quanto dalle scuole elementari ci insegnino la bruttezza della guerra, noi cittadini europei appartenenti a una società cosiddetta “civile”, godiamo delle nostre comodità proprio a discapito dei diritti altrui. Un esempio abbastanza lampante è certamente Amazon, la più grande piattaforma di e-commerce al mondo nonché forse la più efficiente, dato l’ottimo servizio clienti e la possibilità di avere resi e rimborsi in tempi abbastanza rapidi. Ha cambiato il modo di vivere gli acquisti online che, prima del consolidamento di Amazon, riservavano una componente di scetticismo e diffidenza. E, a tal proposito, c’è chi addirittura adesso ci fa la spesa.

Amazon, oltre ad essere tutto questo, è anche una delle aziende citate dall’avvocata per i diritti umani Francesca Albanese, all’interno di un rapporto per le Nazioni Unite, che indaga sui legami che intercorrono tra azienda e genocidio palestinese. I giganti della tecnologia come Amazon ma anche Microsoft e Google, sono stati indicati come “centrali nell’apparato di sorveglianza di Israele e nella continua distruzione di Gaza“. Eppure, a distanza di tempo, attendiamo la settimana del Black Friday per sostituire, a prezzi stracciati e rateizzati, i nostri dispositivi. Facciamo regali da Palermo a Milano direttamente dal divano ed evitiamo le lunghissime code alle casse dei negozi addobbati a Natale.

Parlando di Natale, c’è un’altra azienda che ha forti accordi con Israele, la beniamina Coca-Cola (ma anche la sua nemesi PepsiCo). Infatti, rinunciare a una bevanda non si riduce soltanto a questo. Il Babbo Natale contemporaneo così come lo conosciamo oggi è stato creato da una campagna pubblicitaria della Coca-Cola, che richiama l’intera palette del brand. Poi ancora McDonald’s, mecca culinaria dei bambini, punto di ritrovo per feste d’infanzia, primi appuntamenti adolescenziali e sostenitore esplicito dell’IDF tramite la distribuzione gratuita dei pasti. Il capitalismo fa anche questo: vende storie, ne acquisisci ricordi e hai un legame con esso.

La gabbia del consumismo e il capitalismo coloniale

Il lavoro di Judith Butler ha mostrato come le nostre vite siano già ingabbiate in logiche di consumo che naturalizzano la violenza e normalizzano l’ingiustizia. Non basta “non voler essere complici”: ogni gesto quotidiano, una lattina bevuta, un clic su un carrello online, è già iscritto in un sistema che produce e riproduce oppressione. Il boicottaggio, allora, non è solo un atto morale, ma un atto politico: è il tentativo di “denaturalizzare” questo meccanismo, renderlo visibile, spezzare il legame automatico tra piacere privato e dolore altrui.

David Graeber parlava del “potere delle piccole azioni” nell’infrangere l’egemonia culturale, mentre Pierre Bourdieu ci ha dato prova di come anche gli atti apparentemente individuali (bere una Coca-Cola, indossare Puma, usare PayPal) siano in realtà profondamente sociali e politici, perché rafforzano o sfidano sistemi di potere. Il boicottaggio diventa, in questa prospettiva, una forma di prassi collettiva, capace di ricostruire legami di solidarietà oltre i confini nazionali.

E sul piano dell’economia politica, non si tratta solo di moralità, ma di nuda struttura del capitalismo coloniale: come spiega Patrick Wolfe, il colonialismo non è un evento, è una struttura. Ogni grande marchio occidentale che investe in Israele non lo fa “per caso”, ma perché lì trova terreno fertile da sfruttare e una rete di protezione politica e militare. Il nostro consumo quotidiano è dunque un nodo nella catena globale che unisce il supermercato sotto casa all’assedio di Gaza.

Il peccato dell’ignavia

È impossibile, poi, non notare l’ipocrisia che cammina sfacciata lungo le passerelle scintillanti del Festival di Venezia. Se c’è un linguaggio che più di tutti è politico, è proprio quello dell’arte e il cinema ne fa parte. Lo dimostra, tra i tanti esempi esistenti, la vita di Awdah Hathaleen, attivista palestinese ucciso pochi mesi fa, che aveva contribuito alla realizzazione di No Other Land, film vincitore dell’Oscar 2025. Quel film è resistenza e testimonianza: negarlo significa svuotare l’arte del suo senso più profondo. 

La stessa ignavia è nelle parole di Gennaro Gattuso, che in conferenza stampa ha dichiarato che rinviare la partita con Israele non è possibile: «Io sono un uomo di pace e mi fa male al cuore vedere civili e bambini colpiti, mi fa male al cuore. Noi però facciamo un mestiere». Chi ha voce, chi ha spazio, chi ha un pubblico, non dovrebbe ridurre il proprio lavoro a questo.

Tutto è davvero politica e questa consapevolezza dobbiamo guardarla in faccia, dal numero di scarpe, al colore delle pareti di casa.C’è un privilegio enorme che deteniamo e ce lo hanno fatto dimenticare di proposito, perché tornando alla prima domanda, ancora prima di comprare questo piuttosto che quello, c’è una parola cruciale: decidere.

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