I libri servono per fare bella figura: è l’era della performative reading
La cosiddetta “lettura performativa” trasforma i libri in accessori da social media. Mentre i tassi di alfabetizzazione crollano al 40%, Instagram celebra questi simboli di status. Quanto è grottesco il nostro tempo.
La performative reading suona complicata, ma si tratta di un fenomeno davvero molto banale e, difficile ammetterlo forse, persino antipatico. I social network si riempiono di scatti strategicamente costruiti: una location rilassante, vacanziera, a mare se siamo in estate, un romanzo posizionato con cura millimetrica nell’inquadratura. Il libro non è più un oggetto da leggere, qui diventa un accessorio da esibire, uno strumento per costruire un’immagine pubblica che gridi al mondo la “sensualità del lettore”.
Per chi non lo avesse ancora afferrato, questa performative reading trasforma la lettura da fatto privato a performance collettiva. Pagine su pagine, libri portati al bar, citazioni estrapolate dal contesto per addolcire la sfacciataggine intrinseca dei post e delle storie sui social: fa tutto parte della performance.
I libri sarebbero diventati persino un’attrazione erotica. Eccolo allora il tardo capitalismo: qui anche la cultura diventa merce e il libro un gadget per il corteggiamento di massa. Basta un pizzico di tempo libero, un romanzo, Instagram e il gioco è fatto.
Chi lo avrebbe mai detto? All’inizio degli anni Duemila, esibire un libro era socialmente rischioso. I libri li leggevano gli sfigati, i timidi, quelli sessualmente inesperti che “non avevano una vita” (come si usa dire). Ragazzi e ragazze che hanno letto prima dell’era social ammettono oggi di averlo fatto quasi di nascosto. E l’idea di andare in giro a mostrare le proprie letture? Semplicemente impensabile. Un po’ come quelle foto (arte)fatte, rigorosamente da qualcun altro alle spalle, al museo davanti a un’opera d’arte: il critico d’arte all’opera. Assurdo, diversi anni fa.

Oggi invece il libro è diventato status symbol, un accessorio essenziale (talvolta) per risultare desiderabile, come un tempo erano gli occhiali da sole Ray-Ban. Gli uomini, sempre diversi anni indietro rispetto alle donne e lettori meno assidui, hanno scoperto più tardi la performative reading.
In teoria nulla di male. Meglio posare con un romanzo che con la propria gang criminale. Meglio flirtare con un’appassionata (forse solo presunta) lettrice che con una bottiglia di whisky. Eppure c’è qualcosa di inquietante in questa ascesa misteriosa e abbagliante della lettura come fenomeno sociale. Un disagio, forse perfino un fastidio.
Il problema è la fame di apparenza che ha generato una specie di avidità collettiva, la bulimia del nostro tempo. Da qui le challenge online dei “300 libri all’anno”, o quei fenomeni che “assimilano” (si fa per dire) centinaia di titoli grazie ai riassunti generati dall’intelligenza artificiale. Una FOMO amplificata, una lettura frenetica e saltellante giusto per arrivare al prossimo titolo di tendenza, anche se pubblicati decenni o secoli fa. Perché nel mondo del performative reading alcuni libri valgono più di altri. Dostoevskij offre un livello di validazione superiore di altri autori russi, per fare un esempio.

Il marketing editoriale sfrutta tutto questo con maestria. Le case editrici sono diventate arbitri del gusto per ogni preferenza, anche per chi non ne ha nessuna. Le categorie proliferano: libri brevi, prosa leggera, frasi perfette per Instagram. Si sostanzia qui il virtue signalling letterario: vai in terapia e sei una brava persona, leggi libri e non puoi essere un idiota. Anche se, naturalmente, puoi esserlo eccome.
Alla fine della fiera, però, ammettiamolo, la performative reading conviene. Suona quasi idilliaco vedere tante ragazze divorare libri e tanti ragazzi cercare di conquistarle con una copertina. Quasi non importa più se la gente non legge davvero la metà di quello che dichiara e posta. Non importa a nessuno della svalutazione (della lettura, appunto) che accompagna ogni tendenza.

In definitiva, la lettura è oggi sospetta non perché leggere sia sbagliato, ma perché essere visti mentre si legge è considerato l’ennesimo modo per autopromuoversi. La vita continua a trasformarsi in una mina vagante di possibili gesti performativi, dall’attivismo performativo, alla mascolinità performativa (o il suo opposto per fare il femminista), alla positività performativa. Tutto può essere misurato su uno spettro che va dall’autentico all’artificiale, eppure nessuno sa più quali parametri usare per distinguerli.
C’è da arrendersi? Le piattaforme social hanno reso la costruzione dell’identità un’operazione di ingegneria costante. Ma come ci si rappresenta autenticamente online quando l’atto stesso di pubblicare significa calcolare, deliberare, manipolare? Forse il lettore performativo sta solo recitando, forse no. Chi lo sa.


