Il volo promozionale di Blue Origin e le sue contraddizioni

Il volo promozionale di Blue Origin e le sue contraddizioni

Blue Origin lancia un team di sole donne verso lo spazio. Nessuna fuga di cervelli, solo un’impresa pubblicitaria per il turismo spaziale per i pochi eletti.


Gli 11 minuti più chiacchierati degli ultimi giorni non sono stati quelli di una nuova canzone o di una scena di film, ma il tempo che sei donne – tra cui Katy Perry e Lauren Sánchez, futura moglie di Jeff Bezos – hanno trascorso nello spazio a bordo del razzo New Shepard, lanciato il 14 aprile 2025 da Blue Origin. Un volo suborbitale, interamente femminile, celebrato come una conquista per la parità e l’esplorazione spaziale. Ma dietro la superficie patinata del grande evento mediatico, si celano interrogativi tutt’altro che secondari.

Turismo spaziale: un sogno per pochi eletti

Con un costo stimato tra i 150.000 e i 475.000 euro a testa (e cifre astronomiche in passato: 28 milioni per un posto all’asta), il turismo spaziale si conferma come un privilegio riservato a un’élite ristretta. La narrazione da “nuovo Rinascimento dell’umanità” cozza con l’evidente esclusività dell’iniziativa: più che aprire nuove strade, questi voli sembrano chiudere le porte dietro di sé, lasciando a terra tutti gli altri. Lo storytelling punta sulla meraviglia, ma non sull’uguaglianza. Lo spazio diventa uno spettacolo, non un’opportunità collettiva.

Impatti ambientali: 11 minuti che costano caro

A fronte di 11 minuti in microgravità, l’impatto ambientale di un volo spaziale è tutt’altro che leggero. Anche se New Shepard utilizza una miscela di idrogeno liquido e ossigeno liquido – combustibili che durante la combustione non emettono CO₂ – la produzione dell’idrogeno richiede enormi quantità di energia, spesso derivata da fonti fossili. L’intero ciclo produttivo, compresi trasporto, compressione e stoccaggio dei materiali, ha un’impronta carbonica elevata.

Uno studio del 2022 pubblicato su Earth’s Future ha stimato che i lanci suborbitali come quelli di Blue Origin possono emettere tra 60 e 100 tonnellate di CO₂ equivalente per passeggero, a seconda delle variabili logistiche. Per dare un’idea del confronto: un cittadino medio europeo emette circa 7 tonnellate di CO₂ in un intero anno.

Inoltre, i motori dei razzi rilasciano anche particolato nero (black carbon) nella stratosfera, dove può rimanere per anni e alterare il bilancio radiativo terrestre, contribuendo indirettamente al riscaldamento globale. Secondo un rapporto del Centre for Atmospheric Science dell’Università di Cambridge, se il turismo spaziale dovesse aumentare come previsto, entro pochi anni potrebbe diventare una nuova fonte rilevante di inquinamento atmosferico ad alta quota.

Femminismo pop e operazioni di facciata nel caso Blue Origin

La scelta di un equipaggio tutto al femminile è stata descritta da Blue Origin come «una celebrazione del progresso e della leadership delle donne nello spazio». Ma a ben vedere, è difficile non notare il sapore pubblicitario dell’operazione. Nessuna delle partecipanti era un’astronauta di carriera o una scienziata coinvolta in esperimenti spaziali: si trattava di celebrità, attiviste e imprenditrici. In altre parole, volti noti con forte potere mediatico, scelti non per le loro competenze scientifiche ma per il valore simbolico – e mediatico – che avrebbero portato a bordo.

In un mondo dove il femminismo è spesso ridotto a slogan per vendere prodotti o a “pinkwashing” per ripulire l’immagine di brand e corporation, anche lo spazio diventa un palco dove inscenare l’emancipazione senza trasformarla in reale inclusione. La rappresentanza conta, certo, ma deve essere accompagnata da accessibilità, merito e contenuti reali. Altrimenti si rischia di trasformare una battaglia storica in un gadget da portare in orbita.

Dallo spazio pubblico a quello privato: il ruolo (marginale) delle agenzie spaziali

Mentre il settore privato corre verso lo spazio con obiettivi commerciali e spettacolarizzanti, le storiche agenzie spaziali pubbliche come NASA ed ESA (Agenzia Spaziale Europea) appaiono sempre più in secondo piano nel dibattito mediatico. Eppure, sono loro – con budget pubblici, tempi lunghi e missioni scientifiche – ad aver costruito, pezzo dopo pezzo, la possibilità stessa del volo spaziale.

La differenza fondamentale sta nella finalità: le agenzie pubbliche puntano su esplorazione, ricerca e cooperazione internazionale, mentre le aziende private si muovono in una logica di profitto e visibilità. Non è un caso che i voli di Blue Origin o SpaceX vengano trasmessi come eventi di intrattenimento, con ospiti VIP e narrazione da red carpet, mentre una missione su Marte o l’invio di un nuovo telescopio riceve al massimo una breve menzione nei notiziari.

Il volo promozionale di Blue Origin e le sue contraddizioni

In questo scenario, rischiamo di perdere di vista il vero valore dello spazio come bene collettivo, luogo di collaborazione globale e laboratorio per il futuro dell’umanità. Se a guidare la corsa sono le esigenze del marketing e del capitale, lo spazio rischia di diventare solo l’ennesimo terreno di disuguaglianza, anziché un orizzonte comune.

Il futuro non è (solo) tra le stelle

C’è una lunga tradizione umana nel guardare al cielo per immaginare il futuro. Ma oggi, più che mai, quel futuro ha bisogno di essere costruito anche e soprattutto sulla Terra, con equità, responsabilità e senso critico. Lo spazio non può diventare la nuova Disneyland per miliardari né il nuovo palco per showgirl galattiche. Se davvero vogliamo considerarlo una frontiera per l’umanità, dobbiamo prima ridefinire chi ne fa parte.

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