All eyes on Rafah, la linea sottile tra trend e solidarietà

All eyes on Rafah, la linea sottile tra trend e solidarietà

“All eyes on Rafah” è il nuovo motto che intende portare la totale attenzione verso l’orrore che si sta compiendo sulla striscia di Gaza, soprattutto dopo l’ultimo attacco di martedì scorso a Rafah. Un trend di solidarietà che può portare all’attenzione la strana ambiguità sul suo utilizzo.


È da qualche giorno che, girando tra le storie di Instagram, troviamo un’immagine con su scritto All eyes on  Rafah. È un’immagine generata dall’AI ideata da un fotografo malese noto on line come “Chaa”, in cui troviamo una foto dall’alto di una tendopoli proprio a Rafah: le tende formano la scritta diventata un monito a tenere alta l’attenzione verso i crimini che si stanno compiendo verso il popolo palestinese. All eyes on Rafah è un invito agli utenti a farsi testimoni di ciò che sta accadendo. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, ad oggi, più di 36mila palestinesi sono stati uccisi dall’offensiva israeliana. Un massacro.

L’immagine ha trovato subito molto consenso generando milioni di condivisioni, ben oltre 40milioni, nella modalità stories ‘Tocca a te‘, una funzione Instagram. Ma sono tanti gli hashtag e i motti a sostegno del popolo palestinese in cui troviamo il più diffuso #freepalestine, #stopgenocide o uno tra i primi #ceasefire. Sono tutti modi che portano a unire una comunità a sostegno dell’altra, un gesto nobile che è quello della solidarietà. 

Ma quando la solidarietà diventa un trend, un modo per fare like e per creare engagement, ci si può chiedere: a quanto serve una catena di condivisioni che si appella a politiche internazionali che volgono lo sguardo altrove?

All eyes on Rafah, la linea sottile tra trend e solidarietà

“All eyes on Rafah” ha aggirato le limitazioni Meta

Una curiosità per questa immagine è il modo in cui è riuscita a diventare virale eludendo i sistemi di limitazione imposte da Meta.

Secondo Human Rights Watch (HRW), 1.049 contenuti pacifici che esprimevano sostegno alla Palestina sono stati rimossi tra ottobre e novembre 2023 e anche il 9 Febbraio 2024, sia su Instagram che su Facebook. È risaputo che i contenuti arabi sono sempre stati sottoposti ad una severa restrizione, ma quello che è avvenuto dopo il 7 ottobre è una vera manipolazione dei filtri sui contenuti “pro Palestina”. È stata sostanzialmente abbassata la soglia degli algoritmi per identificare ed eliminare i commenti che violano le direttive della community dall’ 80% al 40% per i contenuti provenienti dal Medioriente e del 25% per quelli provenienti dalla Palestina. 

L’immagine di All eyes on Rafah che, come abbiamo detto, è stata generata con l’intelligenza artificiale, molto probabilmente è riuscita a superare queste limitazioni anche utilizzando una reale foto dall’alto della tendopoli, ma aggiungendo dettagli come le montagne innevate decontestualizzando l’immagine stessa. Inoltre gli utenti hanno trovato modi nuovi per aggirare l’algospeak inventando una nuova lingua esopica: ad esempio, per dirne una, usando “non vivo” piuttosto che “morto”. E poi, vengono inserite emoji, numeri, asterischi. O immagini come l’anguria, che sui social è diventata il simbolo della Palestina bypassando gli hashtag #freepalestine o #fromtherivertothesea.

Un altro modo di aggirare gli algoritmi su TikTok, ad esempio, è usare un suono, una vera e propria canzone. Intanto Meta nega tutto e si difende: “Le nostre politiche sono progettate per dare voce a tutti e allo stesso tempo mantenere le nostre piattaforme sicure”.

I trend dell’orrore

Dopo l’ultimo attacco – o “incidente” – di martedì scorso è innegabile la brutalità del governo Israeliano verso il popolo palestinese, spinto ai confini delle loro terre millantandone la sicurezza. Un popolo in trappola: dove i media convenzionali non arrivano, troviamo immagini, video, live, direttamente dalla zona interessata.

Basta scrivere sulla barra di ricerca di Instagram o TikTok All eyes on Rafah per aprire la porta dell’inferno. Video di uomini, donne e bambini ridotti in carboni ardenti, madri urlanti di dolore per i loro figli morti, padri in lacrime che abbracciano figli gravemente feriti se non peggio. Ma un filmato ha davvero decretato il punto di non ritorno. Se ce n’è uno che è possibile ritenersi il video “stendardo” della strage in atto: un padre che tiene tra le mani il suo bambino con ancora indosso il pannolino e purtroppo privo di testa.

Nemmeno nei più cruenti set cinematografici possiamo trovare tanta efferatezza. Eppure questi video sono di dominio pubblico, di facile reperibilità, tanto che un giornalista di CBS News, Ed O’Keefe ha domandato durante una conferenza stampa a John Kirby (coordinatore per le comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza degli Stati Uniti) “quanti corpi carbonizzati devono vedere Biden e le autorità statunitensi perché ci sia un cambio di politica a Washington”. 

Tantissimi creator o semplici utenti di TikTok hanno postato molti video con espressioni sconvolte, narrando in una caption che quella era la loro reazione dopo aver visto certi video di Rafah e soprattutto il video del padre con il figlio decapitato. Cosa sconvolge? Forse i commenti del tipo “dove posso vedere video?” “Chi mi passa il video?” “Metti like e ti mando il link del video”. Questo è un altro tipo di orrore.

Un comportamento umano? Forse una debolezza. Di certo un gusto feticistico per il macabro, la consapevolezza di star per guardare qualcosa per la quale ci si vorrebbe poi “cavare gli occhi” (come scrivono alcuni utenti dopo la visione del video). Non è una novità: siamo la società dei documentari e podcast true crime, dei programmi alle 2 del pomeriggio in cui si fa l’autopsia di un crimine masticando una forchettata di pasta, dove i nuovi guru sono i criminologi profiler. Conosciamo un limite? Sicuramente l’orrore dalla poltrona di casa attraverso uno schermo mantiene di certo il suo fascino.

È proprio per questo che non basta un post condiviso per provare vera solidarietà. Provare a cambiare le cose con un click non è assolutamente possibile. 

Je suis… qualsiasi cosa

Quanta consapevolezza c’è quando clicchiamo condividi? Tra un post di un apericena e un bacio romantico al tramonto, trova spazio una foto di una realtà a noi distante. Potremmo provare a chiudere gli occhi e immaginare entrare nelle nostre narici il fetore di carne bruciata e sangue rappreso. Immaginare di sentire le orecchie aggredite da un suono straziante che fa eco ad un’esplosione: è il grido di una madre, la preghiera di un bambino che guarda il padre bruciare vivo. Sentire sulla pelle folate di freddo misto alle braci degli incendi. Provare ad immaginare di avere la consapevolezza che non ci sono ospedali, che non ci sono medicine, non c’è amputazione che possa salvare una vita.

Proviamo a condividere con la nostra presenza nelle piazze. Il reale pericolo dei social, oltre all’alienazione, è la perdita di umanità, pensare che le immagini che vediamo siano solo immagini: ma quella è la realtà. Mentre noi beviamo un caffè, qualcuno sta ingoiando il proprio sangue misto a lacrime. “Je suis” chiunque sia morto, ma in realtà siamo vivi, dentro una vetrina fatta di cuoricini e pollici in su.

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