Iran, l’attacco di Israele: un’altra guerra?
Lo scorso 13 giugno, Israele ha effettuato un attacco aereo in Iran. Il conflitto tra i due Stati ha raggiunto una nuova e pericolosa fase.
Israele colpisce (di nuovo), ma stavolta l’Iran
La notte del 13 giugno 2025 segna un punto di non ritorno nel conflitto tra Israele e Iran. Con un attacco aereo chirurgico, ma ad altissimo rischio, l’aviazione israeliana ha colpito due dei più sensibili impianti nucleari iraniani, a Natanz e Isfahan. La motivazione? “Difesa preventiva”. Un’espressione che torna ciclicamente nella storia recente – da George W. Bush in Iraq a Vladimir Putin in Ucraina – ma che, sul piano del diritto internazionale, non esiste. Nessuna norma giustifica un attacco armato su un presunto pericolo futuro.
Israele sa di muoversi in una zona molto pericolosa, ma lo fa consapevolmente. Dopo mesi di tensioni e scambi di fuoco su altri fronti, come quello libanese e siriano, Tel Aviv ha deciso di alzare la posta, colpendo il cuore stesso della capacità strategica iraniana. L’obiettivo non è solo rallentare il programma nucleare di Teheran, ma anche lanciare un segnale: Israele non aspetterà che l’Iran diventi una potenza nucleare, né accetterà la sua crescente influenza militare nella regione.
La reazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) è stata netta: «inaccettabile e pericoloso», ha dichiarato il direttore generale Rafael Grossi, sottolineando che colpire infrastrutture nucleari espone milioni di persone al rischio radioattivo e destabilizza gli equilibri globali. Ma oltre alle parole, l’AIEA non ha strumenti per agire. E l’ONU, paralizzato da veti incrociati e tensioni tra grandi potenze, guarda.
Non solo Iran: il dramma di Gaza cancellato dal radar
In questa escalation, c’è un altro elemento inquietante: l’attacco israeliano all’Iran ha avuto anche l’effetto di distogliere l’attenzione mediatica e diplomatica da Gaza. Dopo più di un anno di bombardamenti e operazioni militari, il bilancio nella Striscia è ormai disumano: oltre 70.000 morti, una catastrofe sanitaria, sfollati ovunque e un collasso infrastrutturale. Nessun governo occidentale osa più chiamarlo per nome, ma la parola “genocidio” è sempre più usata nei dibattiti delle ONG, delle università e persino nei tribunali internazionali.
All’interno di Israele, la guerra a Gaza e ora l’operazione contro l’Iran stanno alimentando un clima di divisione senza precedenti. La società civile si spacca: da una parte chi difende l’esistenza dello Stato a ogni costo; dall’altra chi vede in Netanyahu un capo che sta portando il Paese in un vicolo cieco, più isolato e meno sicuro che mai.
La risposta iraniana: droni e missili, ma non è ancora guerra totale
Teheran ha reagito rapidamente, lanciando centinaia di missili e droni verso il territorio israeliano. L’attacco – il più massiccio da parte dell’Iran nella storia del conflitto – è stato in parte intercettato dai sistemi di difesa israeliani, ma alcune città sono state colpite.
Il messaggio è chiaro: l’Iran non accetta più di essere solo un bersaglio. Il rischio ora è che si passi dal confronto asimmetrico a una guerra vera tra due Stati con potenziale militare avanzato. E non dimentichiamo che l’Iran ha alleati ovunque: Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Siria e Iraq, gli Houthi in Yemen. Un conflitto diretto può rapidamente diventare una guerra regionale.
Gli Stati Uniti: fedeli a Israele, ma non troppo
Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, si trova ora stretto tra due istinti opposti: da un lato, l’alleanza storica con Israele e la pressione della lobby filo-israeliana negli Stati Uniti; dall’altro, il desiderio di disimpegno militare, promesso ai suoi elettori, e il timore di trascinare gli Stati Uniti in un altro conflitto mediorientale.
Secondo l’Associated Press, è stato proprio Trump a bloccare un piano israeliano per assassinare il leader supremo iraniano Ali Khamenei. Il calcolo era semplice: una tale mossa avrebbe potuto scatenare una guerra mondiale. E se da un lato Trump non ha mai fatto mistero del suo sostegno a Israele, dall’altro sembra determinato a evitare che i soldati americani tornino a morire per problemi «che non ci riguardano». Ma fino a quando potrà tenere questa linea? E cosa accadrà se gli attacchi iraniani colpiranno basi americane nella regione?
Iran e il Medio Oriente intero sono a un bivio. E l’Occidente?
La crisi Iran-Israele è molto più di uno scontro bilaterale: è uno stress test per l’intero ordine internazionale post-guerra fredda. Mette in discussione le regole, gli attori, e i principi su cui si fonda la cosiddetta “comunità internazionale”.
Le grandi potenze – Cina e Russia in primis – osservano e attendono. L’Europa, come spesso accade, si limita a esprimere «profonda preoccupazione». Ma intanto, l’asse anti-occidentale si rafforza, e lo spettro del nucleare torna a essere più di una minaccia teorica.
Il mondo è entrato in una fase in cui le guerre non si dichiarano più, ma si fanno. Dove il diritto internazionale è piegato alla volontà del più forte. Dove l’eccezione diventa la regola. In questo contesto, la vera domanda non è se ci sarà una guerra regionale, ma: quanto manca affinché diventi globale?


