Violenza della polizia americana: una sentenza non basta

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Al netto del suo valore simbolico, la sentenza contro Derek Chauvin nel processo per la morte di George Floyd non sarà sufficiente a risolvere il problema della violenza della polizia americana.


La sentenza contro Derek Chauvin, il poliziotto condannato per l’omicidio di George Floyd, è a tutti gli effetti una sentenza storica. A quasi un anno dalla morte di George Floyd, diventata il simbolo del razzismo sistemico e della violenza della polizia americana, i giudici hanno dichiarato Chauvin colpevole per tutti i capi di imputazione del processo: omicidio involontario di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo. La pena prevista è di 40 anni di carcere ma l’esito definitivo sarà stabilito nelle prossime settimane.

La conclusione del processo per la morte di George Floyd era attesissima, sia per l’eco mondiale della vicenda sia perché la condanna non era scontata: basti pensare che dal 2005 a oggi, negli Stati Uniti solo sette agenti di polizia sono stati incriminati per omicidio. In un contesto in cui, ogni anno, ci sono almeno mille omicidi compiuti dalla polizia.

«Sapere che c’è giustizia per gli afroamericani, per le persone di colore, in questo mondo (…) È un momento cruciale nella storia»: queste le parole di Philonise Floyd, fratello di George, a margine della sentenza. 

Giustizia, questa è la parola che ritorna più spesso nelle dichiarazioni dei familiari e dei politici americani, da Joe Biden a Kamala Harris. La speaker della Camera Nancy Pelosi ha detto che «George Floyd ha sacrificato la sua vita per la giustizia». Potremmo interrogarci sull’entità dei “sacrifici” di cui avrebbe bisogno la “giustizia” per farsi da parte. Piuttosto che trovare risposte a domande metafisiche, è più opportuno interrogarsi sulle dinamiche reali della violenza della polizia negli Stati Uniti.

Per quanto importante possa essere la sentenza contro Derek Chauvin, non saranno certo le decisioni di un giudice rispetto a un caso individuale a risolvere un problema che è strutturale. Sostenere che Chauvin sia una mela marcia è un esercizio retorico: per di più, il rischio maggiore è far passare il messaggio per cui, una volta punito un colpevole, “il sistema funziona”. Dal momento che la responsabilità penale è personale ma la violenza della polizia è un fenomeno strutturale, per affrontare la questione occorre assumere una prospettiva differente.

Violenza della polizia americana: i dati

Ad oggi, non esistono report ufficiali da parte delle autorità statunitensi sulle violenze della polizia in America. Tra le iniziative della società civile impegnate nella raccolta di dati su questo fenomeno occorre segnalare il progetto Mapping police violence, un database aggiornato che riporta tutte le informazioni più importanti in modo chiaro e intuitivo.

I dati forniti nel report del 2020 parlano da soli: 1127 persone uccise dalla polizia in un anno. Di queste, il 96% è stato ucciso con armi da fuoco, il 53% in risposta a “non violent offenses” (crimini che non implicano un pericolo reale o potenziale per la vita di una persona) o in assenza della segnalazione di un crimine, 121 persone sono state uccise durante un fermo stradale e 97 in seguito a una crisi mentale.

A questi dati se ne aggiungono altri due. In primo luogo, su 1127 omicidi, solo 16 sono stati puniti con una sentenza penale (l’1%) e più del 60% degli agenti coinvolti non sono identificabili. In secondo luogo, le vittime afroamericane costituiscono il 27% del totale, sebbene rappresentino il 13% della popolazione americana: in altre parole, i neri hanno più probabilità di essere uccisi dalla polizia e di essere disarmati e meno probabilità di costituire una minaccia quando vengono uccisi.

polizia americana

Il quadro, dunque, è molto chiaro: la polizia americana uccide troppo e la sua violenza riguarda in modo sproporzionato gli afroamericani rispetto a qualsiasi altro gruppo etnico.

Analisi e soluzioni: riformare, tagliare i fondi o abolire la polizia?

Le soluzioni proposte per dare una soluzione politica al problema, in estrema sintesi, sono tre: riformare, tagliare i fondi (defund) o abolire la polizia. 

La riforma della polizia americana è un tema dibattuto almeno a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, sulla scia delle proteste del movimento per i diritti civili. Da allora, si sono alternate proposte, commissioni e raccomandazioni. I risultati sono davanti agli occhi di tutti.

