La guerra voluta da Israele
Nel nuovo intervento degli USA in Iran, la vera regia non è statunitense: questa è la guerra che Israele voleva da tempo.
Israele colpisce, l’Iran risponde: l’inizio di una guerra annunciata
Il Medio Oriente è tornato a bruciare. A far divampare l’incendio è stata un’azione decisa, chirurgica e insieme brutale da parte di Israele. Una serie di attacchi aerei e sabotaggi tecnologici ha colpito il cuore dell’infrastruttura militare iraniana. Non un’operazione simbolica, ma una serie di colpi studiati da mesi, destinati a decapitare la capacità di deterrenza nucleare dell’Iran. La reazione di Teheran è arrivata in poche ore: un lancio senza precedenti di missili balistici verso il territorio israeliano, a cui si sono aggiunti droni kamikaze e minacce esplicite a qualunque alleato di Tel Aviv.
Tutto questo mentre a Washington, ufficialmente, si lavorava ancora a un rilancio dei colloqui sul nucleare. In modo quasi schizofrenico, l’Amministrazione Trump si è trovata a oscillare tra diplomazia e minaccia. Fino a quel momento, nessuno tra i vertici del Pentagono immaginava un’escalation tanto rapida da costringerli a rimettere in moto piani militari da tempo solo teorici.
Intervento USA in Iran: la decisione che spacca Washington
Il giorno successivo all’attacco iraniano, una riunione d’emergenza alla Casa Bianca ha cambiato tutto. I generali del Central Command (CENTCOM) hanno presentato a Trump diverse opzioni d’attacco, tra cui bombardamenti mirati su Fordow, Natanz e altri siti nucleari sospettati di operazioni segrete. Trump, secondo fonti della stampa statunitense, si è mostrato combattuto: da un lato la pressione degli alleati israeliani, dall’altro il timore di un conflitto prolungato proprio a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.
Eppure la macchina militare si è messa in moto. Portaerei e sottomarini a propulsione nucleare sono stati spostati nel Golfo Persico. Le basi USA in Qatar e Bahrein sono entrate in stato di massima allerta. Gli F-22 e gli F-35 hanno cominciato a sorvolare lo spazio aereo vicino ai confini iraniani. Non si trattava più di deterrenza, ma della concreta preparazione a un conflitto.
Il Medio Oriente senza più mediatori: la solitudine dell’Iran
L’Iran del 2025 non è l’Iran del 2010. È isolato, economicamente asfissiato e diplomaticamente delegittimato. I suoi alleati storici – da Hezbollah ad Hamas, fino ai ribelli Houthi in Yemen – sono oggi indeboliti, frammentati, o schiacciati da guerre interne e pressioni esterne. In Libano, Hezbollah è più preoccupata dalla crisi del sistema bancario e dal collasso dei servizi essenziali che dalle minacce a Israele. A Gaza, Hamas sopravvive, ma ha perso la capacità di organizzare offensiva strategica. In Iraq, le milizie filo-iraniane sono sotto tiro da anni e non godono più nemmeno del sostegno popolare sciita.
Eppure, questo isolamento non è frutto del caso. È il risultato di un disegno strategico portato avanti da Israele con pazienza e intelligenza, supportato – sebbene a volte con riluttanza – dagli Stati Uniti. Il cosiddetto “asse della resistenza“, che un tempo rappresentava la grande sfida regionale all’egemonia israeliana, è stato gradualmente demolito. Non con una guerra totale, ma con un lavoro di infiltrazione, sabotaggio, eliminazioni mirate, sanzioni economiche e, infine, diplomazia selettiva.
Israele guida, gli Stati Uniti seguono
Contrariamente a ciò che molti credono, non sono più gli Stati Uniti a guidare il gioco mediorientale. Dopo due decenni di guerre senza risultati e trilioni di dollari spesi invano, Washington ha deciso di disimpegnarsi dalla regione, pur restando presente. Israele ha saputo riempire quel vuoto.
Gli accordi di Abramo del 2020 – che hanno visto la normalizzazione dei rapporti tra Israele e le monarchie del Golfo come Emirati Arabi Uniti, Bahrein, e in parte l’Arabia Saudita – hanno sancito un nuovo paradigma. Oggi Israele si presenta non più come uno Stato assediato, ma come una potenza regionale pienamente integrata, in grado di dettare i tempi, scegliere i bersagli, condurre operazioni complesse senza nemmeno avvisare formalmente Washington.
