La complessa crisi delle band e del mestiere dell’artista
I concerti di musica live costano sempre di più, per non parlare di artisti e band ”top”. A parte il prezzo che questi eventi propongono, tutto questo ha un prezzo?
Questo circo sempre più esclusivo – non è un’impressione, è davvero diventato sempre più inaccessibile un concerto per una grande band o per una popstar – ha un forte impatto non solo sui fan, ma anche sulle band emergenti. Queste, infatti, faticano a organizzare tour autonomi e a costruire una fanbase, una “comunità musicale” affezionata (e non dei semplici utenti che streammano). Inoltre, il ruolo delle piattaforme di streaming, Spotify su tutte, e la strategia delle case discografiche hanno modificato radicalmente il modo in cui la musica viene prodotta e consumata. Tutto ciò ha delle implicazioni dirette anche sulla creatività e sulla qualità del prodotto musicale. Insomma, si sarà capito: è una questione un tantino complessa.
Proprio perché è una questione complessa, sarà utile addentrarsi nel tema gradualmente, partendo dal mondo reale, da quello che vediamo, dalle nostre tasche. Il caso recente della clamorosa reunion degli Oasis lo ha dimostrato: il prezzo dei biglietti è schizzato alle stelle in pochi anni. I fattori sono molteplici. Le spese per la produzione di un concerto, tra infrastrutture, la logistica, la sicurezza, e il noleggio delle location, sono cresciute. Tutto finisce a pesare sul pubblico pagante.

Il settore concerti, in generale, affronta una domanda crescente, trovandoci tutti noi in un’era dove la musica registrata ha perso gran parte del suo valore economico (chiedete a Spotify). In poche parole, senza la vendita di dischi, i concerti sono diventati la principale – e difficilissima, come si accennava – fonte di guadagno per gli artisti.
I tour, in generale, escludendo i grandi nomi affermati, restano schiacciati tra due forze: la necessità di fare tante date e il rientro nei costi. Il risultato? I prezzi sono salati e non raggiungono omogeneamente il pubblico.
Immaginiamo, allora, le difficoltà delle band emergenti a organizzare tour autonomi. Mancano le risorse finanziarie, e i costi iniziali di un tour sono difficili da coprire. Talvolta, questi vengono defalcati dal guadagno tra live e streaming. Le piccole band, anche se di talento, faticano a negoziare buoni accordi con amministrazioni e promotori, ritrovandosi con compensi bassi o inesistenti. Le case discografiche, dal canto loro, nell’eccesso di offerta dato dalla facilità di “immissione” nel web, di fronte al pubblico, tendono a concentrarsi sugli artisti immediatamente più redditizi, non appoggiando più di tanto quelli che potrebbero rappresentare dei “piani in grande” da far conoscere.
Cosa vuol dire, allora, privilegiare gli artisti più redditizi? Le piattaforme di streaming come Spotify hanno cambiato il modo in cui la musica viene distribuita ma hanno anche ridefinito la strategia delle case discografiche. Gli artisti guadagnano pochissimo, in percentuale, su ogni riproduzione in streaming di un loro brano, il che rende difficoltoso per le band emergenti generare redditi significativi.
Effetto immediato? Per farla (molto) semplice, questo modello di guadagno “a strumenti fermi”, spinge molti musicisti a concentrarsi sui tour live – che abbiamo visto essere piuttosto complicati da affrontare – o sulla produzione di singoli che possano esplodere di stream, grazie all’aiuto dei social, della brevità e dei codici che questi richiedono. È così che perdono sempre più importanza album, opere concettuali, racconti completi o complessi. Le etichette discografiche, infatti, sempre più spesso investono più nella promozione di canzoni individuali per ottenere più riproduzioni immediate, piuttosto che in progetti di lunga durata.
Cosa dicevamo sui social? La schiavitù potrebbe essere alle porte (o è già pienamente affermata). Molti artisti sono o potrebbero essere spinti a produrre musica che soddisfi gli algoritmi delle piattaforme, privilegiando canzoni di breve durata, orecchiabili e più facili da rendere virali, tutto a discapito di innovazione e autenticità artistica.
Gli artisti, in particolare quelli emergenti, possono sentirsi sotto pressione a produrre musica che abbia un appeal di massa e che sia facilmente riproducibile in streaming. Non solo: per restare rilevanti e visibili agli algoritmi di piattaforme come Spotify, molti artisti sono costretti a rilasciare musica a un ritmo più rapido. Questo, a livelli professionali e non amatoriali, può ridurre il tempo dedicato alla scrittura, alla produzione e all’evoluzione del proprio stile, con minor tempo dedicato alla qualità del prodotto finale.
La pressione sugli artisti non è un fattore nuovo, ovviamente. Questa “spinta” è sempre esistita, soprattutto (e quasi esclusivamente) con la diffusione della musica per le masse, solo che a giudicare gli artisti erano riviste, magazine, giornalisti, blog, l’affluenza del pubblico e non la pura viralità. È tutto perduto? Niente è perduto, l’arte non è mai stata così libera e così diffusa, oltre che così disperatamente attaccata alla vetrina.


