Groenlandia: una partita aperta tra geopolitica e crisi climatica

Groenlandia Crisi Climatica

In Groenlandia la crisi climatica è lampante, con lo scioglimento dei ghiacciai e le temperature ai massimi livelli storici, ma l’attenzione recente di Stati Uniti, Cina e Russia sull’isola non riguarda i danni ambientali già causati, ma solo l’egemonia economica e politica.


Due milioni di chilometri quadrati e appena 53mila abitanti, la più grande isola dell’Antartide e del Mondo, dove toccare con mano l’effetto dei cambiamenti climatici. Uno dei luoghi cruciali per monitorare la fusione dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari.

Colonia danese fino alla metà del ‘900, la Groenlandia attualmente fa parte del Regno di Danimarca, ma nel tempo ha ottenuto gradualmente maggiore autonomia da Copenaghen, raggiungendo nel 2009 l’autonomia amministrativa e la gestione autonoma – seppur con alcune limitazioni – delle proprie risorse naturali. L’isola gioca un ruolo chiave anche dal punto di vista geopolitico, soprattutto per la NATO e gli Stati Uniti.

Non è infatti la prima volta che Trump parla di acquistare la Groenlandia. Già nel 2019, al suo primo mandato, aveva espresso interesse: l’isola infatti, oltre ad appartenere geologicamente e geograficamente al Nord America, è ricca di materie prime e fonti di energia, ospita una base NATO ed è una piattaforma naturale perfetta per il controllo della Rotta Artica, in prospettiva una delle rotte commerciali marittime (e non solo) più importanti del Pianeta.

La questione ambientale e la sensibilità climatica dell’Artide

A dicembre 2021, uno studio presentato dall’ American Geophysical Union ha dimostrato che l’Artico si sta scaldando 4 volte più velocemente rispetto alla media globale, una tesi avallata anche dai dati raccolti dalla Nasa e dal Met Office del Regno Unito. Questo surriscaldamento accelerato deriva da un fenomeno noto come amplificazione artica, un fattore legato alla complessità del sistema climatico globale. 

Groenlandia scioglimento ghiacci

L’Artide è infatti una delle aree del pianeta con la maggiore sensitività climatica, dove cioè le variazioni dei parametri climatici producono gli effetti e i danni ambientali maggiori. In particolare, la fusione del ghiaccio marino, che diventa acqua oceanica, impedisce che l’energia solare venga riflessa e in mancanza di ghiaccio viene, invece, assorbita dall’oceano e trasformata in calore. 

Secondo le stime dell’Ipcc,  dalla fine degli anni Settanta a oggi, la regione dell’Artico ha perso complessivamente quasi 2 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio, con un tasso di diminuzione annuale di circa 37.000 chilometri quadrati. 

Lo scorso anno, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Climate Change, ha rivelato come le stesse stime dell’Ipcc sui livelli di fusione della calotta glaciale della Groenlandia potrebbero essere sottostimate. Secondo lo studio, infatti, la calotta, che occupa oltre l’80 per cento della superficie della Groenlandia per un totale di 1,71 milioni di chilometri quadrati, potrebbe perdere almeno il 3,3 per cento del suo volume complessivo, se si considerano i livelli attuali di fusione causati dal riscaldamento globale. Un fenomeno che produrrebbe una crescita del livello dei mari pari a 27,4 centimetri. 

Un dato addirittura considerato “prudente” da Jason Box, scienziato presso il Servizio geologico nazionale della Danimarca e della Groenlandia, secondo il quale la crescita potrebbe arrivare a 78 centimetri. 

Il danno ambientale già causato si estende, poi, allo stato del permafrost, il terreno perennemente ghiacciato esclusivo dei territori ad alte latitudini. L’aumento delle temperature medie ne sta causando lo scollamento, provocando danni non solo in termini ambientali e di potenziali rischi per la salute umana legati al risveglio dei batteri isolati nei ghiacci, ma lo scioglimento del permafrost sta già impattando direttamente anche sulla vita della popolazione locale costretta, nei casi più estremi, ad abbandonare le case per timore dei crolli.