Questo è ciò che è accaduto con l’attacco all’Iran. Gli Stati Uniti sono stati messi di fronte a un fatto compiuto. Una mossa rischiosa, ma estremamente efficace: perché ha costretto Washington a scegliere tra il disimpegno (e quindi la rottura con Israele) o il coinvolgimento (pur controvoglia). Alla fine, ha prevalso la seconda opzione.
Russia e Turchia: i grandi assenti della guerra
A completare il quadro, ci sono due attori che, fino a qualche anno fa, avrebbero potuto influire enormemente sul corso degli eventi: Russia e Turchia. La prima, impegnata nel conflitto in Ucraina, è priva delle risorse e della legittimità per intervenire. Mosca, che in Siria aveva ottenuto una posizione dominante, oggi è semplicemente silenziosa. Non può permettersi uno scontro frontale con Israele né tantomeno con gli Stati Uniti – non ora, mentre cerca l’ennesima trattativa con Trump sulla fine delle sanzioni.
La seconda, la Turchia di Erdogan, è uscita di scena in modo altrettanto silenzioso. I sogni neo-ottomani, che volevano Ankara come potenza egemone sunnita tra Mediterraneo e Golfo, sono naufragati nella realtà di una politica estera contraddittoria, nelle tensioni interne e nella crisi economica che affligge il Paese. La Turchia oggi è uno spettatore distratto, che guarda il teatro bellico senza più voce in capitolo.
Quale futuro per l’Iran e per la regione?
Ora la domanda è una sola: fino a che punto si spingeranno gli Stati Uniti? Se si limiteranno a un attacco chirurgico, mirato a indebolire la capacità nucleare iraniana senza innescare una guerra totale, potrebbero ancora salvare la faccia e favorire un ritorno alla diplomazia. Ma se la risposta americana sarà più ampia, più intensa, più profonda, allora l’intero Medio Oriente rischia di esplodere in una spirale difficile da contenere.
L’Iran ha già promesso vendetta. Ha attivato tutte le sue forze armate e ha cominciato a muovere le milizie sciite nelle aree di influenza. Ma, ancora una volta, non è chiaro se sia davvero in grado di sostenere un conflitto su larga scala. Le proteste interne, le divisioni nel regime, la crisi economica e il calo di fiducia tra i suoi stessi alleati rendono la posizione di Teheran estremamente fragile.
Una guerra che solo Israele voleva davvero
In tutto questo, resta una verità difficile da ignorare: questa è una guerra che nessuno – né gli Stati Uniti, né l’Iran, né le potenze regionali – voleva davvero, ma che solo Israele ha voluto realmente, da molto tempo ormai. Una guerra non imposta, ma costruita con tenacia e pazienza, passo dopo passo, con l’obiettivo chiaro di smantellare la capacità offensiva e deterrente dell’ultimo vero nemico rimasto nella regione.
Non è una guerra per riequilibrare un ordine strategico – quell’ordine è già saltato da tempo. È piuttosto una guerra per ridefinire i rapporti di forza, per stabilire in modo netto chi comanda e chi deve obbedire. Israele non si accontenta più di essere al sicuro. L’obiettivo è il suo riconoscimento come la potenza egemone del Medio Oriente, con un perimetro d’influenza che nessun avversario – nemmeno una Repubblica Islamica in crisi – possa più contestare.
E così, ancora una volta, il destino del Medio Oriente non viene scritto nel linguaggio complesso e spesso contraddittorio degli equilibri strategici, ma nel linguaggio nudo e crudo della guerra. Un linguaggio che è estraneo alla diplomazia, perché la diplomazia presuppone dialogo, compromesso, riconoscimento reciproco. Qui non c’è nulla di tutto ciò: solo la forza, solo la legge del più forte, solo la logica del dominio.
Una logica che oggi scavalca anche le giurisdizioni internazionali, travolge le Nazioni Unite, silenzia le corti, annulla il diritto. Non è più un vuoto normativo: è un vuoto politico, morale, e – forse – epocale. E in questo vuoto, si combatte una guerra che nessuno voleva davvero, ma che adesso nessuno può più fermare.


