Tetto massimo di stranieri in classe: può avere senso?
L’inclusione di stranieri nelle scuole italiane è una tematica di discussione ricorrente, che assume connotati mediatici rilevanti e riverberi che travalicano il perimetro degli addetti ai lavori e che può essere agitata come strumento socialmente divisivo.
Navigando rapidamente online possiamo raccogliere diverse definizioni di scuola: più di ogni altra ci colpisce la definizione di «luogo dove ci si abitua a stare insieme». Ne traiamo la conseguenza che la scuola, quindi, rappresenti, o dovrebbe rappresentare, un luogo inclusivo, un posto dove tutti i partecipanti possono giocare ad armi pari, dove tutte le alunne e tutti gli alunni hanno la loro opportunità di apprendere, di sbagliare, di imparare a faticare per raggiungere il traguardo, tappa dopo tappa, di crescere e migliorarsi, facendo delle reciproche diversità una preziosa ricchezza.
Crediamo possa essere una buona sintesi definire la scuola come fondamentale momento formativo, di confronto, di virtuosa contaminazione, di costante e progressivo sgretolamento della paura del diverso.
Il titolo di questo articolo non è una mera provocazione che prende spunto dal pensiero di recente espresso da taluni senatori della Repubblica. L’argomento è del resto molto ampio, complesso e aggiungiamo pure non poco scivoloso. La domanda che ci poniamo vuole invece stimolare alcune riflessioni andando oltre a ciò che possono testimoniare numeri e statistiche.

Nel corso della presentazione del nuovo anno scolastico lo scorso settembre, il Presidente Mattarella rimarcava la centralità di una scuola inclusiva, «in particolare verso i migranti e i loro figli, che possono costituire una grande potenzialità per l’Italia» (ad oggi rappresentano circa il 10% degli iscritti).
Aggiungeva come in generale le condizioni di povertà di molte famiglie comportino più rischi di ritardi o di abbandoni scolastici sottolineando che «non si cresce con il necessario spirito civico nell’isolamento», incoraggiando gli insegnanti ed invitando le istituzioni preposte ad assicurare loro il prestigio adeguato e commisurato al cruciale ruolo svolto al servizio della comunità.
Provando ad individuare alcuni dei fattori che più incidono nel rallentare l’integrazione, certamente vanno considerate carenze strutturali riconducibili sia alle risorse dispiegate negli anni per fronteggiare i cambiamenti in atto, principalmente di natura demografica (gli stranieri fanno più figli degli italiani), sia alla difficoltà di mutuare in Italia modelli di inclusione almeno parzialmente virtuosi. Di evidente c’è che il corpo docente è scarso, dotato di insufficiente stabilità e con poco riconoscimento, sia dal punto di vista professionale che economico. Soprattutto con riferimento alla scuola dell’infanzia e primaria.
L’idea di mettere un tetto massimo del 20% in ogni aula, oltre ad ergersi a barriera delle auspicabili contaminazioni culturali e della necessità di rintracciare nuove efficaci metriche di comunicazione e di proficua conoscenza e convivenza, non sarebbe neanche sostenibile dal punto di vista dei numeri, proprio perché c’è una carenza strutturale di popolazione scolastica italiana. Se come sistema scolastico saremo in grado di reggere, sarà perché potremo contare su un numero di alunni stranieri che ci aiuta ad aprire le scuole e a formare le classi.
Da parte nostra, qualunque sia il futuro della nostra scuola, immaginando che venga potenziata con personale capace, appassionato e stimolato e che sia in grado di proporre un modello diversificato ed inclusivo, auspichiamo che lasci traccia indelebile della celebre frase attribuita a Voltaire: «Non sono d’accordo con ciò che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo».
Di Francesco Volterrani


