La cultura e l’istruzione hanno una loro versione premium e non è per tutti
Dalla polemica su Schettini alla privatizzazione strisciante: in Italia cultura e istruzione sono ancora un diritto o un lusso?
Quando Vincenzo Schettini, volto noto del progetto “La fisica che ci piace”, ha dichiarato in un podcast che «un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato, e perché la buona cultura non deve essere in vendita?», il dibattito si è acceso immediatamente. L’idea che la conoscenza possa o debba essere messa sul mercato non è nuova. Ma detta da un insegnante della scuola pubblica, suona come un cambio di paradigma: dalla cultura come diritto alla cultura come prodotto.

Questo Intervento ha aperto una ferita che da sempre fingiamo di non vedere. La cultura è di tutti ma non tutti alla fine ne hanno accesso. L’istruzione è un diritto ma le competenze specifiche, la formazione approfondita, ha un costo.
I contenuti premium della conoscenza
L’altra frase incriminata, pronunciata durante il podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, è questa: «Tanti insegnanti come me cominceranno a fare il part-time perché cominceranno a proporre i loro contenuti online, magari anche a pagamento». Dopodiché, il silenzio. Poi il boato.
C’è chi ha letto nelle parole di Schettini l’anticamera della privatizzazione della scuola pubblica, una deriva neoliberista annunciata da un prof con il microfono in mano. C’è chi ha scritto, con notevole creatività, che il professore vorrebbe trasformare l’istruzione in un OnlyFans di derivate e integrali. Si è anche tirato fuori la Costituzione, il diritto inalienabile, il cliché del sacro fuoco della conoscenza che non può avere un prezzo. Tutto bello, tutto nobile. Ma nel concreto, che realtà viviamo?.
Esistono da anni insegnanti che vendono ripetizioni private, piattaforme di e-learning commerciali, corsi online a pagamento. Nessuno ha mai sostenuto che questo abbia intaccato il diritto costituzionale all’istruzione. Eppure Schettini, per aver detto la stessa cosa con più follower alle spalle, è diventato il simbolo della mercificazione culturale. È la fisica della popolarità: più sei visibile, più il tuo errore percepito pesa.
Il punto non è demonizzare la monetizzazione dei contenuti online. Viviamo in un’epoca in cui la divulgazione passa da YouTube, podcast, corsi premium e piattaforme a pagamento. Il problema, semmai, è un altro: cosa succede quando l’accesso al sapere dipende sempre più dalla capacità di spesa? Chi deve tutelare e proteggere il diritto di tutti ad una formazione egualitaria? E soprattutto come rendere i prodotti della cultura accessibili a tutti?
Accessibilità alla cultura
In Italia, la Costituzione parla chiaro. L’istruzione è un diritto. Eppure, negli ultimi anni, l’accessibilità economica alla cultura e alla formazione si è trasformata in una questione sempre più complessa. Le università pubbliche prevedono tasse differenziate in base all’ISEE, esistono borse di studio regionali e fondi per il diritto allo studio, e iniziative come la 18app (oggi riformulata nella Carta Cultura Giovani e Carta del Merito) hanno cercato di incentivare l’acquisto di libri, biglietti per concerti, cinema e musei. Misure che, al netto delle polemiche e dei tagli, partivano da un presupposto preciso: la cultura non è un lusso.

Anche sul fronte delle manifestazioni culturali, non mancano tentativi di allargare la platea. Le domeniche gratuite nei musei statali, le notti bianche, i festival finanziati con fondi pubblici, i bonus per lo spettacolo dal vivo. Il Ministero della Cultura sostiene teatri, fondazioni liriche e cinema attraverso il Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo. Tuttavia, accanto a queste politiche di sostegno, si osserva una tendenza parallela: la progressiva privatizzazione degli spazi culturali. Ed è lì che si crea la frattura.
Quando i fondi pubblici non bastano più, la privatizzazione altera i valori
Molti enti culturali sopravvivono grazie a sponsorizzazioni private, partnership con brand, fondazioni bancarie. I grandi eventi diventano operazioni di marketing territoriale. Le mostre blockbuster hanno biglietti che superano facilmente i 15 o 20 euro. I concerti negli stadi registrano prezzi che escludono intere fasce di pubblico. La cultura, sempre più spesso, si muove secondo logiche di mercato.

