Passano gli anni senza Freddie Mercury, icona rock di tutti i tempi

«Non diventerò una rock star…diventerò una leggenda», così Freddie Mercury disse al suo amico e tastierista Chris Smith nel 1969 mentre bevevano una birra in un pub londinese. Farookh Bulsara (nome di nascita) non avrebbe però immaginato che sarebbe diventato uno dei più grandi cantanti del XX secolo. Insieme a Roger Taylor, Brian May e John Deacon ha donato al mondo una delle più grandi band della storia della musica. Era il giugno 1971, con la formazione completa: il gruppo si chiamava Queen.

Nonostante ciascuno di noi valuti la musica in base ai propri gusti musicali, non si può negare l’immenso lavoro della band nell’arco di vent’anni. Freddie Mercury ha contribuito al sound del gruppo, senza mettere mai in secondo piano il resto della band.

Freddie Mercury

I Queen erano una squadra con quattro forti personalità, tutte alla pari. La dicitura “Freddie Mercury e i Queen” è scorretta. Era un’espressione che Freddie non riteneva giusta poiché, secondo il cantante, «in un team si lavora tutti insieme». Ironizzando sul lavoro in studio, disse in un’intervista del 1984 a Rudi Dolezal: «siamo quattro galli da combattimento!», specificando che nonostante le divergenze artistiche sui brani l’unica cosa che contava era restare uniti.

In pubblico e nei live Mercury appariva molto sicuro di sé, a tratti arrogante. Nella vita privata Farrookh era completamente diverso. Secondo gli amici era molto timido, riservato, dall’animo buono e sempre pronto ad aiutare gli altri. Non era esente da difetti, come afferma Brian May: «aveva l’anima gentile ed altruista, era molto umile, ma poteva essere pignolo, insofferente e suscettibile… era molto emotivo». Ciò si evince dalle interviste, soprattutto nelle ultime, quando si stancò di sostenere conferenze stampa.

Freddie Mercury queen

A livello musicale è stato un pioniere. Tutti lo ricordano per i suoi spettacolari concerti (basti guardare il Rock in Rio del 1985 davanti a circa 325.000 persone) ma non era solo un abile performer. Roger Taylor, il batterista dei Queen, disse di lui nel 2005: «Sì, ok, era un grande performer, ma era un musicista ispirato, era una vera gioia lavorare con lui. […] Aveva tantissime idee, ai tempi di Queen II non riusciva a fermarsi».

Bisogna ascoltare molto attentamente la discografia dei Queen, soprattutto i primi album, per comprendere la complessità del loro lavoro. Roger Taylor alla Batteria e John Deacon al basso aggiungevano ai brani una ritmica pulita e melodica, mentre la magica chitarra Red Special di Brian May regalava suoni e orchestrazioni estremamente complesse. Il tutto si fondeva con cori e armonie vocali curate in modo maniacale. Freddie, grande pianista, possedeva una voce versatile e potente che completava perfettamente il sound dei Queen.

Anche se il lavoro  col multitracking e le sovraincisioni era assolutamente pionieristico, furono fortemente ispirati da tanti artisti come Beatles, Jimi Hendrix, Led Zeppellin, Elvis Presley, Black Sabbath e tanti altri. Il loro sound era una fusione di hard rock, opera, musica sinfonica, blues e vaudeville. Sperimentarono elettronica, metal, disco funk, latin music e pop funk. Sono considerati i fondatori dell’Arena Rock, letteralmente “rock da stadio”, etichetta che in tanti artisti oggi si fregiano di utilizzare.

Freddie Mercury

Per Freddie interagire col pubblico era fondamentale, bisognava lasciare agli spettatori un’esperienza indimenticabile nella propria vita. Mercury stesso aveva visto tanti concerti da giovane, in particolare di Hendrix. Adorava sentire la gente cantare durante i suoi live. “I concerti sono come le olimpiadi, tutti credono in te, è una sensazione fantastica”. L’energia creata da migliaia di persone era magica. La musica era per la band essenzialmente condivisione di sentimenti.

I Queen fecero circa 700 concerti in 16 anni. Tra il 1979 e il 1982 Freddie Mercury raggiunse il suo apice vocale regalando al mondo concerti storici. Ricordiamo il leggendario Crazy Tour nel 1979 ed il primo tour negli stadi della storia in sud America nel 1981. Negli anni Ottanta modificarono il loro sound per restare al passo coi tempi, semplificando il lavoro in studio senza perdere qualità.

Purtroppo a causa del virus HIV diagnosticato a Freddie nel 1987, la band dovette fermare i tour continuando a lavorare solo in studio. Nonostante ciò Freddie continuò a lavorare sino agli ultimi mesi della sua vita, creando due grandi album con la band: The Miracle (1989) e Innuendo (1991). Ricorda Brian May: «Non ho mai sentito Freddie lamentarsi della sua malattia (…) è stato estremamente coraggioso, sino all’ultimo. Ha continuato a cantare con energia sino agli ultimi mesi finché non ha più potuto». Basta ascoltare brani come Winter’s Tale, Mother Love, You Don’t Fool Me e Bijou.

Come ricorda il critico musicale e radiofonico della BBC Bob Harris: «Non appena sentite qualcuno che prova a cantare una canzone di Freddie Mercury capite subito quanto fosse grande». Oggi la grande eredità di Freddie sopravvive grazie a suoi dischi, ai suoi video ed ai suoi concerti. Anche se il percorso produttivo della band è finito con la sua morte il 24 novembre 1991, il suo lascito musicale ha ancora grande seguito ed influenza.

Molta della popolarità di Freddie aumentò dopo la sua morte. In vita non gli venne totalmente riconosciuto il suo talento. I Queen dopo 50 anni continuano però ad avere ancora successo. Nel 1992, quando Brian May e Roger Taylor ritirarono un premio postumo per il loro defunto amico, May disse delle parole che racchiudono lo spirito immortale di Freddie Mercury, «Se Freddie fosse qui direbbe: ‘Vai tu a prenderlo, caro, mettilo sul camino, lì’. Ma… subito dopo direbbe: ‘mamma, papà, guardate cosa ho fatto… sono orgoglioso’. Siamo incredibilmente fieri per ciò che Freddie ha fatto, e sentiamo che il suo spirito è ancora qui». 

Nel 1995 è stata posta una statua in onore di Mercury a Montreux sul lago di Ginevra, vicino a casa sua, con l’insegna “Lover of Live, Singer of Song”, voluta da Brian May, che giorno May disse: «Freddie adorava il lago e la montagna, era un luogo di ritiro spirituale per lui. Qui Abbiamo inciso gli ultimi album ed ha vissuto gli ultimi mesi a Montreux, prima di tornare a Londra. Aveva una casa con la vista sul lago, lo adorava… ora l’avrà per sempre».

“Non mi importa niente di quello che dice la gente di me, non ho rimpianti. Io sono solo me stesso… solo me stesso. […] Quando morirò non me ne fregherà niente, a chi importerà? Non a me…”.


 

Valentino Billeci

Vicedirettore editoriale di Eco Internazionale. Sono una persona attenta ai dettagli. Ritengo il lavoro di squadra e la cooperazione le caratteristiche fondamentali per ottenere il successo.

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