Two Distant Strangers, il corto Netflix vincitore agli Oscar

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Two distant strangers è stato il cortometraggio vincitore agli Oscar 2021. Il corto di 32 minuti è un forte messaggio sociale ed è stato pubblicato sulla piattaforma Netflix pochi giorni prima della cerimonia di premiazione.


Two distant strangers – tradotto in Italia con il titolo Due Estranei – è il cortometraggio vincitore nella sua categoria agli Oscar 2021. Diretto da Travon Free e Martin Desmond Roe, il corto di 32 minuti è stato pubblicato sulla piattaforma di Netflix pochi giorni prima della cerimonia di premiazione. Una riflessione sulle attuali condizioni della comunità afroamericana e della brutale, quanto ingiusta, violenza della polizia nei loro confronti. Il corto cavalca l’onda del movimento Black Lives Matters per lanciare un messaggio chiaro e diretto, portandolo sotto i riflettori in una edizione degli Oscar senz’altro diversa, ma attenta ai cambiamenti socio-politici in atto.

Travon Free afferma di aver scritto la sceneggiatura in cinque giorni, nel luglio 2020, in seguito alle proteste dei Black Lives Matters legate all’omicidio di George Floyd. A vincere l’Oscar infatti è stata molto più probabilmente l’idea, e il messaggio annesso, che la sceneggiatura realizzata in così poco tempo.

Gli ideali che hanno partorito Two Distant Stranger sono nobili e assolutamente necessari e suscitano, durante la visione, sentimenti reali, crudi e violenti, oltre che estremamente sinceri e profondi. L’impiego del loop temporale, ampiamente utilizzato nel Ventunesimo secolo e spesso in modo incerto, è in questo caso una delle scelte più azzeccate per descrivere la condizione angosciante di eterno ritorno e senza via d’uscita. Ma analizziamo nel dettaglio Two Distant Stranger, passo per passo.

Two distant strangers

La presentazione

Il traffico, la metro, le scarpe appese ai pali della luce, ed è subito New York City. Il protagonista vive in una casa ricca, con note di arredamento etnico, dei disegni e colori sparsi sul tavolo. Un saggio in bella vista dello scrittore afroamericano James Baldwin, attivista del movimento per i diritti civili negli anni Cinquanta e Sessanta, e soprattutto un dolcissimo cagnolone in sua fedele attesa. 

James Carter (Joey Bada$$), un giovane fumettista afroamericano, si sveglia nel letto della sua ultima conquista, Perri. Tra i due c’è una ottima intesa, ma James deve necessariamente tornare a casa da Jester, il suo amatissimo pitbull (razza canina emblema del pregiudizio, storicamente definita come una delle più violente ma dall’indole dolce e affettuosa). I due quindi si salutano con quello che sembra essere l’inizio di una potenziale relazione, giocando con le anticipazioni di trama. «Potrei pentirmene, ma non mi dispiacerebbe svegliarmi con te qualche altra volta», «Che intendi, altre dieci, venti volte? Sempre?», «Voi maschi avete un ego smisurato, cavolo! Qualche centinaia. Contento?».

L’incontro

Ed ecco quindi James Carter fuori da un condominio signorile, pienamente soddisfatto della sua vita e pronto a tornare a casa dal suo amato cane. Dalle cuffie parte The Way It Is, l’inno al movimento dei diritti civili di Bruce Hornsby and the Range (che tornerà sui titoli di coda) ma verrà interrotto bruscamente. 

La casuale spallata a un passante introduce la comparsa dell’agente Merk, poliziotto bianco, che dopo una serie di accuse immotivate – dalla sigaretta al mazzo di dollari caduto per terra – crea il pretesto per attaccare fisicamente il protagonista, bloccandolo sull’asfalto e soffocandolo mentre boccheggia agonizzante «I can’t breath… » davanti a una donna che si limita a riprendere la scena. Ecco che le immagini delle morti di George Floyd ed Eric Garner si materializzano violente nella mente dello spettatore, generando un primo e profondo senso di malessere, rabbia e impotenza.

l loop temporale

Carter apre gli occhi, ritrovandosi esattamente alla scena iniziale (stessa inquadratura verticale), convinto che sia stato solo un brutto sogno e la giornata prosegue come deve proseguire: va fuori, incontra il poliziotto, muore – stavolta con un colpo di pistola – e tutto ricomincia da capo. Nonostante l’accortezza del protagonista nell’evitare alcuni passaggi potenzialmente pericolosi (la spallata, i soldi in vista), il dialogo non subisce particolari variazioni, vincolato dalla forzata progressività narrativa. 

A questo punto Carter, preoccupato, decide di aggirare l’ostacolo e resta a casa con Perri, cucinando uno sfizioso “piatto della nonna” ma anche lì, l’irruzione di una squadra antidroga capitanata proprio dall’agente Merk, che ha erroneamente sbagliato appartamento, continua il ciclo di morti del protagonista. Esattamente come accadde a Breonna Taylor nel Marzo 2020, uccisa con otto colpi di pistola in un’irruzione improvvisa.

La scelta tra violenza e dialogo

Una volta presa coscienza che qualsiasi cosa faccia il suo destino sembra essere una perenne condanna a morte, chiede consiglio a Perri.