Il rischio è quello di una frattura silenziosa: da una parte chi può permettersi abbonamenti a piattaforme educative, master, corsi di aggiornamento, ingressi a mostre e festival; dall’altra chi resta spettatore esterno. In questo scenario, la frase di Schettini diventa simbolica. Se “la buona cultura” è un prodotto, allora esiste anche una cultura di serie A e una di serie B. E soprattutto, esiste un prezzo.
Istruzione per tutti ma coesiste con la povertà educativa
La politica italiana oscilla tra due poli. Da un lato, proclama la centralità dell’istruzione e della cultura come motori di crescita. Dall’altro, riduce investimenti strutturali nella scuola pubblica, spinge verso l’autonomia differenziata e incentiva modelli di finanziamento misti che avvicinano sempre più il settore culturale alle dinamiche aziendali. Il risultato è un sistema ibrido, dove il pubblico arretra e il privato avanza.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è il tema della povertà educativa, una delle emergenze meno visibili ma più strutturali del nostro Paese. Non si tratta soltanto di mancanza di reddito, ma di assenza di opportunità culturali, stimoli, strumenti. In molte aree d’Italia (soprattutto nel Mezzogiorno e nelle periferie urbane) l’accesso a biblioteche, spazi culturali, attività extracurriculari e percorsi formativi di qualità è già limitato in partenza. Se a questo si aggiunge una crescente monetizzazione dell’offerta culturale, il rischio è di amplificare un divario che nasce nell’infanzia e si consolida nel tempo.

Chi cresce in un contesto fragile parte con meno libri in casa, meno occasioni di visita a musei o teatri, meno possibilità di seguire corsi di potenziamento. La cultura a pagamento, in questo scenario, non è una scelta neutra: diventa un ulteriore fattore di esclusione. E così l’idea meritocratica secondo cui “chi vuole può” si scontra con una realtà in cui non tutti partono dalla stessa linea di partenza. Ed è in questa povertà culturale che muore l’interesse, la curiosità, la voglia di sapere.
Non si tratta di demonizzare il mercato. La cultura ha sempre avuto un costo, e gli operatori culturali devono essere pagati. Ma la questione è politica: chi garantisce che l’accesso resti universale? Se la scuola diventa un luogo in cui l’insegnamento “base” è gratuito e l’approfondimento è premium, si crea una gerarchia implicita del sapere. Se i musei diventano esperienze esclusive, si tradisce la loro funzione civile.
Il nuovo volto del sistema Cultura
Forse la vera domanda non è se la cultura debba essere gratuita o a pagamento. La domanda è: quale modello di società vogliamo costruire? Una società in cui la conoscenza è un investimento collettivo o un bene competitivo? Perché nel momento in cui accettiamo che la cultura sia semplicemente un prodotto da scaffale, accettiamo anche che qualcuno possa permettersi il carrello pieno e qualcun altro no.
La scuola italiana ha bisogni enormi, risorse esigue, insegnanti sottopagati e un futuro digitale che avanza a prescindere dai nostri umori morali. Decidere se Schettini sia un visionario o un opportunista è meno urgente che decidere che tipo di sistema formativo vogliamo costruire.
E’ in questa ottica che il caso Schettini diventa una lente di ingrandimento. Non su un singolo professore o su una legittima scelta professionale, ma su un sistema che sta lentamente ridefinendo il confine tra diritto e privilegio. In gioco non c’è solo la fruibilità di un contenuto online. C’è l’idea stessa di cultura come bene comune.