Attualmente, la proposta di legge denominata George Floyd Justice in Policing Act prevede, tra le altre cose, una revisione delle leggi sulla “immunità qualificata” per le forze dell’ordine, il divieto di profiling su base razziale e religiosa da parte delle forze dell’ordine, l’istituzione di un registro nazionale della condotta della polizia gestito dal Dipartimento di Giustizia e la criminalizzazione del chokehold (la pratica di immobilizzazione utilizzata da Chauvin e che ha portato alla morte per asfissia di George Floyd).

La riforma rischia di non passare per l’opposizione dei Repubblicani al Senato, secondo cui dietro il tentativo di riforma dell’attività delle forze dell’ordine ci sarebbe un altro obiettivo: il c.d. defund. La riduzione dei fondi della polizia, tra gli slogan più utilizzati durante le proteste di Black Lives Matter, consiste nella riallocazione dei fondi federali in altri settori e attività, passando da un approccio securitario e repressivo a uno che punti sul miglioramento dei servizi educativi e sociali attraverso un coinvolgimento attivo delle comunità.

La proposta più radicale – appoggiata, tra gli altri, dalla celebre attivista Angela Davis – è quella abolizionista, i cui sostenitori propongono il superamento dell’istituzione della polizia, considerata irriformabile per il suo legame strutturale con il passato schiavista e razzista degli Stati Uniti. In base a questa posizione, la società dovrebbe riappropriarsi delle attività legate alla sicurezza, oltrepassando le istituzioni e le prassi repressive.

Neanche a dirlo, le ultime due proposte non sono viste di buon occhio dall’establishment americano. 

Che fare?

Come per ogni fenomeno sociale, interrogarsi sulle cause di una patologia è utile nella misura in cui serve a trovare un rimedio pratico. Potremmo citare studi e articoli sul razzismo sistemico. Potremmo anche fare considerazioni sociologiche sul fatto che l’attività delle forze dell’ordine è inseparabile dalla società di cui esse sono espressione – il Carabiniere italiano non è il Bobby inglese né il Cop Americano. Potremmo indagare sulle origini storiche della polizia come istituzione negli Stati Uniti e altrove. La questione di fondo, però, rimane sempre la stessa: la violenza della polizia americana non è un problema facile da risolvere.

Un’ora prima della notizia della sentenza di condanna di Derek Chauvin, in Ohio la polizia ha ucciso Ma’khia Bryant, una ragazza afroamericana di 16 anni. Secondo la ricostruzione ufficiale, Bryant stava per aggredire un’altra persona con un coltello. Gli agenti erano arrivati lì per una chiamata d’emergenza, che si è conclusa con l’ennesima tragedia.

Se nessuno avesse chiamato le forze dell’ordine, la storia sarebbe andata diversamente. Eppure, qualcuno l’ha chiamata. Il problema della violenza della polizia, dunque, non può essere risolto se non si offre una risposta a un altro problema altrettanto importante: la domanda di sicurezza.

Negli Stati Uniti, questa domanda è intrecciata sia all’esistenza stessa della polizia sia alla sua prassi, ma anche ad altri fenomeni: tra gli altri, la libertà nella compravendita di armi e le sparatorie quotidiane. Non esiste un altro posto paragonabile agli Stati Uniti da questo punto di vista. 

Basta fare un confronto con numeri e dati relativi ad altri paesi europei: mentre in paesi come Germania, Norvegia e Finlandia occorrono tra i due e i tre anni di addestramento per entrare a far parte delle forze dell’ordine, negli Stati Uniti bastano un diploma e 21 settimane di addestramento. Non è un caso se il numero di persone uccise dalla polizia, in questi paesi, sia nettamente più basso: 267 persone dal 1990 in Germania, sette tra il 2000 e il 2018 in Finlandia, quattro tra il 2002 e il 2016 in Norvegia. 

È difficile dire quale sia il rapporto oggettivo tra la domanda e l’offerta di sicurezza: la polizia risponde a una domanda che la precede o è la violenza istituzionale ad alimentare la violenza diffusa? Di sicuro, senza offerta non può esserci domanda: ridurre l’utilizzo delle armi e aumentare il tempo e le risorse per l’educazione e l’addestramento delle forze dell’ordine sembrano un passaggio obbligato per qualsiasi riforma. Che fare, tuttavia, se manca la volontà politica?


Francesco Puleo

Caporedattore. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare stare.

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