7 aprile 1712, la rivolta degli schiavi di New York

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Il 7 aprile 1712, un gruppo di neri schiavizzati di New York City iniziò una rivolta. Il suo fallimento portò alla promulgazione di codici schiavisti più severi.


La storia degli schiavi africani in tutto il continente americano è costellata da numerosi tentativi di rivolta contro i padroni che li rendevano oggetti di umiliazione e sfruttamento. Rivolte che ci raccontano quanto gli schiavi fossero capaci di organizzarsi e provare a scardinare quel sistema che li rendeva merce di scambio nelle mani di trafficanti e ricchi coltivatori. Una delle rivolte più violente fu quella della notte tra il 6 e il 7 aprile 1712 a New York City, di cui vi raccontiamo la storia in questo articolo.

New York, centro del commercio di schiavi

Nel 1712, la popolazione di New York City contava tra le 6 mila e le 8 mila persone, di cui circa mille erano ridotte in schiavitù. Le condizioni di vita degli schiavi della città erano miserabili. La City Hall e il muro Wall Street, importanti punti di riferimento della città, furono costruiti con lo sfruttamento degli schiavi. 

Durante il XVIII secolo, la città era un centro focale per il commercio di schiavi del Nord America. Migliaia di uomini, donne e bambini passavano e venivano venduti attraverso il mercato degli schiavi che operava nel cuore della città, dove oggi si trova il quartiere finanziario di Wall Street.

Sì, proprio a due strade di distanza dalla sede del New York Stock Exchange si trovava una delle piazze più grandi degli Stati Uniti dedicata al commercio degli schiavi, fondata nel 1711. Lo storico Chris Cobb a O’Grady, come citato in Smithsonian Magazine, afferma che «era un mercato degli schiavi gestito dalla città perché volevano raccogliere entrate fiscali su ogni persona che veniva comprata e venduta lì».

Diversamente delle piantagioni del Sud, dove gli schiavi erano isolati gli uni dagli altri, quelli di New York City erano in frequente contatto tra loro, anche se appartenenti a diversi padroni. Non solo, il contatto tra schiavi e neri liberi era molto più comune, e questo provocava un forte risentimento nei primi rispetto alla loro condizione. Le possibilità di contatto erano anche facilitate dal fatto che per lavorare, o cercare lavoro, in diversi luoghi della città gli schiavi dovevano spostarsi, anche temporaneamente in autonomia.

Il racconto della rivolta

Nel 1712, alcuni schiavi sfruttarono queste opportunità di contatto per organizzare una ribellione contro la disumanizzazione che ogni giorno subivano sulla loro pelle. Furono diversi i gruppi etnici che si unirono nella rivolta: come ad esempio gli Akan e i Coromantee dell’Africa occidentale, insieme ai nativi americani di lingua spagnola.

La notte del 6 aprile 1712 (anche se alcuni fonti indicano la notte del 7) gli schiavi neri diedero inizio a una ribellione a Manhattan. Oppressi fino a un punto di non ritorno, decisero che avrebbero rischiato la propria vita pur di non continuare a non essere trattati da esseri umani. 

Come racconta Brian Gilmore in The Progressive, «l’insurrezione iniziò quando 24 africani (comprese due donne) si riunirono a tarda sera e diedero fuoco a una latrina nel centro della città. Quando i bianchi locali arrivarono per spegnere il fuoco, gli africani emersero brandendo asce, pistole e spade. Nove bianchi furono uccisi e sette feriti». Alcune fonti parlano della partecipazione di più di 100 persone.

Dopo l’inizio della ribellione, il governatore Robert Hunter inviò le milizie per catturare i neri che organizzarono la rivolta. Furono imprigionati 70 schiavi, mentre 43 vennero processati. Sei degli organizzatori della rivolta si suicidarono, diciotto assolti per essere tornati al loro stato di schiavi, venticinque furono condannati, di cui le fonti riportano 20 impiccati e tre bruciati al rogo. L’enciclopedia Britannica riporta che «uno fu schiacciato da una ruota; uno fu tenuto in catene fino a morire di fame; una donna incinta fu tenuta in vita fino al parto e poi giustiziata».

Codici schiavisti ancora più duri

Quale fu la reazione della autorità di New York? Certamente non quella di porre fine all’istituzione della schiavitù; quello che accadde fu esattamente l’opposto, ovvero che il sistema venne rafforzato ancora di più. 

Agli schiavi non fu permesso di riunirsi in gruppi di più di tre persone, e di possedere armi da fuoco. I padroni potevano picchiare uno schiavo senza un motivo, a patto che non venisse ucciso o mutilato. La manomissione (liberazione dello schiavo) fu resa più difficile, in quanto i proprietari di schiavi avrebbero dovuto versare una cauzione di 200 sterline, scoraggiandoli in partenza. 

Fu solo nel 1799 che fu finalmente approvata una legge che avrebbe iniziato a eliminare la schiavitù nello Stato, ma gli Stati Uniti non abolirono la schiavitù fino al 1863 e conservarono almeno per un secolo dopo un sistema di discriminazione basato sulla razza. 


Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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