La solitudine della gentilezza
Oggi in un’epoca in cui la comunicazione sembra onnipresente ed i social network ci connettono senza tregua, la necessità della gentilezza appare sempre più dimenticata.
«Essere gentili non è un lusso, ma una necessità della convivenza.». Così Aristotele ricordava, più di duemila anni fa, che la vita umana non si regge soltanto su leggi ed istituzioni, sulla distinzione di comportamenti che distinguono un bravo da un cattivo cittadino, ma su legami di reciproca attenzione. Oggi, invece, in un’epoca in cui la comunicazione sembra onnipresente ed i social network ci connettono senza tregua, proprio questa necessità, quella della gentilezza, appare sempre più dimenticata.
La gentilezza come mezzo empatico che fa bene alla salute
Mai come ora, paradossalmente, si parla tanto e si ascolta poco. La gentilezza , che in quest’ottica risulta la forma minima dell’empatia, trova difficoltà ad emergere in un mondo scandito da messaggi istantanei, commenti aggressivi e polarizzazione costante.
Secondo Daniel Goleman, l’intelligenza emotiva si fonda proprio sull’abilità di riconoscere le emozioni degli altri, sentirle e di conseguenza, rispondere in modo adeguato. Ma in un contesto in cui il contatto è filtrato da schemi ed algoritmi, in cui le relazioni si trasformano in pixel, questa competenza si atrofizza.
Potrebbe essere utile sapere che recenti ricerche scientifiche hanno stabilito che l’assenza di relazioni autentiche produce un aumento del cortisolo, l’ormone dello stress e riduce persino le difese immunitarie. Non si tratta quindi solo di educazione o di forme comportamentali che decidiamo di adottare o meno per scelta: la mancanza di gentilezza diventa piuttosto un problema di salute pubblica.
La difficoltà relazionale che alimenta l’individualismo
Hannah Arendt , con la sua analisi in La banalità del male , ci ammoniva: «Non è necessario odiare per tradire l’umanità, basta smettere di vedere l’altro come un soggetto degno di attenzione». La conseguenza tragica è la precarietà affettiva. L’incapacità di saper “stare” a discapito dell’andare via. La solitudine verso la quale ci stiamo dirigendo non coincide necessariamente con l’essere soli, ma nel non essere disponibili a creare rapporti duraturi e stabili.
Tutto si indebolisce in un ambiente dominato dalla fretta, dalla velocità e dall’individualismo.
In uno spazio relazionale fatto di interazioni frammentarie, scegliere consapevolmente di interagire ritrovando il piacere della fisicità, del contatto, della “presuntuosa” quanto demonizzata richiesta di esserci occupando lo spazio e il tempo, favorendo incontri che implichino un rallentamento e l’incontro con il volto dell’altro, a discapito di quelli virtuali, sembra essere l’unica strada possibile per una rivoluzione emotiva.
Nella Modernità liquida Zygmunt Bauman profeticamente descrive rapporti flessibili, revocabili, sostituibili con un clic. In questo scenario, le relazioni diventano spesso “usa e getta”: facili da iniziare, difficili da mantenere, quasi impossibili da custodire nel tempo. La gentilezza, in tale contesto, non è un orpello ma un atto controcorrente: significa decidere di restare, di ascoltare, di coltivare.
Come tornare alla genuinità della gentilezza nella sua interezza?
La crisi della gentilezza, dunque, non si misura solo nei toni bruschi o nei silenzi urbani. Non si tratta solo di far sedere sull’autobus un anziano o di rispettare la fila al supermercato (che indicherebbe tuttavia un buon punto di partenza), ma si manifesta soprattutto nell’impossibilità di costruire legami solidi, nell’incapacità di fidarsi e di affidarsi. Nell’indisponibilità ad usare il nostro tempo per connettersi sensibilmente all’altro, cambiando la concezione da tempo “ritagliato” a quello di tempo “ricavato”, che è sostanzialmente diverso.
Forse la rivoluzione più urgente oggi è proprio questa: riscoprire la gentilezza come linguaggio della durata, come patto implicito che ci permette di non restare soli in mezzo alla folla. Perché senza la capacità di coltivare relazioni stabili e autentiche, la società rischia di trasformarsi in una somma di nomadi in competizione, unite soltanto dall’illusione di un legame.
Recuperare la gentilezza significa molto più che imparare di nuovo a dire “grazie” o “prego”. Vuol dire educare a un’attenzione profonda, all’arte dimenticata dell’ascolto, a una lentezza capace di restituire peso alle parole e ai gesti. Non si tratta di una nostalgica attitudine ma di un progetto culturale: difendere lo spazio dell’umano in una società che rischia di ridursi a calcolo, scambio e competizione.
Chinarsi verso l’altro e porgere una mano . Non vincere l’ennesima disputa online, ma accogliere una fragilità senza giudicarla. Non proclamare la propria verità, ma domandarsi che cosa significa, per l’altro, essere ascoltato.
La gentilezza non è debolezza: è un atto di coraggio. Ed è forse la sola forza che ci può ancora tenere umani in un tempo che sembra avere dimenticato il senso stesso di “essere in relazione”.
Veronica Cappellini