Two distant strangers

Le opzioni sono due: o si sceglie la via della violenza uccidendo a sua volta il poliziotto prima che possa farlo lui, o si cerca di avere un dialogo sperando nella comprensione dell’altro. Dopo una breve strizzata d’occhio al produttore Lawrence Bender (e alla Jackie Ormes tarantiniana) e una alla questione legata alle armi da fuoco in America, Carter decide di provare la via della comunicazione non violenta, raccontando tutta l’assurda situazione all’agente e, una volta creduto, riesce ad allontanarsi da lui.

Il dialogo sembra essere la chiave vincente, finché viene erroneamente coinvolto in una scorribanda e ucciso da altri agenti, sottolineando così come il problema non sia del singolo poliziotto, ma di una mentalità collettiva.

Il confronto

Alla novantanovesima morte, il protagonista ormai rassegnato chiede allo stesso poliziotto di accompagnarlo a casa. Ed ecco che assistiamo a un’immagine idilliaca e commovente, dove la polizia statale protegge il cittadino, scortando il ragazzo e assicurandosi che torni sano e salvo alla sua abitazione. 

Dopo una iniziale piacevole chiacchierata, il dialogo che prende piede è un vero e proprio monito verso la polizia bianca nei confronti della comunità afroamericana, con la probabile intenzione di sottolineare il razzismo che da secoli intensifica le distanze tra le persone. «In effetti non avevo mai parlato così tanto con uno di voi, è interessante. Ma la vediamo diversamente e basta», «Sono d’accordo, basta che mi porti a casa», «Ti porterò a casa».

Two distant strangers

Il ritorno a casa

Tutto sembra essersi risolto per il meglio. Sulla targa dell’agente campeggia il numero 1488 (14-88), combinazione di numeri simbolo dei neonazisti e dei sostenitori della white supremacy (in riferimento alle due opere di stampo razzista di David Lane, Le 14 parole e gli 88 precetti).

La macchina si ferma (dove è vietato parcheggiare), i “due estranei” si salutano, e finalmente Carter sembra essere arrivato a destinazione. La cruda realtà dei fatti torna prepotentemente a uccidere il sogno di rispetto e uguaglianza. Ecco che Merk, in un raptus d’odio dove ricalca la follia nazista, lo uccide per la centesima volta, lasciandolo in una pozza di sangue a forma d’Africa. La scena è accompagnata dalla melodia iniziale del compositore James Poyter, rimandando alla ciclicità.

Carter si sveglia, ancora, nel letto. Pronto a combattere ancora per far valere i suoi diritti di libero cittadino americano «Non importa quanto tempo ci vuole, o quante altre volte ci debba provare, in un modo o nell’altro, riuscirò a tornare a casa dal mio fottuto cane».

Il finale

Con un finale aperto e intriso di speranza, scorrono i nomi di tanti uomini e donne uccisi da agenti della polizia, gli stessi che avrebbero dovuto proteggerli. La narrazione si svolge fluida e il messaggio arriva chiaro anche al pubblico meno preparato sull’argomento; la logica che muove la critica del corto presentato è semplice e indiscutibile: non esiste una vita che vale meno di un’altra. E Two Distant Strangers punta il dito su una società razzista che accetta tacitamente la definizione di una gerarchia sociale basata su un modello privo di fondamenta.

Come detto inizialmente, l’idea dietro il corto è quanto di più apprezzabile possa esistere, rendendo Two Distant Stranger una visione necessaria per comprendere la condizione di perenne ingiustizia vissuta dalla black community, e valutare l’idea di debellare il seme malsano dell’odio razziale. 

La favola della rana e lo scorpione

Una celebre favola generalmente attribuita a Esopo racconta la storia di due animali naturalmente nemici. Un giorno uno scorpione chiede a una rana se potesse trasportarlo sul dorso per attraversare insieme il fiume. La rana in un primo momento rifiuta, consapevole che l’avrebbe punta durante il tragitto, ma lo scorpione la rassicura, poiché se l’avesse fatto sarebbero morti tutti e due. La rana si fida, lo carica sul dorso, e arrivati a metà del tragitto, lo scorpione la punge, condannando entrambi alla morte, giustificandosi con la frase «è la mia natura». 

Durante il dialogo in auto, l’agente Merk rivela di essere dello scorpione, mentre sulla felpa di Carter è ben visibile il logo di una rana dentro un cerchio rosso. Travon Free, in un’intervista per Los Angeles Sentinel, ha dichiarato di aver disegnato lui stesso quel logo, propositamente da far indossare a Carter, che impersona la rana, mentre Merk lo scorpione (ma nel corto è il poliziotto a trasportare il ragazzo).

Le accuse di plagio

Negli ultimi mesi la regista Cynthia Koa ha caricato un video su TikTok, accusando Two Distant Stranger di plagio. Groundhog Day For A Black Man, corto del 2016 pubblicato su Youtube, è a tutti gli effetti una versione più breve, concisa e soprattutto realizzata con un budget inferiore, dello short premio Oscar. Il ponte tra le due produzioni sembra essere NowThis, un’organizzazione di raccolta notizie online, che avrebbe chiesto di poter utilizzare il corto di Cynthia Koa per alcune condivisioni e video report, sempre nel rispetto della sua proprietà intellettuale. Eppure Two Distant Stranger risulta essere stato realizzato “in collaborazione” con NowThis. Il caso è ancora in fase di sviluppo.


Ester Di Bona

Responsabile di "Palermo Si Cunta". Amo combinare arte e sociale, coltivando competenze e aiutando, al contempo, gli altri a scoprire e implementare le proprie passioni.

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