La questione geopolitica 

L’isola più grande sulla Terra, la Groenlandia, è ora al centro della competizione geopolitica e geoeconomica, in parte anche a causa dei cambiamenti climatici. 

ll primo ministro della Groenlandia Múte B. Egede  nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Copenaghen, in cui insieme alla prima ministra danese Mette Frederiksen si è discusso delle nuove forme di collaborazione con Washington, ha parlato di un accordo con gli USA che dovrebbe “aprire opportunità di ulteriore cooperazione, dal settore militare a quello critico delle materie prime della Groenlandia“. 

Il tema delle estrazioni ha avuto un ruolo importante nella politica groenlandese come testimoniato dall’esito della vicenda legata alla costruzione di una grande miniera di terre rare e uranio di Kuannersuit. Alle elezioni del 2021, infatti, il partito Inuit Ataqatigiit ha vinto con la promessa di arrestare il progetto, attirandosi l’ira della società Greenland Minerals, che ha intentato causa contro il governo. Durante le ultime conferenze stampa, tuttavia, il primo ministro Egede ha affermato che se il prossimo governo di coalizione dovesse includere partiti più favorevoli alle estrazioni potrebbe sottoporre la questione a referendum popolare.

L’interesse di Trump sull’attività mineraria della Groenlandia ha tra i suoi obiettivi principali quello di allontanare l’isola dalla sfera di interessi cinese, che proprio in Groenlandia ha iniziato operazioni economiche già nel 2016, quando una società cinese fu fra i pochi acquirenti a manifestare l’intenzione di rilevare una vecchia stazione navale.  La presenza di terre rare è uno dei fattori che maggiormente interessano Pechino. 

Il Servizio geologico statunitense, infatti, ha stimato in Groenlandia una capacità estrattiva di circa 500mila tonnellate all’anno di due minerali (eudialite e feldspato) da cui si possono ricavare tantalio, zirconio e niobio, materiali le cui quotazioni di mercato superano quella dell’oro. 

La Cina possiede già circa un terzo delle riserve mondiali di questi materiali strategici per la produzione di tecnologie in campo civile e militare, ma – secondo i dati comunicati dalla US Geological Survey – ha visto la sua fetta di mercato ridursi negli ultimi dieci anni passando dal 98 per cento del 2010 al 60 per cento del 2024.

Groenlandia terre rare

Nel tentativo di assicurarsi le terre rare della Groenlandia, la Cina promette investimenti utili a migliorare le vie di comunicazione e altri elementi infrastrutturali ancora arretrati, contando sul desiderio dei groenlandesi di acquisire maggiore autonomia da Copenaghen.

Alla partita in gioco sull’isola partecipa anche la Russia, che dal 2023 non solo ha aumentato la propria presenza militare  ma ha anche firmato un accordo di cooperazione con Pechino per il pattugliamento delle zone costiere artiche.  Appare dunque evidente che, a differenza di altri teatri di scontro dove la NATO è solo indirettamente coinvolta, un deterioramento della situazione nell’Artico rischierebbe di portare Mosca e Pechino alleate contro la NATO. 

La partita economica è strettamente legata anche ai cambiamenti climatici. La fusione dei ghiacci, infatti,  ha aperto nuove rotte per la navigazione e le alte temperature anomale hanno allargato la finestra di tempo in cui è possibile navigare. Secondo i dati pubblicati dall’ Osservatorio Artico, infatti, negli ultimi dieci anni il trasporto marittimo nell’Artico è aumentato del 37 per cento, un trend dovuto in parte proprio alle conseguenze della fusione. Una rotta che Washington non intende lasciare a Pechino.

Sembra dunque che la crisi climatica minacci la Groenlandia tanto dal punto di vista ambientale, mettendo a repentaglio la vita dei già fragili ecosistemi, quanto sul piano geopolitico e della sua autonomia, rischiando di diventare solo una pedina nella sfida tra le superpotenze in competizione, del tutto incuranti dei disastri ambientali già in corso e della tutela dei diritti degli abitanti indigeni.

Vignetta Groenlandia crisi climatica
Vignetta di Giuseppe Castiglione

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